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lunedì 12 ottobre 2020

Philipp Heimberger: "Un parametro Ue ha costretto l'Italia a vivere al di sotto dei suoi mezzi, ora anche Lagarde lo ammette"

 L’ultima ad aver ammesso, come se nulla fosse accaduto, che il modello alla base delle ricette economiche di Bruxelles delll’ultimo decennio si è rivelato, alla fin fine, del tutto sballato è stata la presidente della Bce Christine Lagarde. Dopo l’esplodere dell’epidemia, la Commissione Europea ha deciso di disattivare le regole che disciplinano le politiche degli Stati membri fin dalla crisi finanziaria. Regole che, applicate all’Italia, hanno fatto rima con riforme improntate all’austerità: tagli alla spesa pubblica o aumenti di tasse. I vincoli di bilancio però sono soltanto sospesi e, anche se a Bruxelles si è aperto uno spiraglio per una revisione, non è chiaro quale strada verrà presa. Una cosa è invece chiara: “Dobbiamo sbarazzarcene”, dice Philipp Heimberger, economista dell’Istituto di studi economici internazionali di Vienna e dell’Istituto comprensivo di analisi economica (Johannes Kepler University Linz). L’esperto di politica economica europea ha spiegato all’HuffPost come un modello econometrico disfunzionale e controverso ha costretto per anni l’economia italiana in un circolo vizioso che ne ha compromesso la ripresa favorendo contemporaneamente un incremento esponenziale del debito pubblico.

Da tempo, e non da solo, segnali gli errori commessi dalla Commissione Europea nel calcolo di alcuni parametri alla base delle regole fiscali che gli Stati membri, Italia compresa, sono costretti ad adottare. Puoi spiegare in parole semplici di cosa si tratta?

Partiamo da questo: sebbene il tasso di disoccupazione fosse vicino al 10% e l’inflazione molto bassa prima dell’arrivo del coronavirus la Commissione non ha visto nessun sottoutilizzo delle risorse economiche in Italia. In termini tecnici, la Commissione ha affermato che non esiste un “output gap”, ovvero non c’è un sottoutilizzo di capacità produttiva, e quindi l’economia italiana sta producendo al massimo della sua potenzialità senza generare tensione sui prezzi. Peccato che l’output gap non è un parametro osservabile e la Commissione ha fornito stime che sono state fortemente contestate. 

Ancora non è chiaro. Perché c’è clamore su quello che sembra un dettaglio tecnico? 

Perché ha enormi implicazioni politiche. Se non vi è alcun output gap - ovvero nessuna sottoutilizzazione delle risorse economiche  - si dice che l’intero deficit fiscale sia “strutturale”. E gli obiettivi di bilancio a medio termine nel quadro delle norme Ue si riferiscono a questo aspetto “strutturale”, cioè a saldi di bilancio basati su questo modello. Se non soddisfi gli obiettivi, devi mettere in atto misure aggiuntive di aggiustamento fiscale.

Un paio di anni fa abbiamo visto uno scontro feroce tra Roma e Bruxelles sui numeri della legge di Bilancio. E anche nel 2019 ci sono state divergenze sulle cifre. 

E gran parte del conflitto tra governo italiano e Commissione sul rispetto o meno delle regole atteneva proprio alle stime relative all’output gap. Se si esaminano i documenti, appare chiaro che le autorità italiane hanno contestato la Commissione sostenendo che l’output gap era notevolmente più ampio. Di conseguenza ci sarebbe stato più spazio per politiche fiscali espansive e maggiore flessibilità.

Eppure Bruxelles ha opposto resistenza. Anche diverse ricerche scientifiche, e non da oggi, mettono in dubbio i calcoli della Commissione.

La ricerca suggerisce che i problemi di calcolo hanno portato a una distorsione sistematica: i decisori politici di Bruxelles hanno utilizzato stime dell’output gap troppo piccole, suggerendo così che misure fiscali espansive non potessero stimolare l’attività economica senza causare un “surriscaldamento” del mercato del lavoro e dell’economia. La presidente della Bce Lagarde ha riconosciuto l’errata misurazione dell’output gap in un recente discorso. La conseguenza è stata che la politica fiscale in Italia e in altri paesi dell’Ue è stata viziata per anni da una austerità distorsiva.

Si è quindi innescato un circolo vizioso, politiche fiscali restrittive hanno aggravato i problemi finanziari dell’Italia dalla crisi del 2008 in poi.

Prima dell’inizio della crisi finanziaria, la Commissione stimava un trend di crescita costante di ciò che l’economia italiana poteva produrre senza innescare un’inflazione fuori controllo. Tuttavia, con l’aggravarsi della crisi economica la Commissione in più fasi ha rivisto al ribasso le stime ufficiali della produzione potenziale dell’Italia. L’output gap è stato quindi considerato molto ridotto. Ciò ha prodotto ulteriori pressioni per un aggiustamento fiscale. 

La ricetta si è rivelata sbagliata.

Quando ci sono elevata disoccupazione e pressioni deflazionistiche non è un buon momento per tagliare la spesa pubblica e aumentare le tasse. In periodi avversi, il consolidamento fiscale porta a una crescita più bassa, a un aumento della disoccupazione e a gettiti fiscali inferiori. 

Si diceva che bisognava tagliare perché l’Italia ha un debito pubblico troppo grande.

Invece, da questo punto di vista, è stato controproducente: se l’economia non cresce, un Paese non può uscire dallo stagno del debito. L’Italia non è stata così “dissoluta” come spesso si sostiene. Ma l’onere degli interessi - elevato a causa del debito ereditato dagli anni ’80 - ha ripetutamente spinto il saldo di bilancio complessivo in territorio negativo. L’austerità può effettivamente peggiorare la sostenibilità del debito pubblico soffocando la crescita. 

Un circolo vizioso, appunto

Esatto: stime ridotte dell’output gap richiedono ulteriori misure di risanamento di bilancio, il risanamento di bilancio mina la ripresa economica e alla fine incide negativamente sulla sostenibilità del debito pubblico.

Oggi la gravità della pandemia sembra aver reso più urgente una modifica delle regole. Anche la Commissione, incoraggiata dalla Bce, sembra finalmente intenzionata a modificare il Patto di stabilità e crescita. Quali sono i rischi se fallisce? 

Il rischio è di assistere a nuovi cicli di austerità fiscale, e sarebbe controproducente. La ripresa economica richiederà un sostegno fiscale esteso e politiche espansive. Per il momento le norme sulle politiche di bilancio sono sospese. Ma una volta che saranno riattivate, la loro applicazione metterà una pressione enorme sugli aggiustamenti fiscali per l’Italia e gli altri Paesi. Ciò contrasterebbe anche l’impulso positivo del Recovery Fund. Le persone che hanno subito un calo dei redditi e disoccupazione hanno già sofferto abbastanza negli ultimi anni. 

Spesso si sente dire - soprattutto nel Nord Europa - che l’Italia sia un “Paese che vive al di sopra dei suoi mezzi”. È così o si tratta di un pregiudizio?

Le opinioni dominanti nel Nord Europa sono, purtroppo, basate spesso su immagini distorte dell’Italia. Per capirlo, bisogna considerare vari elementi. Primo, l’Italia non ha vissuto al di sopra dei propri mezzi. Dal 2012, l’Italia ha costantemente registrato surplus commerciali, esportando più di quanto importa. In altre parole: l’economia italiana consuma meno di quanto produce, quindi semmai vive al di sotto dei suoi mezzi. 

Chiaro.

Secondo: l’elevato debito pubblico italiano è principalmente un’eredità degli anni ’80. Da allora, l’Italia è stata più “frugale” di qualsiasi altro paese dell’Ue. Dal 1992 in poi ha costantemente registrato avanzi primari. Vuol dire che, se si toglie la spesa per interessi, ha sempre avuto entrate fiscali superiori alle spese. L’Italia ha risanato le sue finanze più della Germania e dei “quattro frugali” (Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia). L’elevato rapporto debito/Pil è impressionante perché la crescita è stata molto fiacca negli ultimi vent’anni. E invece di ridurlo, le politiche di austerità hanno contribuito alla stagnazione economica impedendo al debito di invertire la rotta.

Poi?

In terzo luogo, i governi hanno anche assecondato i requisiti europei per liberalizzare il proprio mercato del lavoro. Nel 2014, il governo Renzi ha ridotto le tutele per i lavoratori, in linea con il processo di liberalizzazione iniziato negli anni ’90. Queste “riforme strutturali” non solo hanno ridotto l’inflazione e i salari reali. Hanno anche spinto verso il basso la disoccupazione grazie a nuovi posti di lavoro precari, a tempo: all’inizio della crisi del 2008 il vostro tasso di disoccupazione era inferiore a quello di Germania e Francia. Tuttavia, la possibilità di ricorrere a manodopera a basso costo ha disincentivato le aziende dal fare investimenti sui lavoratori, con un impatto negativo sulla produttività che è alla base della crescita a lungo termine. 

Credi che dietro l’ostinazione di alcuni Paesi in particolare del Nord Europa nel non voler deviare dalle perverse regole fiscali in vigore ci siano interessi politici o l’intento di penalizzare i Paesi periferici dell’Eurozona?

Non dobbiamo cedere alle teorie del complotto. Sì, ci sono visioni distorte del Sud Europa in molte aree del Nord. E su questo c’è da lavorare. Ma non esiste un grande schema di interessi economici e politici nel Nord che sta lavorando per penalizzare gli italiani o altre nazioni solo per il gusto di farlo. Bisogna focalizzarsi su altro.

Su cosa?

Bisogna sbarazzarsi delle problematiche idee alla base dell’attuale quadro politico istituzionale e macroeconomico in Europa. A partire dai parametri non osservabili come l’output gap e dall’eccessiva attenzione a politiche fiscali restrittive e alla stabilità dei prezzi. E concentrarsi invece sulla piena occupazione e su politiche di redistribuzione per una maggiore equità sociale.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Claudio Paudice
Giornalista, L'HuffPost

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