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martedì 10 dicembre 2019

Continua la divergenza tra aspettativa e realtà

 
Dopo il forte rialzo di venerdì, per celebrare un report sull’occupazione USA in novembre che puzzava molto di manipolazione, poiché troppo festosamente divergente rispetto a quello divulgato solo due giorni prima dall’agenzia privata ADP, i mercati ieri hanno dovuto prendere atto che, ancora una volta, la narrazione della trattativa in corso tra USA e Cina, per mettere uno stop alla guerra dei dazi, si scontra con i fatti concreti, che sembrano tutt’altro che favorevoli ad un rapido accordo.
La Cina ha infatti comunicato il piano del governo per dismettere, per motivi di sicurezza informatica, i circa 30 milioni di computer ed i relativi software di fabbricazione straniera in possesso alla pubblica amministrazione e di sostituirli in 3 anni con macchinari e programmi scrupolosamente cinesi. Una bella legnata all’interscambio con gli USA, da dove provengono in gran parte i computer che andranno al macero, ed una forte risposta alle limitazioni commerciali imposte da Trump contro Huawei, ZTE ed altre grandi imprese informatiche cinesi.
Per due contendenti che debbono siglare a breve un accordo di pace commerciale questi non sembrano propriamente i convenevoli più efficaci per accelerare le trattative.
Intanto rispetto a venerdì sono passati altri 3 giorni utili e la clessidra contiene ormai poca sabbia che deve ancora scendere. Inesorabilmente, se Trump non deciderà almeno una proroga entro sabato, il 15 dicembre arriverà la già decisa (ma rinviata per favorire l’accordo) tariffa al 15% su circa 160 miliardi di dollari di beni importati dalla Cina, che per ora non pagano ancora dazio. Si verrebbe così a completare la progressiva apposizione di tariffe su tutte le importazioni dalla Cina, e la Cina attuerebbe immediatamente la ritorsione già annunciata sui restanti 50 miliardi di dollari di beni di provenienza americana ancora esclusi da dazio, su cui verrebbe applicata una tariffa del 7,5%.
Per evitare l’escalation mancano solo 5 giorni e nulla di positivo sembra succedere.
Pertanto non sorprende che i mercati, constatato che nel week-end Trump non si è mosso, abbiano deciso di portare a casa un po’ dei guadagni di venerdì scorso.
La seduta di ieri è così scivolata via in noioso ribasso, con perdite lievi ma diffuse in tutto il globo, che non hanno allontanato troppo gli indici azionari occidentali dai massimi dell’anno, ma hanno ridotto quella euforia speculativa che porta tutti a prevedere un ulteriore rally per Natale.
Per averlo bisogna che la distensione tra le parti proceda, anziché arretrare, come sembra che invece stia succedendo. Il tempo stringe. Senza accordo con la Cina e se Trump lascerà partire la cannonata di dazi del 15 dicembre, penso proprio che l’anno si concluderà in correzione. 
Intanto constatiamo che le fibrillazioni del nostro governo nell’approvazione della manovra (si vocifera che forse non si riuscirà ad approvare la legge di bilancio entro fine anno) e le molte patate bollenti ereditate dai precedenti governi (ILVA, Alitalia, Riforma del MES), che stanno bruciando le mani a Conte ed ai suoi ministri, sembrano aver attirato l’attenzione dei venditori sul nostro listino. Ieri il Ftse-Mib è stato di gran lunga il peggior indice d’Europa, con una perdita di circa un punto percentuale, il doppio della media degli altri indici europei. Stavolta non è stata colpa delle banche, che pure non hanno brillato, ma di perdite diffuse un po’ dappertutto, come se i gestori dei fondi avessero deciso di ridurre precauzionalmente le posizioni sull’Italia. Forse è solo un’impressine passeggera, ma quella baldanza che ha mostrato il nostro indice per gran parte del 2019, tanto da figurare quest’anno come il migliore d’Europa, sembra che si stia esaurendo, e non è detto che a fine anno il primato sia conservato. 

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