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martedì 13 ottobre 2020

Invasione cinese a Wall Street

 

Invasione cinese a Wall Street

Negli ultimi quattro anni 102 aziende cinesi hanno scelto di quotarsi sulla Borsa di New York, attirate da un mercato di capitali che non ha eguali al mondo

Il richiamo di Wall Street è più forte dei contrasti tra Stati Uniti e Cina. Secondo quanto riportato dal Financial Times, in base ai dati forniti dalla società Dealogic, durante i quasi quattro anni di amministrazione Trump sono state ben 102 le aziende cinesi che si sono quotate a Wall Street, praticamente lo stesso numero (105) registrato durante gli otto anni di presidenza Obama.

RACCOLTI 25,5 MILIARDI DI DOLLARI

Negli ultimi quattro anni le società cinesi protagoniste di Ipo a Wall Street hanno raccolto 25,5 miliardi di dollari, meno rispetto ai 41 miliardi dell’era Obama, dato però “gonfiato” dalla maxi quotazione di Alibaba, che nel 2014 ha raccolto 21 miliardi di dollari. E presto potrebbero arrivare altre quotazioni, come quella del gigante del risparmio gestito Lufax.

220 AZIENDE CINESI A WALL STREET

Nonostante le continue tensioni tra la Casa Bianca e Pechino e alcuni scandali finanziari che hanno coinvolto società cinesi quotate a New York (Luckin Coffee, per esempio), il numero di aziende del paese asiatico presenti a Wall Street è oggi arrivato a 220. La capitalizzazione di mercato, quasi raddoppiata visto che si tratta di società che fanno parte del listino tecnologico Nasdaq, è di 2,2 miliardi di dollari (dati forniti dalla United States-China Economic and Security Review Commission).

IL RICHIAMO DELLE PERFORMANCE

Ad attirare le aziende cinesi verso Wall Street sono senza alcun dubbio le performance di mercato migliori, soprattutto per le aziende tecnologiche. Secondo diversi esperti, una vittoria alle elezioni di Joe Biden porterebbe un’ulteriore accelerata alle quotazioni cinesi sulla Borsa Usa. In questa fase di stallo, infatti, molte grandi società cinesi stanno optando per una quotazione ad Hong Kong per non rischiare di incappare in sanzioni o delisting.

Antonio Cardarelli

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