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martedì 29 ottobre 2019

Brexit: ma adesso è ora di cambiare canale?


Mark Haefele, Global Chief Investment Officer GWM, UBS AG spiega che la rete televisiva britannica Sky News ha lanciato un canale «Brexit Free», che non trasmette notizie sull’uscita del Regno Unito dall’Unione europea (UE). Ma, mentre i telespettatori locali possono permettersi di cambiare canale in qualsiasi momento, gli investitori si vedono spesso costretti a seguire con attenzione tutto ciò che fa muovere i mercati ogni giorno.
Se le dispute commerciali verranno risolte e si giungerà a un accordo sulla Brexit, gli investitori potranno finalmente cambiare canale e passare dalla geopolitica ai fondamentali? E in tal caso, si troveranno a guardare un thriller o un film dell’orrore?
Innanzitutto, è ancora presto per sapere se le tensioni commerciali si risolveranno, poiché non è ancora stato firmato un accordo tra Washington e Pechino, l’Europa ha minacciato ritorsioni contro i recenti dazi statunitensi e il dibattito su Hong Kong in corso al Congresso americano rischia di complicare ulteriormente la situazione.
Inoltre, gli indicatori economici e gli utili aziendali rimangono contrastanti. I profitti potrebbero deludere le attese di consenso, in particolare nell’eurozona e nei mercati emergenti. Infine, benché vi siano motivi di ottimismo circa gli stimoli fiscali, ci sembra poco probabile che vengano varate importanti misure espansive, a meno che l’economia accusi un pesante deterioramento.
Nel complesso Mark Haefele continua a concentrarsi sui rendimenti azionari, più che puntare su un rialzo delle quotazioni.

È senz’altro possibile che le azioni si portino finalmente al di sopra dell’intervallo di scambio in cui sono confinate da sei mesi, ad esempio nel caso di una sorpresa positiva nell’ambito dello scontro commerciale tra Stati Uniti e Cina, come la sospensione a data da destinarsi dell’aumento dei dazi previsto per dicembre, o di un recupero più solido del previsto del settore manifatturiero.
Tuttavia, dopo un anno brillante per i portafogli bilanciati, riteniamo prudente analizzare con spirito critico le attuali prospettive delle valutazioni, della crescita e degli sviluppi geopolitici.
L'attuale posizionamento di Mark Haefele include un modesto sottopeso azionario complessivo, che è il risultato di un sovrappeso sulle azioni statunitensi rispetto a quelle dell’eurozona, una posizione di valore relativo sulle obbligazioni dei mercati emergenti in valuta forte rispetto alle azioni locali e un’esposizione rialzista alla sterlina britannica.

Relazioni tra Stati Uniti e Cina

Il Presidente Trump appare ora più disposto a prendere in considerazione un accordo parziale incentrato sul rinvio degli aumenti dei dazi statunitensi, a fronte di un incremento degli acquisti cinesi di prodotti agricoli americani.
L’atteggiamento più conciliante degli Stati Uniti potrebbe essere dovuto alla perdita di slancio dell’economia nazionale, con l’esaurirsi dello stimolo fornito dai tagli delle tasse.

Per quanto riguarda la Cina, invece, se da un lato i media locali sembrano essere riusciti a far calare le aspettative, dall’altro le autorità potrebbero essere intenzionate a raggiungere un accordo provvisorio, a condizione che si basi sul «rispetto reciproco»: a nostro avviso, ciò imp lica che entrambe le parti dovranno introdurre meccanismi di attuazione e reciprocità in settori quali la proprietà intellettuale e l’accesso al mercato. Mark Haefele ritiene che Pechino sia disposta a scorporare i negoziati sulle questioni di sicurezza nazionale dalle trattative commerciali.
Tuttavia, non vi è alcuna certezza che si giunga a un accordo anche di ridotta entità.

Washington ha rinviato l’aumento dei dazi previsto per ottobre, ma sembra che Pechino voglia ottenere una riduzione delle imposte doganali in vigore e la revoca degli incrementi delle aliquote previsti per dicembre. Inoltre, anche se venisse trovato un accordo su questi aspetti, ci sarebbero ancora altri ostacoli da affrontare.
Il Presidente Trump ha annunciato che le autorità cinesi hanno promesso di acquistare 40-50 miliardi di dollari di prodotti agricoli americani, ma un impegno di questa entità non ci sembra realistico (il livello massimo toccato dalle esportazioni statunitensi verso la Cina è stato di appena 26 miliardi di dollari nel 2012, quando i prezzi erano molto più alti) e il mancato rispetto delle quote agricole pattuite potrebbe innescare una nuova recrudescenza delle tensioni.

Le aziende potrebbero continuare a rimandare i piani di spesa in previsione di una nuova escalation commerciale.

E l’economia americana deve ancora assorbire l’impatto degli aumenti dei dazi di settembre.

Dati economici

Al di là del rumore geopolitico degli ultimi mesi, nel complesso il mercato ha sviluppato attese negative sulla produzione e gli investimenti e positive sui consumi e l’occupazione.
Pertanto, nei prossimi mesi gli investitori cercheranno probabilmente di cogliere eventuali indicazioni di un’inversione di queste tendenze, ovvero una ripartenza dei dati sulla produzione o un deterioramento di quelli sui consumi.
Le ultime rilevazioni sugli investimenti ci sembrano giustificare un cauto ottimismo.
Mark Haefele non è certo che le aziende comincerebbero a spendere a piene mani anche se Stati Uniti e Cina firmassero un accordo commerciale provvisorio; ma emergono i primi segnali di stabilizzazione degli investimenti, che a nostro avviso sono già rallentati al minimo indispensabile, e ciò significa che il margine di ulteriore flessione è ormai risicato.

Nei Paesi dell’OCSE, la crescita della spesa in conto capitale è diminuita da un tasso annuale del 5% a metà 2017 a meno dell’1% nell’1T19, ma è leggermente risalita nel 2T19, l’ultimo trimestre per il quale sono disponibili dati.
In Cina, il rallentamento degli investimenti fissi nel settore immobiliare e manifatturiero è in parte compensato dall’accelerazione degli investimenti in infrastrutture promossi dal governo.

Inoltre, a settembre la produzione industriale cinese ha registrato un’inattesa accelerazione salendo al 5,8% a/a dal 4,4% di agosto, il livello più basso degli ultimi 17 anni.
Produzione e investimenti hanno messo a segno un leggero miglioramento, ma le indicazioni su consumi e occupazione sono diventate meno incoraggianti.
A settembre le vendite al dettaglio statunitensi hanno inaspettatamente accusato la prima flessione da sette mesi a questa parte. Inoltre, l’indice ISM dei responsabili degli acquisti del settore americano dei servizi è calato al livello più basso dal 2014. Per i prossimi mesi Mark Haefele si aspetta anche un aumento delle richieste continuative di sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti.

Benché queste dinamiche siano in buona parte riconducibili a fattori stagionali, difficilmente il mercato riuscirà a ignorarle del tutto.

Utili societari

Con la stagione delle trimestrali del 3T19 in corso, è probabile che gli investitori si chiedano se le attuali previsioni di consenso per la crescita degli utili globali, pari a circa il 10% nel 2020, siano realistiche.
Secondo Mark Haefele, i profitti delle aziende americane non deluderanno le aspettative. L'attesa di Mark Haefele per l’anno prossimo è di un’espansione degli utili per azione (EPS) di appena il 5% negli Stati Uniti, rispetto al consenso del 10%, ma questo divario è in linea con la norma, data la tendenza a rivedere al ribasso le stime bottom-up nel corso di un anno.

In Giappone ci aspettiamo una crescita dell’EPS dell’1%, rispetto alle previsioni di mercato del 6%, ma anche questo scostamento è relativamente ridotto. Inoltre, negli ultimi mesi il mercato azionario nipponico ha sottoperformato rispetto ad altri listini, con un rendimento totale del 12% da inizio anno rispetto al 18% delle azioni globali.
Mark Haefele giudica invece troppo ottimistiche le attese degli analisti circa i risultati finanziari delle società dei mercati emergenti e dell’eurozona.

Il divario più ampio tra le nostre stime e quelle di consenso riguarda la zona euro, dove ci aspettiamo un’ulteriore contrazione dell’EPS del 3% nel 2020, rispetto alla previsione media di una crescita del 10,5%. Nei mercati emergenti, la nostra stima per il prossimo anno è di un’espansione dell’EPS del 6,5%, a fronte dell’attesa di consenso del 14,1%.
Nonostante le maggiori possibilità di revisioni al ribasso delle stime di utile, lo Stoxx Europe 600 e l’indice MSCI EM sono saliti rispettivamente del 7,6% e del 7,9% rispetto ai minimi di agosto, grazie all’ottimismo circa una risoluzione della disputa commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Nello stesso periodo, l’S&P 500 ha guadagnato solo il 5,5%.
Tra i mercati azionari emergenti preferiamo quello cinese. La Cina è ovviamente esposta allo scontro commerciale con gli Stati Uniti, ma i ricavi generati in Nord America dalle società quotate cinesi rappresentano solo il 2% del totale e le autorità stanno stimolando l’economia per controbilanciare l’impatto della disputa commerciale.

Espans Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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