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lunedì 17 febbraio 2020

Per Wall Street in media tre massimi storici al mese

 
Il nesso fra EPS e indice non è stato sufficientemente esplorato. Dal 2018 in poi gli utili sono cresciuti, fino ad ora del 27.3%. Se lo S&P avesse replicato fedelmente questa dinamica, oggi dovrebbe quotare 3400 punti: casomai risulta persino in ritardo.
Tanto per non perdere l’abitudine, lo S&P conclude la passata ottava con la formazione di un nuovo massimo storico: il 34esimo, da ottobre, il 146°, dal 2016. Da quando, nel 2013, furono finalmente sfondati i massimi assoluti del 2000-2007 – mentre gli “esperti” all’epoca denunciavano il rischio di un “triplo massimo”... - i nuovi massimi storici sono stati ben 254; vale a dire, in media tre volte ogni mese. Stupisce che ci sia oggi chi si stupisce.
Evidentemente, per restare ai tempi più recenti, la minaccia del coronavirus non è ritenuta più credibile dell’inversione della curva dei rendimenti, e del rallentamento economico globale dal quale in autunno siamo usciti. La verità è un’altra: il mercato azionario si muove nella direzione dettata dalla risultante dell’incontro della domanda e dell’offerta.
Nel fine settimana Bloomberg ha compiuto una severa (auto)critica, soffermandosi sui tre miti che avrebbero dovuto far deragliare il bull market; tutti oggettivamente smentiti: la concentrazione del mercato in pochissime società ad elevata capitalizzazione è fenomeno sempre esistito, e comunque l’azione mediana dello S&P500 è cresciuta maggiormente, a dispetto della teoria. Secondo: se c’è correlazione fra bilancio Fed e S&P500, il nesso è ancora più stringente fra questi e gli utili aziendali. Infine: il ruolo dei fondi passivi non è così determinante, se si considera che l’anno passato la raccolta netta degli ETF azionari è risultata la più contenuta dal 2012.
Il nesso fra EPS e indice non è stato sufficientemente esplorato da analisti pigri o in malafede. Il boom dei profitti spiega appieno la cavalcata dello S&P500. Dal 2018 in poi gli utili sono cresciuti, fino ad ora del 27.3%. Se lo S&P avesse replicato fedelmente questa dinamica, oggi dovrebbe quotare 3400 punti: casomai risulta persino in ritardo. Conseguentemente, se si dovessero confermare le previsioni di crescita dei profitti nel 2020 (+8.1%) riportate venerdì dal Financial Times, per Wall Street non sarebbe finita qui.
Non sappiamo dunque se sarà prima il Dow Jones a raggiungere i 30.000 punti, o il Nasdaq a tagliare il traguardo dei 10.000 punti – entrambe soglie simboliche e nulla più – ma di sicuro non vi è motivo per escludere che le borse continuino a rispettare le prescrizioni dei modelli previsionali. Si può soltanto concedere un riallineamento rispetto al percorso tracciato, da cui ora gli indici si sono un po’ eccessivamente discostati verso l’alto; nulla più.
Ipotesi meno accomodanti valgono per la borsa italiana, su cui ci soffermiamo dettagliatamente nel rapporto di oggi.

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