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lunedì 9 novembre 2020

I cambiamenti climatici sono economicamente devastanti anche a breve termine

 

I cambiamenti climatici sono economicamente devastanti anche a breve termine
I cambiamenti climatici sono economicamente devastanti anche a breve termine

L’economista di Schroders Irene Lauro ha analizzato le conseguenze finanziarie di disastri naturali come alluvioni e cicloni tropicali

Si parla sempre degli effetti economici devastanti a cui potrebbero portare i cambiamenti climatici a lungo termine, considerando poco invece quelli nel breve periodo. Cicloni tropicali e uragani, figli del costante aumento della temperatura combinata di terra e oceano, hanno già dimostrato più volte quali possono essere le conseguenze immediate del riscaldamento globale.

EVENTI CATASTROFICI IN COSTANTE AUMENTO

Dagli anni ’80 a oggi il numero medio dei cicloni tropicali in un decennio è salito da 14 a 23, mentre il numero delle alluvioni è quasi raddoppiato. Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), i rischi associati agli eventi climatici estremi continueranno a crescere con l’aumento della temperatura media globale.

L’ANALISI DI SCHRODERS

Calcolare i danni economici causati dai cambiamenti climatici è complesso, considerando la mancanza di dati, i problemi di misurazione e la loro imprevedibilità. Schroders si è impegnata a quantificare i danni finanziari diretti indotti da alluvioni e cicloni. “Sulla base dei dati della società di riassicurazione Munich Re abbiamo scoperto che le perdite economiche medie sono aumentate negli ultimi decenni”, ha commentato Irene Lauro, economista della multinazionale di gestione del risparmio. “Nello specifico, il danno medio causato dalle alluvioni negli Stati Uniti è stato circa di 4 miliardi di dollari negli anni ’90, in crescita rispetto ai 360 milioni degli anni ’80, mentre nel primo decennio degli anni 2000 le perdite sono state più di 1,2 miliardi”.

CINA E STATI UNITI

Tra i paesi interessati dall’analisi di Schroders, la Cina sembra essere il paese più colpito dalle alluvioni, con una perdita media di 11 miliardi di dollari negli anni ’90 e di 3,6 miliardi nel periodo 2000-2010. Gli Stati Uniti invece sono invece i più colpiti dai cicloni tropicali, con un danno stimato di 24 miliardi di dollari nel primo decennio del nuovo secolo, in rialzo dai 2 miliardi degli anni ‘80.

I LATI NEGATIVI DI SVILUPPO E CRESCITA

Per Lauro, oltre alle catastrofi naturali, molti altri fattori contribuiscono ad aumentare i danni economici, come lo sviluppo e la crescita dei Paesi e l’accumulazione di ricchezza. Questi due elementi implicano infatti un maggior numero di asset e persone esposti agli eventi climatici. L’economista di Schroders ricorda come la letteratura accademica sull’economia climatica mostri che l’aumento di popolazione, il benessere economico e lo sviluppo in alcune aree ad alto rischio siano state tra i principali motivi di danni economici. È possibile che perdite maggiori riflettano un maggior numero di asset potenzialmente danneggiabili.

LA ‘DISTRUZIONE CREATIVA'

Parte della letteratura economica sui cambiamenti climatici mostra che i disastri naturali potrebbero di fatto sostenere la produttività delle aziende e promuovere la crescita sul lungo termine, dato che le società che sopravvivono alle catastrofi tendono ad aggiornare i propri stock e ad adottare nuove tecnologie. Tale teoria viene chiamata ‘distruzione creativa’.

‘NESSUNA RIPRESA’

Irene Lauro non crede alla teoria della ‘distruzione creativa’ e chiama in causa un recente studio che dimostra come nei Paesi tropicali colpiti da disastri naturali non ci sia stata ripresa nei successivi 20 anni. Questo perché i meccanismi di ripartenza economica non riescono a compensare gli effetti negativi dell’evento catastrofico. L’analisi dell’economista di Schroders sembra sostenere l’ipotesi di ‘nessuna ripresa’, mostrando che una deviazione standard in un anno di esposizione al ciclone abbassa il Pil di 3,6 punti percentuali a 20 anni di distanza, riportando un Paese medio indietro di due anni di crescita.

http://www.financialounge.com/

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