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mercoledì 4 marzo 2020

Powell ed il taglio di emergenza

 
Nella giornata di ieri Powell ha annunciato il taglio di mezzo punto dei tassi, portandoli da 1,50-1,75 ad 1-1,25%.
Si tratta di un taglio di emergenza, perché comunicato al di fuori delle date previste dal calendario delle riunioni della FED.
La prossima riunione è tra appena due settimane (18 Marzo), ma non s’è voluto (o forse potuto) aspettare.
L’ultimo precedente di un taglio di emergenza risale al 2008.
Sempre nel 2008 troviamo il precedente più vicino alle iniezioni di liquidità della Banca Centrale americana avviate il 17 Settembre dell’anno scorso, e tuttora in corso.
In buona sostanza, la Federal Reserve sta ripetendo alcuni atteggiamenti straordinari del 2008, e ciò dovrebbe quantomeno essere motivo di riflessione.
Inoltre, alcuni di voi ricorderanno come ad Ottobre dell’anno scorso la FED si affrettò ad avviare il QE senza attendere la riunione che era in programma appena due settimane dopo.
Pertanto, nel giro di qualche mese due interventi di emergenza (QE e taglio tassi al di fuori delle riunioni programmate).
Il rischio concreto è che alla sensazione che la Federal Reserve sia in grado di risolvere anche questo problema, prevalga quella che il taglio di emergenza sia una sorta di ammissione della gravità della situazione economica.
Se così fosse, pur non escludendo rimbalzi nel breve periodo, le prospettive di medio/lungo sarebbero fosche.
Per di più, gli interventi espansivi hanno effetti concreti solo al di fuori della fase di deleveraged che, probabilmente, è già avviata.
In altre parole, il taglio dei tassi nell’immediato può incidere sul sentiment del mercato (e anche questo è da vedere), ma non sull’economia.
C’è un altro aspetto da evidenziare.
Powell, nel comunicare il primo taglio (Luglio 2019), ha invitato a considerarlo come un aggiustamento (non necessariamente isolato) di metà ciclo e non come l’inizio di una lunga serie, tipico della fase terminale.
La ripresa della serie (peraltro non esaurita col taglio di ieri) indebolisce la tesi di Powell e rafforza notevolmente quella secondo la quale ci troviamo nella fase terminale del ciclo, sfavorevole agli asset rischiosi (quindi azionario, ma anche bond di emittenti con rating basso, ecc.).

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