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martedì 2 giugno 2020

Borse in rialzo, giù il dollaro su resilienza della propensione al rischio

La settimana di contrattazioni è iniziata all’insegna di toni per lo più positivi, nonostante le crescenti tensioni fra USA e Cina, l’inasprirsi dei disordini negli USA dopo la morte di George Floyd e l’accentuarsi delle pressioni dai dipendenti di Facebook (NASDAQ:FB) sul mancato intervento della società ai commenti del presidente Trump.
Sul fronte dei dati, lunedì le cifre definitive riferite agli indici PMI manifatturieri di maggio nei paesi europei più colpiti dalla crisi hanno superato le attese, nonostante i dati meno promettenti in Germania, Giappone e USA. Gli investitori continuano a concentrarsi sulle riaperture globali, sul fatto che il numero di nuovi casi di Covid rimanga stabile mentre le economie riaprono, e, ovviamente, sui massicci aiuti fiscali e monetari da banche centrali e governi.
Il sentiment positivo prevale sull’accordo vacillante di fase uno fra Pechino e Washington, con la Cina che ha deciso di rallentare il ritmo degli acquisti di prodotti agricoli USA, dopo le interferenze di Washington nei suoi “affari interni” circa la nuova legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong, costatole lo status di città speciale.
I titoli energetici e finanziari continuano a surclassare il movimento positivo del mercato – segno che gli investitori scommettono su un ulteriore recupero del mercato sulla scia del miglioramento del sentiment rispetto alla ripresa dalla crisi del coronavirus.
I futures sui listini azionari USA sono in calo marginale, anche se i futures sul Nasdaq mostrano minore vulnerabilità. I futures su FTSE (+0,52%) e DAX (+0,61%) segnalano un avvio positivo in Europa.
Il dollaro USA viene venduto contro gran parte delle altre valute, sebbene altri beni rifugio, fra cui i titoli del Tesoro USA, lo yen, il franco svizzero e l’oro, continuino a essere richiesti. Il metallo giallo trova supporto vicino ai $1725 all’oncia, anche se gli acquirenti perdono interesse all’avvicinarsi del livello a $1750, a causa dell’incertezza circa una nuova ondata di vendite, malgrado le notizie poco promettenti dal fronte sino-americano.
Lunedì l’EUR/USD è avanzato fino a 1,1153 sulla scia del diffuso indebolimento dell’USD. Dal punto di vista tecnico, la forte resistenza di Fibonacci a 1,1160 (38,2% del ritracciamento sulla svalutazione di marzo) offre riparo a qualche offerta di breve termine. Potremmo assistere a una debole correzione al ribasso, in quanto l’indice giornaliero RSI segnala condizioni di mercato ipercomprato. Il rafforzamento del momentum positivo fa però ritenere che la moneta unica possa superare le offerte a 1,1160 e procedere verso 1,1200/1,1220, la media mobile a 100 settimane.
Analogamente, il cable deve la sua forza recente alla svalutazione globale del biglietto verde. La coppia GBP/USD è stata scambiata sopra la sua media mobile a 100 giorni (1,2485) per la prima volta da marzo. L’appetibilità della sterlina sarà però probabilmente circoscritta vicino al - e sopra il - livello a 1,25, perché la quarta tornata di negoziati sulla Brexit in calendario questa settimana sarà uno spiacevole promemoria dell’aumentata probabilità di una Brexit senza accordo, dal momento che i politici britannici restano irremovibili sulla scadenza di fine anno per uscire dall’UE. Alla luce delle troppe questioni irrisolte e del troppo poco tempo per trovare un accordo, a breve il Regno Unito inizierà a prepararsi per un divorzio senza accordo e la sterlina potrebbe cominciare a fare lo stesso. C’è dunque un notevole potenziale al ribasso per la sterlina, se il mercato inizierà a scontare le implicazioni di una Brexit senza accordo. Gli aumenti di prezzo restano interessanti per gli orsi nel medio termine e il manico a 1,25 potrebbe costituire un buon livello per rafforzare le posizioni corte sulla sterlina.
Altrove, le valute oceaniane si stanno apprezzando sulla propensione al rischio più forte e inaspettatamente resiliente. La coppia NZD/USD si prepara a testare la media mobile a 200 giorni (0,6310) per la prima volta da febbraio. L’AUD/USD ha toccato quota 0,68 per la prima volta da gennaio, dopo che, all’odierna riunione di politica monetaria, la banca centrale australiana (Reserve Bank of Australia, RBA) ha mantenuto i tassi d’interesse invariati, affermando che la flessione economica potrebbe essere meno drammatica di quanto previsto in precedenza. Da segnalare che, anche qui, le crescenti tensioni fra USA e Cina non hanno ostacolato la propensione per l’aussie (AUD).
Intanto continua, nonostante il rallentamento del momentum positivo, l’aumento costante del greggio WTI, sulle voci che OPEC e Russia potrebbero annunciare ulteriori tagli della produzione alla riunione del 4 giugno, fino a 9,7 milioni di barili al giorno, l’equivalente del 10% circa della produzione globale di petrolio. La riapertura agevole delle aziende fa poi propendere per un miglioramento più rapido della domanda globale. Per il momento c’è ancora un discreto potenziale di ripresa della domanda di base, anche se le crescenti tensioni fra Usa e Cia potrebbero intaccare l’appetibilità dell’oro nero man mano che i prezzi salgono.

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