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martedì 29 settembre 2020

Lagarde resiste ai falchi, ma è rivolta nella Bce

 

(Photo: KAY NIETFELD via Getty Images)

Il dissenso, come l’ottimismo, è il sale della vita. Alludendo ai rumors che parlano di una nuova e grave frattura nel Consiglio direttivo della Bce, Christine Lagarde ha glissato con garbo: “Il dissenso tra i membri del Consiglio è salutare”. Davanti alla Commissione economica del Parlamento Europeo la presidente dell’Eurotower ha aperto alla possibilità di estendere il suo programma pandemico di acquisto titoli (Pepp) oltre la scadenza, ora prevista per giugno 2021. Sull’economia dell’eurozona incombe la minaccia sempre più concreta di una seconda ondata dell’epidemia, con conseguenti restrizioni e possibili lockdown, oggi la principale fonte di incertezza su una ripresa sostenuta dell’economia dell’euro. Lagarde si è perciò mostrata nella sua veste “dovish”, accomodante, invitando i governi a non ritirare troppo presto il sostegno fiscale, rassicurando sul debito pubblico che sta salendo alle stelle (“più del debito/pil è al servizio del debito che bisogna fare attenzione, e ai tassi attuali il costo è basso”), ma soprattutto assicurando il sostegno della sua politica monetaria “fino a quando la crisi non sarà finita”, pronta “ad aggiustare i suoi strumenti” e senza intervenire su quelli attuali “almeno” fino al giugno 2021, “anche dopo se necessario”.

Lagarde si serve della comunicazione come estintore per placare il nuovo incendio scoppiato nel Direttivo di Francoforte. I rumors raccolti dalla Reuters e da Politico.eu da ben otto addetti ai lavori concordano su un punto: sulla presidente e sul suo capo economista Philip Lane si stanno addensando attacchi da ogni fronte, tra chi “falco” vorrebbe l’allentamento dello sforzo finora profuso, e chi “colomba” ritiene invece che lo sforzo finora profuso non sia ancora abbastanza. I più duri, da rintracciare nel gruppo dei banchieri centrali di Germania, Austria e Olanda, avrebbero chiesto un “silenzioso” rallentamento nel ritmo degli acquisti, sulla base di alcuni dati economici positivi arrivati durante l’estate. L’obiettivo appare abbastanza ovvio: diminuire gli acquisti prima per incrementarli poi, durante la seconda ondata, ma senza così aumentare le dimensioni del Pepp (1,35 trilioni di euro) che nel nord Europa già hanno digerito a fatica. Le parole di Lagarde oggi non sembrano andare in questa direzione. Per dire, dati di oggi, nell’ultima settimana la Bce ha effettuato acquisti per 16,72 miliardi di euro nell’ambito del Pepp, in rialzo rispetto ai 16,09 miliardi della settimana precedente.

Lagarde avrebbe però anche resistito a chi già oggi chiedeva di prepararsi ad un aumento fino a due trilioni del Pepp, per dare un segnale di incoraggiamento ai mercati. Pesano infatti i rischi legati all’inflazione - o meglio, deflazione - in cui è caduta l’eurozona: un andamento che la Bce non riesce a invertire, e a cui i mercati non sembrano attribuire la capacità di rimediare nell’immediato. Il costante rafforzamento dell’euro sul dollaro preoccupa diversi esponenti del consiglio direttivo. Alcuni, riporta sempre Reuters, avrebbero voluto una presa di posizione più forte di Lane sull’euro dopo la riunione di settembre, ma quest’ultimo si sarebbe opposto. La posizione dell’Eurotower sul tema per ora non è cambiata, e l’ha ribadita anche oggi Lagarde in Commissione: “La Bce non ha un target per il cambio dell’euro, ma chiaramente il valore esterno della moneta è una determinante importante del processo dei prezzi nell’area euro, ha un impatto sull’inflazione e per questo ne monitoriamo i movimenti da vicino, l’apprezzamento e il deprezzamento”. Del resto, l’inflazione annua “in agosto si è attestata a -0,2% e si prevede che rimanga negativa nei prossimi mesi”, per effetto dei “precedenti declini dei prezzi energetici, di un euro più forte e di una riduzione temporanea delle aliquote Iva in Germania”. 

I malumori sono stati rivolti anche all’indirizzo del membro italiano del board Fabio Panetta, per il quale - ha detto pochi giorni fa - sarebbe meglio che la Bce, se deve sbagliare, sbagli facendo troppo che facendo troppo poco. I falchi non hanno gradito, ritenendola una deviazione dalla linea comunicativa concordata dal comitato direttivo. 

Di certo i segnali non sono incoraggianti. Le economie del Vecchio continente torneranno ai livelli pre-Covid solo “nel tardo 2022”, “l’impatto del coronavirus si sente ancora, le aziende sono in difficoltà, le persone perdono il lavoro e il futuro è incerto”, ha detto Lagarde.

Il rischio di una seconda ondata rischia perciò di rendere necessarie ulteriori misure di accomodamento monetario. Ma soprattutto di avvicinare una resa dei conti nel Consiglio che Lagarde era riuscito a evitare in occasione del lancio del Pepp. Lo scontro sopito è quindi ripreso e ne sono una prova le continue fughe di notizie, a volte anche poco realistiche. Come quella sulla possibilità di prolungare il Pepp a tempo indeterminato, già respinta da Yves Mersch, membro del board in scadenza il prossimo 14 dicembre (per il suo posto sono arrivare due candidature, una olandese - Elderson - e una slovena - Jazbec). Del resto aprirebbe la strada a un nuovo contenzioso legale dopo quello appena in Germania sulla sentenza della Corte costituzionale federale che aveva dichiarato illegale il Qe di Mario Draghi. Lagarde per ora sceglie la linea attendista. Ma non l’aiuterà per sempre. 

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.

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