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giovedì 9 aprile 2020

Disunione europea

 
E’ qualche giorno che i mercati non guardano più all’andamento del virus, ma sono già proiettati a voltare pagina, sebbene il recupero in corso stia assumendo la classica conformazione a zig zag, tipica dei movimenti non impulsivi.  Ovviamente c’è l’incognita di quanto peserà sull’economia mondiale questa fase di lockdown sempre più esteso (oltre metà della popolazione mondiale sta subendo restrizioni alla libertà di movimento e di produzione) e del possibile effetto domino. A questo proposito cito alcune possibili conseguenze che a mio parere non sono ancora  adeguatamente scontate dai mercati. In campo sanitario non è ancora chiaro quanto potrà essere rapido il ritorno alla normalità (e forse nemmeno che cosa si dovrà intendere col termine normalità), dato che sembra sempre più evidente che il percorso di “riavvicinamento sociale”, in assenza di vaccini, dovrà essere molto graduale e pieno di attenzioni, e rallenterà certamente il ritmo della ripresa produttiva. La seconda incognita, al momento rimossa dagli analisti, ma che, a giudicare dai dati degli ultimi giorni, pare sempre più probabile, è l’esplosione del virus nei paesi emergenti e in quelli più poveri.  Se succederà, oltre alla perdita di molte vite umane, a causa dell’arretratezza dei sistemi sanitari di quei luoghi, occorrerà fronteggiare la continua minaccia di focolai di ritorno futuri nei paesi occidentali, e questo potrebbe rallentare ulteriormente la ripresa economica.
La terza è rappresentata dalle conseguenze finanziarie della terribile botta recessiva subita dall’economia mondiale. Quante imprese falliranno nelle prossime settimane? Quale sarà l’impatto sui sistemi finanziari e bancari? Al momento sembra che i mercati non considerino l’eventualità di una crisi finanziaria paragonabile a quella del 2008. Ma il numero delle imprese che hanno pochi giorni di vita senza incassare liquidità è enorme, in tutto il mondo ed anche nella grassa America.
Ho l’impressione che l’dea (o il sogno?) della ripresa a “V” sia ancora molto presente nelle menti frenetiche di molti operatori sui mercati e l’ansia del recupero offuschi la ragione e generi azzardo.
Vedremo dopo Pasqua se l’euforia che sembra tornata rimarrà. Sta di fatto che l’indice USA SP500, che lunedì aveva scavalcato la resistenza di 2.640 punti per procedere fin quasi all’obiettivo successivo di area 2.800, e che martedì è tornato indietro per testare dall’alto nuovamente l’area superata il giorno prima, ieri ha deciso che poteva riprendere a salire. Complice un po’ di recupero del prezzo del petrolio in seguito all’apertura della Russia all’accordo per tagliare la produzione, l’indice azionario si è ripreso completamente gli oltre 3 punti percentuali persi dai massimi il giorno prima ed è tornato a 2.750, cioè a pochi punti dalla serie di ostacoli che gli si parano ora davanti, e che dovrà superare per estendere il recupero oltre la metà di quanto ha perso dai massimi del 19 febbraio ai minimi del 23 marzo. Li ho già indicati, ma li ripeto: a 2.775 c’è la banda superiore di volatilità di Bollinger; a 2.792 c’è il 50% di recupero del crollo; a 2.810 passa la media mobile a 50 sedute. Il compito da svolgere pare impegnativo, ma l’entusiasmo si rivede.
In Europa la situazione è più ingarbugliata, poiché qui c’è un problema in più oltre ai tanti che assillano il mondo in queste settimane: la litigiosità tra il ventre molle e la testa dura dell’Unione Europea. E’ esplosa platealmente martedì con la lite all’Eurogruppo e la necessità di sospendere la riunione dopo 16 ore di vane, per riprenderla oggi. L’argomento è il finanziamento delle misure per la ripresa e gli ostacoli da superare sono due. La testa dura è rappresentata dall’Olanda, maggiordomo della Germania e capo della sua servitù, che comprende anche Austria, Danimarca e Finlandia.  La sua posizione è: non servono bazooka troppo grossi, basta il MES (410 miliardi) e tutt’al più qualche altra garanzia alle imprese tramite la BEI.
Il ventre molle comprende i paesi mediterranei col la fresca aggiunta della Francia, a cui è subito stata affidata la fascia del capitano. Rispondono che, siccome la pandemia non è colpa di nessuno e le conseguenze sono molto pesanti, servono i corona-bond, cioè obbligazioni emesse dalla BEI e garantite in solido da tutti i paesi, che servano per finanziare i progetti sanitari per uscire dalla pandemia. Il MES viene rigettato poiché prevede condizioni e Troika a chi se ne serve.
Oggi si dovrebbe raggiungere una mediazione, e potrebbe essere trovata cancellando le condizioni per attingere al MES ed una sorta di euro-bond con chiara specificazione che la garanzia non si estende al debito preesistente dei singoli paesi e che con questi fondi si finanzieranno progetti ben controllati dalla Commissione, per evitare sprechi a carico di tutti.
Dovrà finire così, perché una rottura potrebbe lasciare brutti ed indelebili segni sulla credibilità del progetto europeo, che già non stava benissimo prima del virus e che nella foga della pandemia sembrava aver ritrovato qualche ragione di rafforzamento. 
Eppure è bastato vedere un po’ di rimbalzo dei mercati ed in Europa si ritorna a litigare. Non è un bello spettacolo.
Speriamo nella Pasqua. Che sia di risurrezione!

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