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mercoledì 4 dicembre 2019

2020: l’anno dell’agitazione

 
Macro
A fine estate abbiamo raggiunto un punto critico, quando i principali indicatori di mercato hanno toccato livelli storicamente precursori di recessione nei mercati sviluppati - spiega William Davies -. Infatti, la storia recente insegna che un'inversione della curva dei rendimenti dei titoli del Tesoro statunitense è spesso seguita da una recessione. Tuttavia, pur esistendo ancora questa probabilità, non è detto che si arrivi a una recessione e, con il passare dei mesi, siamo ora più propensi a ipotizzare un rallentamento meno marcato, sotto forma di crescita bassa ma positiva o leggermente negativa.
Sotto un profilo storico, quando l'indicatore di Columbia Threadneedle Investments di recessione per gli Stati Uniti raggiunge il 30% significa che una recessione è probabile. A settembre ha toccato il 24%, ma questo rischio ora è in via di stabilizzazione. Tuttavia, forse non importa molto se entreremo o meno in una recessione, perché probabilmente sarà solo di modesta entità. La Germania, ad esempio, ha solo sfiorato la recessione quest'anno e i mercati non manifestano segni di panico, almeno finché la disoccupazione resta bassa.
I dati oggettivi e soggettivi restituiscono però un quadro contrastato: gli indici PMI globali sono scesi; i nuovi ordini di fabbrica negli Stati Uniti stanno peggiorando; la fiducia delle aziende tedesche è scarsa e la spesa per investimenti è in calo. Ci troviamo quindi a un bivio. Da un lato, il rallentamento industriale potrebbe tradursi in un aumento della disoccupazione e in una recessione ascrivibile soprattutto ai consumi statunitensi. Dall'altro, la relativa piena occupazione spingerebbe in alto i consumi a tal punto da trascinare gli Stati Uniti fuori dalla crisi produttiva (soprattutto se unita a prospettive potenzialmente più rosee per il commercio) e innescherebbe una spinta reflazionistica.
Nello scenario di base William Davies ritiene improbabile un'accelerazione della crescita e altrettanto improbabile l'ipotesi di profonda recessione. In tale contesto, l'elemento di lunga duration dei mercati, siano essi obbligazionari o azionari, resta relativamente interessante. Le questioni geopolitiche continuano a innervosire gli investitori, con il protrarsi delle guerre commerciali e della Brexit in un'economia già alle prese con la fase conclusiva del ciclo, ma le tendenze di crescita strutturale offriranno opportunità a lungo termine, a prescindere dalla nostra previsione leggermente positiva o negativa sulla crescita.
È su questo stretto passaggio a cavallo tra i due scenari che dobbiamo muoverci in quanto investitori e il nostro posizionamento corrente in termini di asset allocation, aggressivamente neutrale, ci aiuta a farlo correttamente.
L'agitazione
E allora dov'è tutta questa agitazione? O meglio, quali fattori potrebbero turbare la situazione? I riflettori delle cronache sono puntati sul commercio ma la mia preoccupazione è altrove: sui disordini civili che stanno avvenendo in tutto il mondo, pur con ragioni molto differenti da regione a regione - spiega William Davies -. Le proteste di inizio anno dei Gilet Gialli contro le misure di austerità del governo hanno assunto maggiore importanza. Abbiamo assistito alle proteste di Hong Kong, inizialmente incentrate sul trattato di estradizione, che rischiano verosimilmente di aggravare le tensioni tra Stati Uniti e Cina, se non altro nel contesto della guerra commerciale in atto. Le proteste hanno determinato un cambio di rotta politico. A questo si aggiungono le proteste in Cile per il rincaro dei biglietti della metropolitana, la crisi bancaria in Libano e molti altri esempi in tutto il mondo.
È tempo di chiederci se queste proteste, tutte radicate nella disuguaglianza sociale, raggiungeranno un punto critico. Il coefficiente di Gini, che misura la disparità di reddito, è tanto alto in Cile quanto in qualsiasi altra parte del mondo. Negli Stati Uniti possiamo affermare con relativa certezza che i livelli di disuguaglianza sono elevati. Ma i disordini sembrano diffondersi anche in tante altre parti del mondo. Questo clima di protesta può sfociare in qualcosa di più estremo? Ciò non gioverebbe certo ai mercati.
L'aggravarsi delle disuguaglianze è in parte dovuto all'azione di forze strutturali, come la sottoccupazione (l'aumento dei contratti a zero ore e una forza lavoro più flessibile), il crollo delle adesioni sindacali e le tecnologie e innovazioni dirompenti. La reazione a queste forze è un fattore determinante e potrebbe addirittura portare a invertire il processo di globalizzazione (che ha consentito alle aziende di aggiudicarsi forza lavoro a basso costo da tutto il mondo). Facendo leva su questo tema, in effetti, Donald Trump ha costruito una campagna elettorale incentrata su politiche protezionistiche tese a persuadere la forza lavoro nazionale, soprattutto nei settori dell'acciaio e dell'industria automobilistica. Anche la sua guerra commerciale è intrisa degli stessi toni populisti.
La disoccupazione resta bassa ma ciò non basta a fermare le proteste. Se ci trovassimo a fare i conti con una recessione e un aumento della disoccupazione, la reazione della gente per le strade potrebbe essere altrettanto decisa. È più realistico che i disordini civili inducano a un cambio politico che abbia per oggetto specifici gruppi demografici e che, tuttavia, a lungo termine penalizzerebbe i rendimenti dall'investimento e la redditività delle aziende.
Con l'elezione di Trump, gli Stati Uniti hanno già segnalato un'inversione della globalizzazione. Nel Regno Unito invece, la svolta estremista potrebbe giungere nella persona di Jeremy Corbyn, che graverebbe allo stesso modo sulla redditività aziendale, anche se in questo momento sembra improbabile che Corbyn, se eletto, ottenga la maggioranza. Lo stesso vale per Boris Johnson, anche se la fragilità del nostro sistema politico attuale non esclude cambiamenti repentini. Dopotutto, cinque settimane prima delle ultime elezioni statunitensi Donald Trump era considerato "ineleggibile".
La Brexit, dal canto suo, impatterà certamente la fiducia all'interno del e verso il Regno Unito, ma non dovrebbe avere grosse ripercussioni a livello globale e difficilmente produrrà una recessione, anche in caso di un esito ritenuto "sfavorevole". Se l'esito della Brexit è importante per il Regno Unito e gli Stati confinanti, non va dimenticato che il Paese produce solo il 3% del PIL mondiale.
Minacce
Come già anticipato, lo scenario di base di William Davies indica una crescita ancora debole, tassi d'interesse bassi e inflazione contenuta ; in questo contesto, la crescita globale sarà probabilmente bassa ma positiva o leggermente negativa e difficilmente vivace o in forte calo. Ma cosa minaccia questa prospettiva?
La guerra commerciale rimane un elemento chiave e il suo esito è incerto - spiega William Davies -. Sebbene le ultime informazioni sul commercio suggeriscano un cauto ottimismo, siamo consapevoli che gli eventi possono prendere una piega improvvisa e drammatica, alimentata dalla velocità di diffusione delle notizie sui social network. Ciò detto, il Presidente Trump vorrà assicurarsi che l'economia statunitense sia in buona salute in vista delle imminenti elezioni del 2020, visto che non è affatto nel suo interesse rischiare una recessione prima di allora. Per parafrasare lo stratega economico James Carville: "È tutta questione di economia, stupido". Una rapida risoluzione della guerra commerciale rappresenterebbe addirittura un rischio al rialzo per noi. Tuttavia, se i toni dovessero inasprirsi di nuovo e la situazione dovesse peggiorare, si potrebbe benissimo profilare una situazione di sottoinvestimento, accompagnata da una flessione.
Più in generale, un rischio al rialzo potrebbe assumere la forma di una rapida accelerazione della crescita - spiega William Davies -. Alcuni lo ritengono probabile, visti i costi attualmente contenuti per le aziende, i tassi d'interesse e di prestito bassi e i modesti prezzi delle materie prime (specialmente del petrolio). Senza contare che le dispute commerciali potrebbero terminare, mentre i governi potrebbero aumentare o prolungare lo stimolo fiscale. In questo contesto, le aziende si ritroverebbero inondate di liquidità in eccesso che cercherebbero di reinvestire, iniettando allo stesso tempo una dose di adrenalina nell'economia. Al momento, però, le aziende statunitensi tendono a riacquistare le proprie azioni piuttosto che a fare intense spese in conto capitale. Allo stesso modo, è difficile che le forze strutturali che tengono bassa la disoccupazione vengano meno, causando un'impennata della disoccupazione a danno dei portafogli dei con Autore: Pierpaolo Molinengo Per ulteriori notizie, analisi, interviste, visita il sito di Trend Online

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