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martedì 29 dicembre 2020

Il greggio probabilmente chiuderà il 2020 in rosso, la strada sembra scivolosa

 

Dai -40 dollari al barile di aprile ai quasi 50 dollari segnati entro dicembre, la corsa sulle montagne russe del greggio nel 2020 è stata senza precedenti. Il prezzo che ha zampillato (proprio come è solito fare l’oro nero) ha entusiasmato così tanto i tori del greggio che ora contano su un’ulteriore ripresa nell’anno nuovo. Ma potrebbero trovarsi davanti una realtà ben diversa.

Oil Weekly Chart
Oil Weekly Chart

Grafico settimanale greggio

 

Una nuova variante del coronavirus è arrivata a raffreddare l’ardore del greggio, proprio quando il lancio dei vaccini per il COVID-19 da parte di Pfizer (NYSE:PFE) e Moderna (NASDAQ:MRNA) sembrava abbastanza promettente da far salire i consumi di greggio ai livelli pre-pandemia.

E non è solo la domanda ad essere tornata sotto i riflettori. Anche la produzione sta aumentando, malgrado tutti gli sforzi (e le promesse) dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di petrolio.

Oltre alla variante del virus, l’OPEC deve affrontare i problemi di Libia e Iran

Il cartello OPEC sembrava avere più controllo che mai sui membri produttori e sui suoi alleati quando il mese scorso ha concordato con loro di aumentare collettivamente la produzione di soli 500.000 barili al giorno da gennaio, dopo aver applicato tagli tra gli 8 e i 10 milioni di barili al giorno negli ultimi nove mesi.

Nonostante la sua disciplina sui tagli, l’OPEC ha concesso alla Libia, un membro chiave, di aggiungere barili con poche limitazioni, palesemente per compensare il fatto che la guerra civile abbia ridotto la sua produzione già prima della pandemia. E questo potrebbe essere un problema.

La Sirte Oil and Gas Production and Processing Company (SOC) libica ha quasi raddoppiato la sua produzione ad oltre 100.000 barili al giorno, rispetto alla media di 55.000 barili al giorno che produceva prima del blocco. La francese Total (NYSE:TOT), intanto, intende espandere i suoi investimenti nel settore petrolifero libico, ha reso noto il mese scorso la NOC, “ai massimi livelli”.

Oltre alla Libia, l’OPEC ha una preoccupazione maggiore, l’Iran, che il cartello guidato dai sauditi sta cercando di fingere non sia un problema. Con la presidenza di Joe Biden che partirà il 20 gennaio, comincerà a stringere il tempo perché il governo cancelli, o almeno riduca significativamente, le sanzioni su Teheran imposte dal regime Trump, il prima possibile. Biden, dopotutto, faceva parte del governo Obama che aveva siglato l’accordo nucleare dell’Occidente con l’Iran nel 2015 e dovrebbe essere incline a rinnovare quel patto che il presidente uscente, Donald Trump, aveva annullato.

Il Presidente iraniano Hassan Rouhani si è già detto intenzionato a riportare la produzione iraniana ai 2 milioni di barili al giorno registrati nel 2018, prima che cominciasse la strategia di “massima pressione” del governo Trump. Anche se l’Iran ha tacitamente dato la sua approvazione, tre settimane fa, affinché gli altri produttori, membri e non, dell’OPEC aumentino in modo modesto la propria produzione, sta lavorando dietro le quinte per produrre come se non ci fosse un domani.

Ma l’Iran non è l’unico problema dell’OPEC. La Russia, che ha sempre guidato l’alleanza dei produttori di greggio non membri dell’OPEC, ha reso noto che intende supportare un ulteriore graduale incremento della produzione in occasione del vertice allargato dell’OPEC+ a gennaio.

Il motivo, spiegato dal Vice Primo Ministro russo Alexander Novak, è che i prezzi del greggio si trovano entro il range ottimale per Mosca di 45-55 dollari al barile. Il ministro del greggio saudita Abdulaziz bin Salman, che sta lavorando per mantenere al minimo qualsiasi aumento della produzione, non ha ancora risposto ai commenti di Novak, resi ieri. Sicuramente, è stata l’intenzione della Russia di produrre quanto voleva ad aver innescato la guerra della produzione con i sauditi all’apice dell’epidemia di COVID-19 a marzo, portando il prezzo del WTI in territorio negativo ad aprile per la prima volta nella storia.

Se i russi dovessero veder realizzato il loro desiderio di aggiungere ulteriori barili a gennaio, potrebbe essere difficile impedire agli altri paesi di chiedere altri aumenti per “approfittare” degli relativi prezzi alti, prima che il mercato vada sotto pressione nei prossimi mesi. In caso di rifiuto, questi paesi potrebbero procedere ad aumentare la produzione comunque e “vedersela” dopo con la direzione dell’OPEC, spiega l’economista del greggio ed analista geopolitico Osama Rizvi.

In un post sul blog su Seeking Alpha nel fine settimana Rizvi ha aggiunto:

“Un altro importante aspetto è la prospettiva di imbrogli da parte dei membri dell’OPEC+”.

“Con il recente aumento di 500.000 barili al giorno, lo spazio di manovra per superare la propria quota è solo aumentato. Il mese scorso, a novembre, i membri dell’OPEC hanno già pompato 670.000 barili al giorno in più rispetto ad ottobre 2020. La produzione libica dovrebbe raggiungere gli 1,3 milioni di barili al giorno. I membri esentati dai tagli alla produzione aggiungeranno 600.000 barili al giorno sul mercato”.

Lo scisto potrebbe seguire a ruota se l’OPEC dovesse procedere con un aumento della produzione

Il WTI che sfiora i 50 dollari al barile probabilmente spingerà anche i produttori di scisto USA ad estrarre di più dai loro pozzi. Dal tonfo del prezzo di aprile, lo scisto, un tempo formidabile nemico dell’OPEC nella produzione prima di diventare una specie di alleato del cartello tramite un accordo mediato da Trump, è stato piuttosto limitato nella produzione.

Ciononostante, il numero di impianti di trivellazione USA, utile per determinare la prossima produzione, è salito in 13 settimane su 14, raggiungendo 263 unità dalle 258 della settimana scorsa.

Dopo essere scesa dal massimo storico di poco più di 13 milioni di barili al giorno a marzo, la produzione statunitense si è stabilizzata intorno agli 11 milioni di barili al giorno, secondo i dati settimanali pubblicati dall’EIA, la Energy Information Administration. Con l’aumento del numero di impianti, anche la produzione dovrebbe salire.

Nessuna prova che la crescita della domanda sarà forte quanto la produzione di greggio

L’ipotesi, almeno per il momento, è che la ripresa della domanda di greggio sia fragile e potrebbe non essere in grado di sopportare una produzione a pieno ritmo.

All’inizio del mese, l’OPEC aveva abbassato le sue previsioni sulla domanda petrolifera 2021, parlando “dell’incertezza relativa all’impatto del COVID-19 ed al mercato del lavoro” riguardo alle prospettive per il carburante per mezzi di trasporto nelle economie sviluppate nel primo semestre del prossimo anno.

Il cartello ha tagliato le sue stime sulla crescita della domanda petrolifera globale a 5,9 milioni di barili al giorno, 350.000 barili al giorno in meno rispetto alla stima precedente. Nel suo report mensile, l’OPEC ha fissato la domanda petrolifera 2020 ad 89,99 milioni di barili al giorno, con un calo di 9,77 milioni di barili al giorno dal 2019 e poco meno della sua stima precedente.

La statunitense EIA e la parigina AIE (Agenzia Internazionale per l’Energia), concordano nel dire che la domanda petrolifera sarà di circa 10 milioni di barili al giorno inferiore rispetto al livello stimato alla fine dello scorso anno.

La nuova variante del COVID-19, che ha già spinto una quarantina di paesi a vietare i viaggi dal Regno Unito, fa prospettare l’arrivo di un’altra ondata di lockdown e restrizioni in Europa. E questo potrebbe danneggiare fortemente la domanda di carburante per veicoli a motore ed aerei, per non parlare dei danni economici.

La domanda globale di carburante per aerei, che rappresenta circa il 10% della domanda petrolifera, è ancora in calo e l’Agenzia Internazionale per l’Energia, con sede a Parigi, ha dichiarato che la diminuzione dei consumi di questo carburante contribuirà alla riduzione dell’80% dei consumi di greggio il prossimo anno.

L’uso globale delle strade, intanto, è sceso del 20-25%, secondo Primary Vision Network, che ha spiegato che potrebbe peggiorare arrivando al 30% se la situazione negli USA non dovesse migliorare.

La svolta per il 2021, rispetto al 2020, è rappresentata ovviamente dalla disponibilità dei vaccini. Man mano che le vaccinazioni di massa procederanno in tutto il mondo, la diffusione del virus, si spera, sarà annientata e arriverà la ripresa. Tuttavia, non si sa ancora in che modo la produzione dei vaccini nei prossimi mesi riuscirà a fare i conti con le potenziali varianti mutate del virus.

Inoltre, il danno inflitto all’economia globale potrebbe essere troppo grande per aspettarsi un rapido ritorno ai livelli pre-pandemia, senza enormi quantità di denaro governativo immesse nei paesi interessati. Negli USA, la politica ha complicato l’approvazione di quello che è solo il secondo pacchetto di aiuti per il coronavirus finora, anche se il nuovo presidente Biden ha promesso che farà di più.

Ci vorrà tempo per una ripresa del prezzo sopra i 50 dollari

L’analista del greggio di Bloomberg Julian Lee afferma che, sebbene l’approvazione di vaccini efficaci abbia segnato l’inizio di un mondo post-pandemia, “saremmo dei pazzi a pensare che, solo perché vediamo il traguardo, questo significa che l’abbiamo già raggiunto”.

Aggiunge:

“C’è ancora molta strada da fare ed i prossimi mesi saranno difficili, per la salute e il benessere sia delle persone che delle economie in tutto il mondo, nonché per la mia area di interesse, il settore petrolifero”.

Per ora, i riferimenti del greggio che contano (lo statunitense West Texas Intermediate ed il londinese Brent) sembrano destinati a chiudere il 2020 con un crollo del 20% ciascuno, nonostante la fenomenale ripresa degli ultimi dieci mesi.

Il Brent oscilla a poco più di 50 dollari al barile, mentre il WTI si trova ad almeno un paio di dollari al di sotto di questo livello.

Rizvi, l’economista che abbiamo citato, fa notare che la soglia psicologica dei 50 dollari è “importantissima”.

Aggiunge: 

“Assumere una posizione long vicino ai 50 dollari potrebbe essere pericoloso per gli investitori. Una correzione arriverà presto, ne abbiamo visto una chiara indicazione quando i prezzi sono scesi di recente.

“Potrebbe essere innescata da qualunque notizia o sviluppo che possano far cambiare i sentimenti, come ad esempio uno scambio di battute tra Cina e Stati Uniti circa lo scontro commerciale in atto, o la possibilità di un ulteriore aumento della produzione dell’OPEC+ e/o l’eventualità che uno dei membri dell’OPEC cominci a imbrogliare. Anche ulteriori complicazioni per quanto riguarda il virus potrebbero avere un impatto sul sentimento”.

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