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mercoledì 9 ottobre 2019

L’incapacità di mettersi d’accordo


Se la prima giornata della settimana aveva mostrato l’incapacità di Wall Street di tornare ai massimi e l’indice SP500 aveva cozzato contro la resistenza costituita dall’area 2.950 punti e dalla media mobile a 50 sedute, senza riuscire a siglarne a fine giornata il superamento, ieri la seconda seduta ha confermato che i tempi non sono maturi per andare oltre il rimbalzo tecnico, ed i venditori hanno ripreso il sopravvento.
Il risultato, che si è consolidato con una giornata passata tutta a scendere, dopo il rimbalzino iniziale dei mercati europei, è stato la ripresa piuttosto impetuosa del ribasso verso i supporti che ieri mattina, quasi ne avessi il presentimento, avevo consigliato di non dimenticare, perché ne avremmo di nuovo sentito parlare.
Il motivo del dietrofront ribassista è un insieme di fattori che sono arrivati tutti insieme a deteriorare l’umore degli investitori, e che potremmo classificare tutti nell’unica voce “incapacità di mettersi d’accordo”.
A cominciare dalla ormai troppo lunga scaramuccia commerciale tra USA e Cina, che fingono di volersi parlare, e probabilmente lo faranno, dato che l’incontro tra le due delegazioni è fissato a Washington questa settimana, con lo scopo di riprendere il bandolo della matassa delle trattative per un accordo che consenta a Trump di arretrare sui dazi vantandosi di aver vinto la guerra commerciale.

Ma in attesa dell’incontro e forse per acquisire posizioni negoziali di forza, le parti stanno inasprendo significativamente i toni, il che sembrerebbe allontanare le possibilità di accordo, anche perché i cinesi, che sono certamente molto concreti, non mi paiono i tipi da negare il giorno dopo quel che affermano il giorno prima, come invece è solito fare Trump.
Ieri gli USA hanno inserito altre aziende cinesi nella lista nera delle società con cui non si deve commerciare, suscitando dure minacce di ritorsioni da parte dei cinesi, che stanno ipotizzando di ridurre la permanenza della delegazione e non affrontare la gran parte dei temi cari a Trump.
Sono arrivati addirittura, in reazione ad un tweet solidale con le proteste di Hong Kong da parte di un dirigente della squadra di basket di Houston, ad oscurare le trasmissioni delle partite della NBA in Cina, danneggiando in modo consistente gli interessi USA.

Il malcapitato dirigente americano ha penosamente chiesto scusa, dimostrando che in USA l’unico grande valore ideale, morale, religioso e politico è il dollaro.

Ma anche in Europa si continua a litigare, in questo caso sulla Brexit, a 22 giorni dalla scadenza del termine previsto per l’uscita dalla UE della Gran Bretagna.
Il piano di Johnson offerto alla Commissione UE per trovare un accordo è stato rigettato come insufficiente da tutti i leader europei.
Le probabilità di arrivare al No Deal aumentano, dato che Johnson sta cercando scappatoie legali per evitare di chiedere la proroga alla UE della data di scadenza e continua a ripetere che il 31 ottobre il Regno Unito sarà con certezza fuori dalla Ue.
I due spauracchi dei mercati (Dazi, soprattutto e, in seconda battuta, la Brexit) sembrano perciò ingrandirsi, anziché ridursi, e questo, in un contesto di recessione globale sempre più vicina, non può certamente migliorare l’umore degli investitori, che tornano a vendere.
SP500, dopo un’apertura in forte gap ribassista rispetto al giorno precedente, ha rotto addirittura il livello di 2.900 e accelerando al ribasso nel finale, è atterrato a 2.893.
Si trova ora molto più vicino al supporto di 2.856 che ai massimi storici di 2.992.
Un test del supporto, e magari anche della media mobile a 200 periodi, che passa in questi giorni da 2.846, pare assai probabile.

L’eventuale sfondamento, per avvenire, richiederebbe un chiaro fallimento dei negoziati tra cinesi ed americani e la presa d’atto della Brexit senza accordo, oppure una stagione delle trimestrali particolarmente gelida.
Tutte cose che potrebbero materializzarsi, oppure essere accantonate ancora una volta, nei prossimi giorni, che si preannunciano piuttosto caldi.
Anche perché sotto l’area 2.840 c’è un bel salto che porta a 2.730 e, sotto questo livello, il baratro che porta fino a 2.350, cioè i minimi del dicembre scorso.

  
L’Europa? Ovvio. Va, e continuerà ad andare dietro all’America.
Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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