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martedì 19 novembre 2019

Il grande bluff


Smettete di affannarvi per capire cosa faranno i mercati, perché tanto è impossibile. Almeno così dicono, ma forse non è del tutto vero. Qualche regola, in effetti, esiste, e adesso la vediamo.
Tutte le parti del sistema economico e del mercato sono correlate. Le correlazioni hanno spesso una natura duplice e complessa.
Ogni notizia, ogni dato, ogni evento con rilevanza economica, effetto di una o più cause antecedenti, diventa a sua volta causa che può generare effetti sia sulla crescita (e crescita attesa), sia sull’inflazione (e inflazione attesa): questa azione può teoricamente rivolgersi ad un solo lato, ma nella realtà essa impatta quasi sempre, in modo simultaneo, entrambe le componenti (crescita e inflazione), generando effetti complessi e a volte apparentemente contraddittori.

Ricordiamo che il sistema è un meccanismo dinamico di energie e di forze convergenti o contrapposte, di pesi e contrappesi, in una continua ricerca di nuovi equilibri dei prezzi rispetto al dinamismo del valore.
Lo schema di sintesi dei casi possibili si può rappresentare come segue.
  • Dati macroeconomici positivi suggeriscono l’ipotesi di un futuro incremento dei consumi e degli investimenti non finanziari, dunque di una maggiore crescita sistemica attesa e di maggiori profitti futuri per le aziende; questo ha un impatto positivo sul valore, sul prezzo delle azioni e sugli indici azionari in genere (relazione primaria),
  • ma eleva anche le attese di inflazione e dunque fa ipotizzare un orientamento più restrittivo o meno espansivo della politica monetaria (tassi più alti o meno bassi): questo ha invece un impatto negativo sul valore, sul prezzo delle azioni e sugli indici azionari in genere (relazione secondaria).
  • Viceversa, dati negativi suggeriscono l’ipotesi di un futuro decremento dei consumi e degli investimenti non finanziari, dunque di una minore crescita sistemica attesa e di minori profitti futuri per le aziende; questo ha un impatto negativo sul valore, sul prezzo delle azioni e sugli indici azionari in genere (relazione primaria),
  • ma attenua anche le attese di inflazione, e dunque fa ipotizzare un orientamento più espansivo o meno restrittivo della politica monetaria (tassi più bassi o meno alti): e questo ha di nuovo un impatto positivo sul valore, sul prezzo delle azioni e sugli indici azionari in genere (relazione secondaria).
Questo spiega la volatilità dei prezzi subito dopo l'uscita dei dati macro, o anche nei giorni successivi, per i dati più importanti.

I prezzi, infatti, recepiscono una sommatoria di spinte contrapposte e cercano di sintetizzarle e replicarle: il risultato finale di questa operazione viene cercato in prima battuta nei modelli di valutazione macroeconomica del sistema e di valutazione fondamentale delle aziende; in un secondo tempo, essa si riflette negli ordini lanciati sui mercati dagli HFT e infine nel movimento effettivo dei prezzi.
Fin qui sono solo situazioni da manuale.
E la faccenda, in questo modo, sembra ancora complicata. E invece c'è un trucco.
Nella realtà, in ogni fase, in ogni momento, c'è un driver che pesa più degli altri, permettendo una lettura meno contorta.
Dopo l'ultima grande crisi, e dunque dal 2008, la vera guida sotterranea dei mercati finanziari è rappresentata dalle Banche centrali.

La politica monetaria ultra-espansiva gradualmente introdotta, con tassi a zero in Eurozona e per molti anni anche negli Stati Uniti, e la massa monetaria espansa a dismisura con i quantitative easing, gli LTRO e altre misure similari, si è posta come un argine granitico al crollo che sarebbe stato inevitabile in un sistema "non guidato", in questo tempo di malcelata ma emergente stagnazione secolare.
In pratica, un singolo driver si è imposto come motore principale.
Un orientamento di politica monetaria espansiva significa, con grande probabilità, mercati azionari al rialzo nel breve e nel medio termine. Un orientamento di politica monetaria restrittiva significa, con grande probabilità, mercati azionari al ribasso nel breve e nel medio termine.

Questa maggiore spinta della politica monetaria rispetto alla crescita, in questa fase, si verifica perché i tassi di crescita dell'economia (e le loro variazioni) non hanno più una forza sufficiente per essere eletti come driver principale dei mercati. Questo ci porta anche a vedere movimenti e combinazioni dei prezzi in apparenza illogici.
Oggi, ad esempio, dati sulla crescita più deboli delle attese possono determinare rialzi dei listini o viceversa, come abbiamo visto anche nello schema precedente. A complicare ulteriormente la lettura dei mercati ci si mette la serie rituale di finte che precedono ogni movimento, ma questa è un'altra faccenda, e non pertiene all'economia, ma alla psicologia, o tutt'al più alla giurisprudenza di un giorno che verrà.

Tre anni fa le cose sono cambiate ancora.

L'elezione del presidente americano Donald Trump ha inaugurato l'ultima frontiera dei modi per controllare e influenzare i mercati. Partiamo dal presupposto che Trump ha come obiettivo principale la propria rielezione nel novembre 2020, e dunque ha finalizzato gran parte della sua azione politica a questo target.
Non perché Trump sia brutto e cattivo. Quasi tutti i politici, in ogni parte del mondo, soprattutto in Italia, hanno come obiettivo il consenso elettorale, e dunque quasi tutto ciò che fanno non è mai funzionale al bene comune o all'efficienza del sistema, ma a prendere voti.

Per inciso, questo fine determina scelte politiche che in genere sono proprio all'opposto del bene comune e dell'efficienza. Dunque lo fanno tutti. Trump, magnate dei media (non lo dimentichiamo) lo fa solo in modo più sfacciato e plateale, ma anche più efficiente. La sua grande (ma in fondo semplicissima) intuizione è che i mercati si muovono sulle attese, che il senso del vero e del giusto non esiste più, e che la gente si manipola facilmente, controllando l'informazione, ma poi dimentica in fretta.

E dunque, sulla base di un conflitto prospettico e futuribile reale tra la potenza dominante USA e la potenza emergente cinese, Trump ha scatenato dal nulla la guerra commerciale dei dazi, per creare una situazione di rischio e di incertezza che fungesse da volano per il suo progetto.
Ciò ha creato ovviamente tensione sui mercati, ma in quella fase a lui non interessava.
Nel frattempo, egli ha imposto alla Fed di abbassare i tassi, cioè il Federal Fund Rate, nonostante la fase ciclica espansiva richiedesse, al contrario, una prosecuzione dei rialzi, o perlomeno tassi stabili. Trump ha fatto ciò solo per preparare il terreno ad una più facile ripresa dell'economia e dei mercati quando sarà in grado di proporre l'annuncio di un accordo commerciale con la Cina.

Il suo piano è certamente quello di trovare questo accordo in prossimità delle primarie repubblicane (se ne avrà bisogno, ma non sarà così), oppure direttamente in prossimità delle presidenziali di inizio novembre 2020. Nel 2016 le elezioni primarie del Partito Repubblicano statunitense si sono tenute tra i mesi di febbraio e giugno, ma questa volta potrebbero tenersi solo in alcuni Stati federali, o persino non tenersi affatto, visto lo strapotere (non solo economico) di Trump e dunque l'esito quasi scontato delle votazioni; a tutto ciò va aggiunta la malcelata volontà del Partito Repubblicano di andare compatto alla sfida con i democratici, appoggiando il suo cavallo più forte.

Non ci sarà dunque nessun accordo significativo prima dell'estate-autunno 2020. Ci sarà solo il rituale balletto di rumors e smentite, funzionale ad agitare la volatilità dei mercati, tanto cara alle mani forti, animate dalla mission di rubare denaro ai piccoli investitori e trader.
In altri termini, la guerra dei dazi è un problema indotto e dunque non reale, creato artificiosamente (da Trump e dal suo team) all'interno di un piano funzionale ad un interesse privato, nel quadro attuale e globale di totale venir meno di qualunque cosa che assomigli alla giustizia e alla legalità.

E dunque la soluzione che Trump pensa di trovare e di proporre fra qualche mese sarà solo una soluzione non reale ad un problema non reale. Viceversa, il profilarsi storico, a distanza, di uno scontro totale (non solo commerciale) tra la potenza dominante USA e la potenza emergente Cina, è una drammatica realtà e non ha per ora nessuna soluzione possibile diversa dalla guerra, men che meno le arroganti buffonate di Trump, le quali, sebbene ignorate e derise in Cina, portano solo ad un inasprirsi prospettico dei rapporti.
I tanti scontri e focolai di tensione che vediamo accendersi quasi in ogni parte del globo, sono certamente già un primo round di questa lunga partita che inizia a stagliarsi all'orizzonte, come una tempesta in arrivo.

In ogni contesa di cui sentiamo notizie da internet o dalla tv, da una parte ci sono armi, militari, consiglieri, istigatori, politici corrotti, denaro e impegno mediatico degli Stati Uniti, dall'altro c'è la stessa cosa da parte cinese. Nella prospettiva dei tempi lunghi, nessuna soluzione diversa dallo scontro finale può essere considerata risolutiva e realisticamente possibile.
Nel frattempo, negli USA, in una gara di sfoggio di potere, manipolazione dei media e di utilizzo dei cavilli legali, i democratici, che in questo gioco delle parti sono oggi gli avversari di Trump, cercano varie strade per incastrarlo con un procedimento di impeachment.

Non so se ci riusciranno (ne dubito), ma so che un'economia caduta in ostaggio di questa pittoresca spy-story in stile "guerra fredda" anni '60, risulta poco lineare, poco sensibile alla dinamica dei veri fondamentali e dunque meno prevedibile. Più ad Fonte: News Trend Online

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