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martedì 26 gennaio 2021

Londra non è più la capitale del trading

 

Londra non è più la capitale del trading
Londra non è più la capitale del trading

Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di Ethenea, indica i principali problemi che stanno emergendo dopo la Brexit: ecco le società di trading che hanno lasciato (o stanno per lasciare) la city

Dopo mesi di negoziati, lo scorso 24 dicembre Unione Europea e Regno Unito hanno raggiunto un accordo commerciale di libero scambio e dal 1 gennaio la Brexit è diventata realtà. Dopo così poco tempo, sembra già essersi manifestata una realtà che in tanti temevano: Londra non è più la capitale del trading.

AQUIS EXCHANGE E CBOE GLOBAL MARKETS

Aquis Exchange, la seconda piattaforma di trading per le azioni europee nel Regno Unito, ha dichiarato che all’inizio di gennaio il 99,6% delle negoziazioni è stato effettuato attraverso la gemella di Parigi. Stesso discorso per Cboe Global Markets, che ha visto il 90% delle operazioni azionarie dell’UE eseguito ad Amsterdam, quando nel 2020 quasi l’intero volume del trading era stato gestito da Londra.

“SEI MILIARDI SPOSTATI DA LONDRA ALL’EUROPA CONTINENTALE”

“Nel complesso, soltanto nel primo giorno di trading dell’anno, circa sei miliardi di euro sono stati spostati da Londra all’Europa continentale”, spiega Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors. “In questo modo, non solo il Ministero delle Finanze britannico di conseguenza perde il relativo gettito fiscale, ma è ragionevole supporre che in futuro le società preferiranno quotare le loro attività nel mercato comunitario per beneficiare di condizioni di trading più fluide e senza intoppi”.

LE CATENE DI APPROVVIGIONAMENTO

Uno dei punti chiave della Brexit riguarda l’assenza di dazi nel commercio bilaterale tra Regno Unito e Unione Europea. Anche su questo punto, sottolinea l’esperto di Ethenea, sono già emersi diversi problemi: “Da un lato, i piccoli commercianti al dettaglio e le aziende di trasporto si stanno lamentando della crescente burocrazia. Ci sono code alla frontiera, camion che vengono respinti e catene di approvvigionamento che stanno collassando. Molte società di trasporto hanno provvisoriamente sospeso le consegne”. Una situazione che ha colto alla sprovvista anche le grandi aziende.

IL TRATTAMENTO DUTY-FREE

Il problema principale, secondo Schmidt, è dovuto al fatto che affinchè le merci possano beneficiare del trattamento duty-free è necessario dimostrarne la provenienza dall’Unione Europea o dal Regno Unito. “Ma se i beni vengono importati in Gran Bretagna e successivamente esportati in UE si applicherebbero i dazi doganali”, spiega l’esperto di Ethenea. “In futuro quindi le aziende si troveranno di fronte alla scelta di pagare gli oneri doganali o di riorganizzare le loro catene di approvvigionamento, in modo che i magazzini possano essere riforniti senza dover coinvolgere le strutture britanniche”.

“OCCORRE FLESSIBILITÀ”

Un altro effetto della Brexit indicato da Schmidt è il diritto di voto revocato agli azionisti britannici da parte delle compagnie aeree Ryanair e Wizzair. “Alla base di questa decisione c’è il regolamento secondo il quale i voli all’interno dell’Unione Europea possono essere operati solo da compagnie possedute per la maggioranza da azionisti UE”, spiega l’esperto di Ethenea. Secondo Schmidt questi sono solo i primi effetti dovuti alla Brexit. “Riteniamo quindi opportuno essere flessibili e diversificati in tutti i settori – è il consiglio del manager – per essere pronti in caso di eventuali futuri sviluppi”.

http://www.financialounge.com/

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