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martedì 14 gennaio 2020

Propensione al rischio: l’attenzione si sposta sull’accordo di Fase Uno USA-Cina

L’azionario ha aperto la settimana contrastato, dopo che venerdì le azioni di Wall Street sono scese dai massimi storici, sulla scia del rapporto occupazionale deludente negli USA.
A dicembre, l’economia USA ha creato 145.000 nuovi posti di lavoro, a fronte dei 160.000 stimati dagli analisti. La cifra del mese scorso è stata rivista al ribasso di 10 mila unità, a 256.000. Negli USA, la disoccupazione è rimasta sui minimi da cinque anni, al 3,5%, ma la crescita delle retribuzioni ha mostrato un rallentamento inaspettato, pari allo 0,1% su base mensile, rispetto allo 0,3% registrato il mese precedente.
Il debole rapporto sul lavoro ha pesato sul dollaro USA e sui rendimenti dei titoli di Stato, anche se gli investitori continuano a credere che la Federal Reserve (Fed) non modificherà la sua impostazione alla riunione di politica monetaria di gennaio. Non si prevede che la Fed tagli i tassi nei prossimi mesi e, stando allo strumento Fedwatch della CME, il mercato sconta una probabilità del 10% di un aumento di 25 punti base entro il 29 gennaio.
A Seoul (+1,04%) e Hong Kong (+1,00%) le azioni hanno guadagnato sulla scia del maggiore ottimismo per la sigla, mercoledì, dell’accordo di fase uno fra USA e Cina. L’ASX 200 (-037%) australiano ha perso terreno: il comparto energetico ha registrato le perdite più ingenti (-1,24%) sulla scia del petrolio meno caro. La borsa giapponese è rimasta chiusa per festività.
Il greggio WTI ha aperto a $59 al barile, dopo che l’aereo commerciale abbattuto per errore da un missile iraniano ha fatto aumentare le preoccupazioni, anche se la scorsa settimana si sono attenuate le tensioni fra USA e Iran. Pare che il peggio sia ormai passato. Ecco perché un’altra correzione al ribasso del petrolio dovrebbe spingere il prezzo del barile verso i $57,85, la media mobile a 200 giorni.
L’oro è sceso a $1553 all’oncia, perché la propensione al rischio ha spinto i capitali verso asset più rischiosi.
Sui mercati valutari, il miglioramento della propensione al rischio ha fatto scendere il franco svizzero e lo yen giapponese nei confronti del biglietto verde. Le valute di Australia e Nuova Zelanda, e anche l’euro, hanno guadagnato in Asia.
Nella seduta di scambi overnight, la sterlina ha registrato le perdite maggiori fra le valute G10 contro il biglietto verde. Il cable ha scambiato a 1,3020 in vista della pubblicazione dei dazi su produzione e PIL nel Regno Unito. Dati deboli potrebbero rafforzare ulteriormente le pressioni accomodanti in seno al Comitato di politica monetaria della Banca d’Inghilterra (BoE); alcuni membri del CPM, fra cui Mark Carney, hanno detto che potrebbero valutare un taglio dei tassi se la debolezza dei dati perdurasse.
I dati di oggi dovrebbero confermare una stagnazione della crescita del PIL britannico a novembre, poiché le incertezze politiche e le manovre per la Brexit hanno pesato sugli investimenti delle imprese e sui consumi nel quarto trimestre dell’anno scorso. Anche con la maggiore stabilità conseguente alla netta vittoria dei Conservatori a dicembre, le incertezze sulla natura delle relazioni commerciali fra Regno Unito e Unione Europea probabilmente continueranno a frenare l’interesse degli investitori nei prossimi mesi.
Per ora la sterlina sembra stabile vicino alla soglia a 1,30, che corrisponde anche al 38,2% del ritracciamento di Fibonacci sul rally da ottobre a gennaio. Se dati deboli provocassero una flessione sotto questo livello, probabilmente gli acquirenti sfrutterebbero le opportunità di comprare sui minimi. Al rialzo, dovrebbero permanere offerte sopra la soglia a 1,32, perché pare che il 2020 sarà un altro anno agitato, visto che inizierà la seconda parte della saga sulla Brexit. Ciò che ci aspetta è tanto complesso quanto l’attivazione dell’Articolo 50. L’anno è iniziato con le preoccupazioni espresse dai leader europei, secondo cui l’intenzione di Boris Johnson di stilare un accordo commerciale completo nel giro di un anno è poco realistico. Serviranno molti anni per discutere e trovare un accordo su ogni singolo aspetto di un accordo commerciale esauriente.
Ciò che questa settimana appare più realistico è la sigla dell’accordo di fase uno fra USA e Cina, uno sviluppo che gli investitori attendevano da più di un anno e mezzo. La conclusione dell’accordo di fase uno potrebbe dare agli investitori un po’ di sollievo, ma non è certo che la firma di un accordo generi un ulteriore rally dell’azionario, o se invece porterà gli investitori a realizzare i profitti dopo aver raggiunto i loro obiettivi, considerando che, in prospettiva del tanto atteso accordo, le azioni USA hanno toccato nuovi massimi storici. In ogni caso, l’accordo di fase uno non metterà certamente fine alla disputa fra USA e Cina, anche se allenterà indubbiamente un po’ di pressione sull’economia della Cina prima del Capodanno Cinese, poiché porterà una riduzione dei dazi, in cambio d’ingenti acquisti di prodotti agricoli e manifatturieri USA, oltre a concessioni su alcune delle pratiche più criticate nel campo della proprietà intellettuale.
Un accordo potrebbe anche aiutare gli investitori ad accogliere meglio i dati, in uscita venerdì, sul PIL cinese, rimasto sicuramente invariato al 6%, livello minimo da trent’anni a questa parte.

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