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martedì 10 dicembre 2019

L'Argentina ha votato per più inflazione e spesa pubblica

 
Le ultime elezioni in Argentina dimostrano ancora una volta che senza una teoria solida ed onesta non c'è modo di smettere di seguire la via verso la schiavitù. Senza basi di conoscenza profondamente radicate nella libertà e senza quest'ultima al centro dei propri ragionamenti, si finirà sempre in un modo o nell'altro a cadere preda dell'imbonitore di turno. nel caso dell'Argentina è bastato il termine "neoliberismo" a far ricadere nell'oblio della Kirchner gli elettori argentini creduloni.
Questa tattica è figlia degli spacciatori di illusioni tra le fila dei progressisti, visto che se prendiamo in considerazione il Washington Consensus riguardo l'Argentina notiamo che il governo Macri non era poi così neoliberista" come è stato sventolato dalla propaganda della Kirchner (come si può vedere dalla tabella all'interno dell'articolo). Stendendo un velo pietoso sull'esperienza di quest'ultima (inflazione annuale in media al 30%, povertà crescente, crescita pro-capite pari a zero), il governo Macri ha cercato di barcamenarsi tra le rovine che aveva ereditato e ha tentato timidamente di orientare al mercato l'economia argentina (miglioramento dei diritti di proprietà, parziale rimozione di barriere economiche, eliminazione di alcuni sussidi).
Ciononostante il tutto è stato fatto peggiorando il deficit di bilancio della nazione finché è diventato impossibile da finanziare. Quindi guai a definire "fallimento dei mercati" la situazione drammatica dell'economia argentina.
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di José Niño
La vittoria di Alberto Fernández e Cristina Fernández de Kirchner del 27 ottobre 2019 ha sollevato molte domande sul futuro economico dell'Argentina.
Ma il ritorno della Kirchener non è un grande cambiamento come molti presumono. Il presidente uscente Mauricio Macri non ha offerto molto al Paese, dal punto di vista economico: tipico governo del compromesso tra bastone e carota, infatti l'amministrazione Macri ha mantenuto politiche come controlli dei prezzi e ingenti spese pubbliche. Non c'era alcun desiderio reale di spezzare la mano pesante del governo sulla fragile economia argentina, cosa che molti invece si aspettavano che Macri avrebbe fatto quando è stato eletto nel 2015.
Ad essere onesti, il governo che ha preceduto Macri, che Fernández de Kirchner ha diretto dal 2007 al 2015, ha messo Macri in una posizione scomoda. Da consumata populista di sinistra, Fernández de Kirchner si è assicurata di sfruttare i prezzi elevati delle materie prime e l'ascesa della Cina nell'economia mondiale per dare impulso alle esportazioni argentine, mentre utilizzava questi proventi per finanziare una miriade di programmi di spesa pubblica. Inoltre ha messo in atto vari controlli economici per "correggere" gli errori del presunto periodo di libero mercato degli anni '90. Come Hugo Chávez, molti credevano che Fernández de Kirchner trovasse una "Terza Via" che avrebbe rimesso in sesto l'Argentina.
Nel 2014 il treno della Kirchner ha deragliato, quando l'Argentina è andata in default sul suo debito ed è tornata al suo stato apparentemente perenne stato di instabilità economica. L'inflazione è risalita a doppia cifra, al 40% nel 2014. Macri ha fatto leva sull'incertezza economica per arrivare alla presidenza nel 2015, che molti credevano avrebbe segnato un nuovo inizio per l'Argentina. Con grande fastidio degli ottimisti in America Latina, il governo di Macri non ha mantenuto fede alle sue promesse.
Macri non è riuscito ad affrontare nessuna delle questioni fondamentali dell'economia argentina, di conseguenza gli elettori il mese scorso lo hanno mandato a casa. Ora gli argentini dovranno sopportare un governo di sinistra che probabilmente si impegnerà nell'ennesima serie di interventi che riporteranno l'economia sulla strada del collasso.
Una delle principali sfide che l'Argentina dovrà affrontare nei prossimi anni è il fantasma sempre presente dell'inflazione, che dovrebbe raggiungere il 53% entro la fine dell'anno. Come col Venezuela, che dal 1983 non ha più visto un'inflazione inferiore al 10%, l'Argentina sembra essere in una battaglia perenne contro di essa. Il Venezuela è diventato lo scenario da incubo che tutti i Paesi dell'America Latina si stanno sforzando di evitare. Ma se c'è un Paese in grado di raggiungere uno stato tanto derelitto come quello venezuelano, è l'Argentina.
L'economista Ivan Carrino ha fornito una panoramica che fa riflettere sui guai inflazionistici dell'Argentina. Usando il 2018 come anno di riferimento per il confronto, gli argentini di 23 anni hanno trascorso il 65% della vita con un'inflazione a doppia cifra. I nati nei primi anni '80 hanno vissuto due turbolenti casi di iperinflazione: nel 1985 e nel 1989.
L'unico periodo in cui c'è stato un certo grado di sanità mentale in Argentina fu con l'amministrazione del presidente Carlos Menem dal 1989 al 1999. Sebbene le sue riforme non fossero radicali, Menem portò un po' di stabilità all'economia argentina passando al sistema di Convertibilidad (Convertibilità) che ancorò il peso argentino al dollaro USA dal 1991 al 2002. Il passaggio a questo sistema tenne sotto controllo l'inflazione.
Tuttavia questa architettura monetaria era costruita su un castello di carte. L'economista Daniel Lacalle ha sottolineato come l'Argentina durante suddetto decennio "abbia effettuato un sotterfugio agganciando il Peso al dollaro USA ad un tasso di cambio completamente gonfiato che ha portato all'accumulo di squilibri".
Secondo Lacalle: "l'Argentina non aveva dollari, aveva Pesos sotto mentite spoglie". L'economista Steve Hanke gli ha fatto eco commentando che il piano di convertibilità si comportava "più come una banca centrale" piuttosto che come un vero e proprio comitato valutario, dove il governo poteva semplicemente stampare denaro con facilità. A sua volta, poteva solo prendere in prestito e tassare per soddisfare i propri obblighi di spesa.
Quando la Banca Centrale Argentina ha iniziato ad impegnarsi in una politica monetaria discrezionale e il governo ha lasciato che i disavanzi fiscali sfuggissero al controllo e il debito sovrano iniziasse ad aumentare durante la fine degli anni '90, la strana stabilità argentina si sarebbe presto arrestata all'inizio del XXI secolo. Dopo aver abbandonato il piano di convertibilità nel 2002, l'Argentina è tornata al suo solito stato di agitazione economica.
Molti cercheranno di spiegare l'elevata inflazione argentina come fenomeni casuali, o cercheranno di collegarla a vaghe spiegazioni sui prezzi fluttuanti delle materie prime o alla "corruzione".
Queste spiegazioni lasciano il tempo che trovano e non smascherano il vero colpevole: l'espansione monetaria. Quest'ultima è il grande promotore della spesa pubblica sconsiderata e di altri schemi che aumentano le dimensioni dello stato. Dopotutto, l'imposizione fiscale diretta non è sempre politicamente popolare, specialmente quando la classe media e quella inferiore iniziano a sostenere il peso della tassazione. La tassa furtiva dell'inflazione confonderà ed addomesticherà la popolazione, mentre i politici finanzieranno il loro tesoro fatto di clientelisti.
Ludwig von Mises fece un ulteriore passo in avanti osservando: “L'inflazione è il complemento fiscale dello statalismo e del governo arbitrario. È un ingranaggio nel complesso di politiche e istituzioni che portano gradualmente al totalitarismo”. Ciò è particolarmente vero per l'Argentina, a causa della sua economia politica sulle montagne russe. L'Argentina non fa eccezione alla tendenza dello statalismo globale nel secolo scorso che si è diffuso in tutto il mondo come un virus.
C'è del positivo però in tutta questa storia, perché gli argentini ora hanno alternative interessanti come Bitcoin che potrebbero alleviare le loro diatribe monetarie. Tuttavia, per sconfiggere veramente il flagello dell'inflazione, l'Argentina deve essere disposta a riconoscere la radice dei suoi mali economici, la politica monetaria espansiva, ed a sradicarla spostandosi verso una valuta solida che non sia più soggetta ai capricci dei politici.
Traduzione di Francesco Simoncelli

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