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venerdì 6 marzo 2020

Con i pesi massimi dell’OPEC, sauditi e russi, sul ring, il greggio vincerà?

Possiamo chiamarlo l’ultimo scontro dei mercati del greggio, ma sarà uno in cui non sarà sferrato neanche un colpo.
Nell’angolo blu, nel suo largo abito bianco, ci sarà Abdulaziz bin Salman, Ministro dell’Energia saudita, che ha già un patto sul taglio della produzione al suo attivo e punta ad ottenerne un altro.

Nell’angolo rosso, nel suo completo elegante, troveremo Alexander Novak, Ministro dell’Energia russo, che cercherà di restare sul ring senza concedere troppo al suo avversario.
WTI Weekly Chart
WTI Weekly Chart

Grafico settimanale greggio WTI

E quando suonerà la campanella nella capitale austriaca per i due pesi massimi, il mondo del trading del greggio fra il pubblico si chiederà dove lo porterà questo match.
Una fine positiva o negativa?
Metafora da combattimento a parte, quello che succederà nelle restanti ore di questa giornata durante l’incontro dell’OPEC+ a Vienna potrebbe convincere l’alleanza sulla produzione di greggio globale a guardare ancora una volta in faccia una crisi (quella del coronavirus) e fare il necessario (i tagli alla produzione) per sopravvivere.
O potrebbe lasciare il gruppo senza il supporto della Russia, il suo più importante alleato degli ultimi cinque anni, ad affrontare forze di mercato talmente distruttive da poter mettere fine ai suoi sei decenni di esistenza.
Per chi avesse bisogno di un aggiornamento sulla storia, ecco una sintesi: I ministri dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di petrolio, guidati dal saudita Abdulaziz, cercheranno di convincere il russo Novak ad unirsi a loro nel taglio di ben 1,5 milioni di barili al giorno della produzione petrolifera globale per compensare la domanda persa a causa della crisi del coronavirus.
Come ha osservato Bloomberg in un articolo di ieri sera, solo a luglio Russia ed Arabia Saudita avevano definito la loro alleanza, nota come OPEC+, un matrimonio per “l’eternità”.
Dopo poco meno di un anno, l’idea tra i trader è che la coppia possa essere sull’orlo del divorzio, nota Bloomberg. Ma aggiunge un avvertimento: “Non è il primo scontro tra Mosca e Riad ed entrambe le parti sono riuscite a trovare una soluzione soddisfacente in passato”.
Ma cosa succederebbe se non ci riuscissero?
In questo caso lo sconfitto sarebbe l’intero universo delle nazioni produttrici di greggio, nonché ogni compagnia ed individuo legato al settore, dai colossi come Saudi Aramco (SE:2222) (SE:2222) ed Exxon Mobil (NYSE:XOM) (NYSE:XOM) ai piccoli trivellatori di scisto in Texas, ai politicamente vulnerabili stati africani come la Nigeria e la Libia ed alle piccole ma ricchissime nazioni come il Brunei, che praticamente non ha nient’altro da vendere se non greggio.
Brent Weekly Price Chart
Brent Weekly Price Chart

Grafico prezzi settimanali del Brent
Jeffrey Halley, analista senior dei mercati della piattaforma di trading online OANDA, descrive tale situazione come un “disastro per il greggio, con il Brent che quasi certamente scenderà ad un range tra 30 e 35 dollari al barile in un simile scenario”. Il greggio di riferimento globale si è attestato sotto i 50 dollari al barile venerdì, chiudendo al di sotto di questo livello per la prima volta in tre anni. Finora nel 2020 sia il Brent che il West Texas Intermediate segnano un crollo di circa il 25% sull’anno.
Il gioco duro sul lungo termine
Piuttosto che desiderare la perdizione dell’OPEC+, Halley ritiene che Mosca stia semplicemente facendo il gioco duro sul lungo termine con Riad prima di dire sì ai tagli, per ottenere un accordo in cui il suo contributo non sia che un’inezia rispetto a quello dei sauditi.
In base all’accordo proposto ieri, i sauditi offriranno la maggior parte del milione di barili al giorno del patto, mentre Mosca si occuperà del mezzo milione. E c’è chi dice che sia anche fin troppo per i russi.
“Continuo a ritenere che la Russia stia perseguendo un maldestro stratagemma contrattuale”, scrive Halley di OANDA in una nota ad Investing.com, aggiungendo che si aspetta “che firmino” alla fine.
Roger Diwan, un veterano osservatore dell’OPEC per IHS Markit Ltd, concorda nei commenti riportati da Bloomberg, notando che nessuno dei due titani può permettersi un tracollo dei prezzi. “È una battaglia dell’ego contro la realtà”, afferma.
Vero timore da parte dei russi
C’è chi dice che non sia solo questione di ego, ma che abbia più a che fare con un vero timore da parte dei russi per il fatto che più si taglia e più i trivellatori di scisto USA produrranno ed esporteranno nel mondo. E queste esportazioni cattureranno la partecipazione di mercato a cui rinunciano russi e sauditi nel loro tentativo di ottenere dei prezzi più alti.
Dal 2016, sauditi e russi hanno concordato tre tagli alla produzione tramite l’OPEC+, riducendo una media di un milione di barili al giorno ogni volta. In quelle occasioni, gli Stati Uniti sono diventati il principale produttore di greggio al mondo, con un massimo storico di 13,1 milioni di barili al giorno la scorsa settimana.
Non è tutto.
Anche le spedizioni di greggio USA stanno arrivando ai massimi, rendendo il paese un esportatore netto per la prima volta nella storia ed esaudendo il sogno di un’America indipendente dal punto di vista energetico. La scorsa settimana, le esportazioni hanno raggiunto gli oltre 4 milioni di barili al giorno per la prima volta da dicembre, solo quattro anni dopo che il precedente governo Obama ha eliminato il divieto di 40 anni sulle spedizioni di greggio. Non sorprende che i russi, in modalità taglio, non considerino una coincidenza la crescita USA.
L’errore dei sauditi
All’interno della ristretta cerchia dell’OPEC, i sauditi sono stati inoltre rimproverati per la loro tendenza a fare i salti mortali per accontentare Mosca. Novak, ad esempio, ha respinto i tagli proposti da Abdulaziz settimane prima del vertice di Vienna, nonostante il re saudita Salman in persona avesse telefonato al Presidente russo Vladimir Putin per discutere della questione. E da mercoledì Abdulaziz aspetta il ritorno di Novak a Vienna, senza alcuna certezza su cosa succederà.
Tutto questo ha spinto alcuni membri dell’OPEC ad agitarsi, soprattutto l’Iran, che critica lo storico rivale, l’Arabia Saudita, per aver allargato la sovranità del cartello ad un paese che non ne è neanche membro. Qualcuno all’interno dell’OPEC afferma inoltre che il Cremlino abbia beneficiato troppo dell’alleanza, in quanto i sauditi non hanno mai richiamato all’ordine i russi per aver costantemente prodotto più del dovuto in base ai passati accordi.
John Kilduff, socio dell’hedge fund di energetici Again Capital a New York, afferma:
“Putin & co. hanno un ottimo accordo. Devono solo accettare qualunque cosa dica l’OPEC, poi produrre quanto vogliono e godersi i prezzi alti che vengono ottenuti con il sacrificio dei sauditi”.
“Ma l’accordo dei trivellatori di scisto USA è persino migliore. Non devono tagliare neanche un barile eppure ottengono il supporto al prezzo dagli sforzi di sauditi e russi. E riescono anche ad accaparrarsi i loro mercati”.

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