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giovedì 26 novembre 2020

La Germania ora ha paura della Cina

 

L’anno scorso la federazione degli industriali tedeschi elaborò un documento strategico per far fronte alla dipendenza economica della Germania nei confronti della Cina. Il documento riecheggia l’ultimo discorso all’Unione dell’ex Presidente Trump, nel quale sottolineò come la Cina fosse un rivale che sfidava gli interessi nazionali.

A lungo Trump cercò non solo di combattere la Cina con dazi doganali e “spintoni” diplomatici, ma invitò anche i paesi europei a reagire prima che fosse troppo tardi.

L’ago della bilancia allora come oggi lo fanno le case automobilistiche tedesche, entrate in un vortice buio di decrescita che perdura da anni, finalmente vedono al di là della nube oscura grazie proprio agli acquisti dei consumatori cinesi.

Un colpo di fortuna inaspettato nell’anno della pandemia, tale da far esclamare ad Ola Kallenius, amministratore delegato di Daimler "È quasi troppo bello per essere vero", nel giorno in cui il produttore di auto tedesco ha presentato le trimestrali che hanno mostrato un aumento del 23%, proprio grazie al mercato cinese. 

Il coronavirus ha impedito ai ricchi cinesi di farsi una costosa vacanza all'estero, spostando i loro acquisti verso lussuose auto Mercedes Classe S.

In 40 anni la Germania è cresciuta in Cina ma a quale prezzo?

Gli affari delle compagnie tedesche – entrate in Cina fin dagli anni Settanta – procedono a gonfie vele. Bmw ha aumentato la produzione dopo aver ottenuto di arrivare al 75% nella sua joint venture con una compagnia locale, la Brilliance, per la fabbricazione di macchine elettriche.

Basf investirà 10 miliardi di dollari per costruire, nella provincia del Guangdong, il suo terzo impianto chimico più grande nel mondo. Il made in Germany è stato addirittura ospite d’onore, con 170 espositori, all’Expo delle importazioni di Shanghai l’anno scorso. 

La forte domanda cinese ha aiutato le industrie tedesche e i loro fornitori a compensare le perdite dei mercati europei e statunitensi, ancora molto deboli a causa della pandemia.

Non è però tutto rose e fiori, questo aumento delle vendite ha anche riacceso le preoccupazioni che l'industria tedesca sia troppo dipendente dalla Cina. Inoltre ha sollevato dubbi sulla volontà di Berlino di rispondere alla crescente pressione dell’Unione Europea nell’utilizzare una linea più forte verso Pechino, abbracciando un nuovo partenariato transatlantico guidato dalla nuova America di Biden.

La Cina è il mercato automobilistico più importante al mondo, è un banco di prova per i veicoli elettrici e quelli a guida autonoma, un mercato troppo ghiotto per questi giganti sofferenti da scandali e bassi ricavi da anni.

La dipendenza delle case automobilistiche tedesche in Cina rimane comunque alta e preoccupante e i politici si stanno muovendo. 

La stessa cancelliera Angela Merkel, fiduciosa che le potenze occidentali possano plasmare la condotta della Cina attraverso il commercio e gli investimenti, il mese scorso ha esortato le imprese tedesche a diversificare e spingersi verso altri mercati asiatici.

Tuttavia nei veicoli a energia pulita, nella robotica e in tanti altri settori, la manifattura avanzata cinese insegue ormai da vicino quella dei paesi più sviluppati, grazie agli investimenti in ricerca e sviluppo e alla pianificazione messi in campo dal Partito comunista (nell’ambito del piano “Made in China 2025”), nonché alle conoscenze acquisite da colossi dell’innovazione come Siemens, Basf e Volkswagen (DE:VOWG).

Il tradizionale scambio di tecnologia (tedesca) in cambio di mercati (cinesi) non è più vantaggioso come in passato, perché favorisce il catch up cinese e perché in Germania sono sempre più convinti che le aperture progressive promesse agli stranieri nella Nuova era di Xi rimarranno solo parole al vento.

Le case automobilistiche tedesche sono particolarmente sensibili alle pressioni cinesi. La gestione di più stabilimenti richiede la buona volontà delle autorità.

I marchi desiderabili rappresentano un facile bersaglio per qualsiasi reazione dei consumatori. L'ambasciatore cinese a Berlino lo scorso anno sottolineò che le marche tedesche sarebbero a rischio se la Repubblica Federale si piegasse alle pressioni degli Stati Uniti e bandisse Huawei dalla sua rete di telecomunicazioni 5G.

La confindustria tedesca non soltanto invita i suoi associati a mettere in campo tutte le iniziative necessarie a fronteggiare la concorrenza cinese, ma suona anche il campanello d’allarme contro la Nuova via della Seta, che mirerebbe ad accrescere l’influenza geopolitica di Pechino e a modellare i mercati di paesi terzi secondo i propri interessi.

Ma ormai è tardi, la pandemia ha accentuato il dilemma per l'Europa di conciliare la sua dipendenza economica dal mercato cinese con il suo desiderio di una maggiore autonomia geopolitica.

L'Europa è un importante fornitore di investimenti esteri e creazione di posti di lavoro in Cina. È anche un grande mercato per gli esportatori cinesi e una fonte vitale di know-how tecnico, in particolare nei macchinari avanzati, in cui la Germania eccelle. 

Pechino potrebbe cercare di ridurre la sua dipendenza dalla tecnologia industriale straniera, ma rĺllimane uno sforzo difficile, costoso e che richiede tempo.

Conclusione

Per concludere si attendono risposte dal governo tedesco, ormai prossimo al cambiamento al vertice. Quello che appare evidente è che Xi Jinping ha la forza di destabilizzare vecchi equilibri e mettere in discussione relazioni consolidate, la Germania si è svegliata tardi e ormai, come molti paesi nel mondo, è succube della Cina.

Non si può combattere il paese da cui provengono un terzo dei prodotti che consumiamo ogni giorno. Non si può combattere il paese col più alto numero di consumatori al mondo, che sta monopolizzando l’Africa e che ha appena concluso il più grande accordo commerciale della storia in Asia.


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