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lunedì 16 marzo 2020

Petrolio, ecco chi rischia di più nella guerra dei prezzi

Petrolio, ecco chi rischia di più nella guerra dei prezzi

Secondo Esty Dwek (Natixis Investment Managers Solutions) tutto dipenderà dalla durata dei prezzi depressi del petrolio. Con la Russia che non cambierà rapidamente opinione sulla volontà di infliggere danni agli altri produttori

Lunedì 9 marzo i prezzi del petrolio sono scesi di oltre il 30%, la maggiore correzione giornaliera dalla guerra del Golfo del 1991. Alle previsioni di una domanda più debole per il rallentamento dell’economia a livello globale si è aggiunto il rifiuto della Russia di allinearsi all'OPEC per tagliare ulteriormente la produzione. Secondo Esty Dwek, head of global market strategy, Natixis Investment Managers Solutions, si tratta di una situazione che presenta un triplice aspetto: uno buono, uno brutto e uno cattivo.

IL LATO BUONO

In genere, il calo del prezzo del petrolio è considerato positivo per la crescita globale. Negli Stati Uniti, in particolare, dove il consumo di carburante per famiglia è sostenuto, un calo dei prezzi della benzina equivale ad una riduzione delle tasse per i consumatori. A beneficiarne sono anche alcune delle industrie più colpite dall'epidemia, come ad esempio compagnie aeree, le società di spedizione e di produzione. Inoltre, molte grandi economie sono importatrici di energia: l'Unione europea e molti paesi in via di sviluppo (Cina, India, Turchia e Sudafrica, tra gli altri). La Cina, che è il maggiore consumatore di petrolio, trarrà vantaggio dai prezzi più bassi e potrà ripartire con costi inferiori. La riduzione dei prezzi del greggio significa infine una minore pressione di inflazione.

L’ASPETTO CATTIVO

Per contro, questo è un secondo shock per il mercato in combinazione con lo scoppio del coronavirus e ora c’è il rischio che le aspettative di insolvenza vengano riviste al rialzo in quanto il 12% del mercato degli high yield USA fa capo alle aziende del settore energia. Dal punto di vista economico, l’industria statunitense del petrolio e del gas contribuisce all'8% del PIL degli Stati Uniti con oltre 10 milioni di posti di lavoro: i bassi prezzi del petrolio per un periodo prolungato potrebbero comportare licenziamenti. Se i posti di lavoro - e quindi la crescita degli Stati Uniti – dovessero diventare un rischio, è probabile che l'amministrazione Trump promuova qualsiasi tentativo per risollevare le quotazioni, soprattutto per sostenere il Texas, il Nord e il Sud Dakota, gli stati chiave per le prossime elezioni di novembre.

PROBLEMI PER NORVEGIA, RUSSIA E BRASILE

Al di fuori degli Stati Uniti, a soffrire per un prezzo basso prolungato del petrolio sarebbero soprattutto Norvegia, Russia e Brasile. “Dal punto di vista del mercato, se è vero che molti mercati emergenti beneficiano dei prezzi del greggio più bassi, i movimenti delle Borse tendono a penalizzare senza distinzione tutti i paesi, come abbiamo sperimentato nel 2015, e le asset class emergenti nel complesso tendono a soffrire”, puntualizza Dwek.

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IL LATO BRUTTO

Arabia Saudita e Russia possono continuare questo ‘assurdo’ braccio di ferro e a farne le spese sarebbero soprattutto i produttori di shale oil. Il brutto potrebbe essere un'ondata di crediti deteriorati e, a cascata, di default. I tassi di interesse potrebbero ulteriormente diminuire facendo ulteriore pressione sui margini delle banche. Se il petrolio rimane intorno ai 35 dollari al barile, il Regno saudita potrebbe avere un deficit di quasi il 15% nel 2020 mentre altri paesi (come per esempio Iran, Venezuela e Nigeria) soffrirebbero forse ancora di più in quanto i prezzi di pareggio nel loro caso sono superiori a 80 dollari al barile.

COSA ASPETTARSI

“Tutto dipenderà dalla durata dei prezzi depressi, ma al momento non crediamo che la Russia cambierà rapidamente opinione sulla propria volontà e capacità di infliggere danni agli altri produttori”, conclude Dwek.
Leo Campagna

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