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giovedì 8 ottobre 2020

"Così non ha senso discutere". Salta il tavolo sul Bilancio Ue, Recovery Fund più lontano

 

(Photo: Anadolu Agency via Getty Images)

Lo stallo infinito ora si fa anche drammatico: “Non ha senso parlarsi se una parte mostra poca disponibilità al compromesso”, è sbottato un membro della delegazione parlamentare, il deputato tedesco dei Verdi Rasmus Andresen, dopo il settimo round dei negoziati con il Consiglio europeo conclusosi subito dopo aver appurato che le posizioni erano ancora una volta inconciliabili. Per  José Manuel Fernandes dei Popolari servono “margini e ampia flessibilità” per affrontare le sfide nei prossimi sette anni, “non i trucchetti”. La presidenza tedesca rispedisce le accuse al mittente: “E’ deplorevole che l’Europarlamento  abbia perso l’opportunità di portare avanti oggi i negoziati sul bilancio. L’offerta di compromesso è valida”. Ma, chiarisce, “per ballare il tango bisogna essere in due”. La trattativa sul bilancio pluriennale dell’Ue sembra essere arrivata a un punto morto. E’ stata sospesa per una settimana, nella speranza che la Commissione Europea riesca a trovare un compromesso. Ma più si allontana l’intesa, più si allontana il Recovery Fund.

Già dal mattino erano emerse l’amarezza e la delusione dei parlamentari per una proposta “inaccettabile” che non presenta “nulla di nuovo”. Il team per i negoziati sul bilancio degli eletti Ue ha respinto categoricamente l’ultima offerta arrivata dalla presidenza tedesca dell’Ue per sbloccare lo stallo delle trattative a cui è appeso anche il via libera al Next Generation Ue. Mercoledì l’ambasciatore del Consiglio Michael Clauss ha inviato al presidente della Commissione Bilancio dell’Europarlamento Van Overtveldt una lettera in vista del settimo round di negoziati con il Consiglio e la Commissione Ue di oggi. La risposta, prevedibile, è una secca bocciatura: “Mi spiace constatare - scrive Van Overtveldt - che, nonostante i sei dialoghi trilaterali, il Consiglio non si sia mosso e non ci sia nulla di nuovo nella sua proposta”.

Il negoziato è complesso e si intreccia con un secondo “trilogo” tra deputati, Commissione e Consiglio sul rispetto dello stato di diritto all’interno dell’Ue. L’offerta, sebbene votata al fallimento sin dall’inizio, aveva come obiettivo quello di superare le resistenze degli europarlamentari su due dossier: il sottofinanziamento di alcuni “programmi faro” dell’Ue e la necessità di introdurre sanzioni economiche per i Paesi come Ungheria e Polonia che non rispettano gli standard democratici europei. Come? Alla vecchia maniera: più soldi nel piatto per chiudere un occhio sui diritti. Problema, l’offerta era irrisoria. Gli Stati membri si sono detti aperti alla possibilità di mettere una cifra inferiore ai 10 miliardi (ma senza dire quanto con esattezza) e non prima del 2024. Troppo poco per i deputati che chiedevano almeno 38,5 miliardi per finanziare ulteriormente 15 programmi bandiera dell’Ue (Erasmus, Horizon, ecc): “Contrariamente a quanto suggerisci, potenziare i programmi faro senza toccare i massimali del Quadro finanziario pluriennale - o senza collocare i costi per Next generation al di fuori dei massimali del bilancio Eu - non è né fattibile né accettabile per il Parlamento”. 

Nella sua risposta Van Overtveldt ha citato poi la sua “impazienza” per i colloqui sullo stato di diritto. Sembra intenzione del Parlamento - e ieri una relazione votata da oltre 500 deputati sulla necessità di sanzioni efficaci per gli stati membri che lo violano ha rafforzato il concetto - legare i fondi europei del bilancio 2021-2027 e del Recovery Fund al rispetto degli standard democratici negli Stati membri. Nessun via libera sul budget, hanno più volte minacciato i deputati, senza sanzioni economiche sullo stato di diritto. Ma la presidenza tedesca ieri ha chiuso anche questa porta: “E’ chiaro che non ci può essere un meccanismo sanzionatorio finanziario. Il meccanismo di condizionalità non può essere un articolo 7 riproposto in altri termini”. Tradotto: per applicare sanzioni a Ungheria e Polonia c’è già la procedura prevista dal Trattato dell’Ue. Il problema è che richiede l’unanimità degli Stati membri per essere attivata. 

Da questo dipende però anche l’accordo sul Recovery Fund che l’Italia attende con impazienza, visto anche l’aumento repentino dei contagi e lo spettro di nuove chiusure. Si potrà arrivare a “un rapido accordo a vantaggio dei cittadini europei” solo se “il Consiglio presenterà una proposta veramente sostenibile per rafforzare i programmi ‘bandiera’” che saranno “disperatamente necessari nei prossimi sette anni”. Senza un accordo tra Parlamento e Consiglio Ue, l’intero bilancio pluriennale e il Recovery Fund concordati al vertice di luglio tra i 27 stati membri non potranno procedere l’iter legislativo di ratifica da parte dei Parlamenti nazionali entro la fine del 2020. 

Non è finita: per avviare il programma europeo di risposta al Covid (Next Generation UE) resta ancora da trovare l’accordo politico sulle cosiddette “Risorse Proprie”, cioè quelle risorse che serviranno a ripagare nei prossimi anni i prestiti che Bruxelles reperirà sui mercati e girerà agli Stati membri in attuazione ai rispettivi Recovery Plan. Sulla plastic tax l’intesa è stata raggiunta, ma restano ancora diversi nodi da affrontare sulla digital tax, le tasse sulle transazioni finanziare, la carbon tax e il sistema di scambio delle emissioni inquinanti (ETS). Anche su questi capitoli resta da trovare l’intesa, ma quello che preme di più sono i negoziati tra Parlamento e Consiglio sul bilancio, al momento naufragati. Senza una intesa sul budget, il Recovery Fund rischia di arrivare tardi. 

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

Claudio Paudice

Giornalista,

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