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lunedì 9 settembre 2019

Dopo gli annunci Usa-Cina, tocca alle banche centrali


Dopo un mese di agosto che, seppur partito piuttosto male, si è poi accomodato in laterale ed ha chiuso poco distante dai valori di fine luglio e, per le borse americane, dai massimi assoluti, settembre è partito con un deciso ottimismo, che ha consentito ai tre indici principali (SP500, Dow Jones e Nasdaq100) di uscire al rialzo dal trading range che li ha ingabbiati in agosto e puntare ora a tornare ai massimi assoluti, magari anche oltre.
Le paure di recessione imminente, che in estate hanno spinto al rialzo il mercato obbligazionario, portandolo a valorizzare un crollo dei rendimenti a scadenza, e che hanno fermato la spinta rialzista del mercato azionario, rendendolo molto incerto e laterale, sembrano essere almeno in parte evaporate dopo che i politici americani e cinesi hanno comunicato la loro intenzione di riprendere le trattative di pace in ottobre e le banche centrali hanno sussurrato la disponibilità ad assecondare con politiche nuovamente molto accomodanti le ansie dei mercati azionari e l’euforia di quelli obbligazionari.
Stiamo vivendo nel pieno dell’era della manipolazione dei mercati.

Quella, per intenderci, in cui la condizione dell’economia mondiale fotografata dalle statistiche dei vari indicatori macroeconomici non rappresenta più, come un tempo, la realtà a cui i mercati debbono adeguare le loro valutazioni, ma semplicemente un dato di fatto di scarsa importanza.
Quel che conta è ciò che faranno i manipolatori dell’economia con le loro decisioni politiche o monetarie.
L’interventismo delle banche centrali è sempre più pervasivo ed anticipato. L’evoluzione dello scacchiere geopolitico e l’arrivo ai vertici del potere di personaggi sempre più stravaganti ed imprevedibili, spinge le grandi potenze a combattere sempre meno guerre convenzionali, ma sempre più guerre commerciali, in grado di condizionare le decisioni di investimento e gli equilibri delle bilance dei pagamenti e delle valute. 
In queste condizioni quel che ci rivelano le statistiche economiche viene snobbato dai mercati, che si concentrano sempre più nella previsione delle intenzioni dei potenti, assumendo aspettative che la fanno da padrone nei meccanismi della formazione dei prezzi e delle valutazioni di mercato.
Possiamo dire perciò che i prezzi sono sempre meno la rappresentazione della realtà o dell’evoluzione naturale della realtà,  e sempre più la rappresentazione delle aspettative sul comportamento di “regolatori” stravaganti, che troppo spesso danno l’impressione di non avere ben chiare le conseguenze di medio-lungo termine delle loro decisioni.
Pertanto si vive alla giornata e in preda all’alternarsi di euforia e delusione.
La scorsa settimana l’euforia ha avuto il sopravvento, poiché i segnali inviati dai regolatori sono stati tutti tesi a rassicurare.

La rottura dell’incertezza, sull’azionario, è avvenuta nella notte tra mercoledì e giovedì, proprio grazie all’annuncio della ripresa dei negoziati ad ottobre tra USA e Cina.  
L’ennesimo annuncio, dopo mesi di tensioni e dazi crescenti, di parole incoraggianti e fatti deludenti, e nonostante parecchi comportamenti pratici della Cina facciano pensare ad una strategia che punta a prolungare i negoziati senza grandi concessioni, per logorare le velleità di Trump e contribuire alla sconfitta elettorale di un avversario che, senza un accordo da sbandierare all’elettorato e che eviti la recessione, avrebbe poche speranze di rielezione.  
Pare evidente che i mercati sperano che Trump molli la presa ed effettui una retromarcia sui dazi che permetta all’economia USA di riprendere il ritmo di crescita dello scorso anno, ormai un ricordo, come dimostra uno dei più affidabili indicatori, l’ISM manifatturiero, che è in calo da 5 mesi e che per la prima volta dall’aprile 2016 è ora passato sotto il valore 50, che indica attese di un calo produttivo futuro da parte dei manager industriali.

Se le attese si trasformassero in realtà ed anche il rallentamento americano si aggiungesse a quello che già si nota da qualche trimestre in Germania, Gran Bretagna e Italia, avremmo oltre metà del G7 in recessione mentre anche la Cina, nonostante la svalutazione del Yuan e le misure di stimolo, sembra ridurre la sua crescita al di sotto del 6%.
Sarebbe uno scenario difficile da digerire per i mercati azionari, che difficilmente potrebbero evitare un ridimensionamento robusto delle valutazioni ed un allontanamento significativo dai massimi storici.
Per questo i mercati sperano che la FED e le altre banche centrali facciano la loro parte per evitare lo scenario recessivo.

Anzi, spinti da un Trump che non perde occasione per premere su Powell e pretendere un corposo taglio dei tassi, scontano già stimoli monetari abbondanti. I futures sui tassi prevedono con oltre il 90% di probabilità un taglio da 0,25% nella riunione FED del 18 settembre e con quasi il 60% un ulteriore analoga sforbiciata nella successiva riunione di ottobre, mentre per il 2020 le attese sono per ancora almeno altri due tagli.

Questa convinzione dei mercati ha condotto la curva dei rendimenti dei Treasury Bond ad invertirsi completamente negli ultimi giorni di agosto e quelli sul decennale a valori intorno al 1,43%, simili a quelli raggiunti al culmine del rallentamento economico del 2016, che precedette l’elezione di Trump.

Ma il rendimento del trentennale è sceso ben oltre i valori raggiunti nel 2016, ed ha toccato in agosto il minimo storico del’1,90%, ben al di sotto dell’attuale tasso ufficiale sui FED Fund e persino dell’eventuale taglio di settembre, rappresentandoci un’aspettativa di inversione prolungata della politica monetaria americana, con il ripristino di un atteggiamento molto accomodante per parecchio tempo.
Ricordo che Powell giustificò il taglio dei tassi effettuato il 31 luglio scorso come un semplice “aggiustamento preventivo di metà ciclo”, e, come tale, destinato a rimanere isolato a meno di un sensibile deterioramento delle condizioni dell’economia USA. Dopo poco più di un mese i mercati si attendono che Powell stravolga quella visione e cominci a lottare duramente contro una recessione che ancora non c’è.

Sarebbe un comportamento poco ortodosso da parte di una banca centrale, che tradizionalmente non agisce in modo preventivo, ma attende segnali ben evidenti per modificare l’impostazione della sua politica monetaria. Segnali che i mercati obbligazionari già scontano, e pretendono che altrettanto faccia la FED, mentre Trump, che non vede affatto la recessione che non gli conviene, pretende i tagli per poter continuare a fare il duro con i cinesi e drogare le borse, intestandosi i nuovi record di Wall Street a scopo elettorale.
Per questi motivi ritengo troppo esuberante la pretesa dei mercati, e, come tale, soggetta ad un elevato rischio di delusioni.

Comunque  da qui alla riunione del 18 settembre un po’ di acqua passerà ancora sotto i ponti e potremo verificare l’evolversi della situazione e delle aspettative. 
Questa settimana avremo invece già l’appuntamento con la BCE, previsto per giovedì prossimo.
Anche la BCE è chiamata a miracolare le sorti dell’economia europea, trainata verso la recessione dalla locomotiva tedesca, che ha messo la retromarcia. Il compito della BCE è improbo, poiché si ritrova un rallentamento molto più marcato di quello che si vede negli USA e possiede munizioni monetarie assai più scarse di quelle della FED.

Infatti in Europa i tassi sono già a zero (quelli ufficiali) e negativi (-0,4%) quelli che dovrebbero ricevere, ed in realtà pagano, le banche europee per depositare presso la BCE la liquidità in eccesso. Il Quantitative Easing è stato fermato solo 9 mesi fa e la sua ripresa, che i mercati si attendono, cozza contro la difficoltà a reperire titoli di stato acquistabili con le regole che finora son state utilizzate dalla BCE.
Ricordo che gli acquisti di titoli di stato, nella precedente versione del QE, venivano acquistati in proporzione alla quota di partecipazione di ciascuno stato al capitale della BCE (la cosiddetta “capital key”). Inoltre non potevano essere acquistati titoli con rendimento negativo. Ebbene, oggi questa regola non potrebbe essere applicata, dato che la Germania, di cui si dovrebbe acquistare Bund per circa il 26% della somma mensile totale prevista, oggi non ha più titoli di stato con rendimento positivo.

Nemmeno più i trentennali, che rendono  -0,1%. Un eventuale nuovo QE dovrebbe perciò cambiare le regole e gli equilibri, cosa non facile da concordare in sede BCE.
Torneremo nei prossimi giorni sull’argomento, ma intanto rilevo che anche l’ottimismo sul benefattore Draghi pare un po’ eccessivo.
Ma tant’è.
Dopo lo spot pubblicitario sulla trattativa USA-Cina i mercati azionari hanno nuovamente ripristinato la modalità bull market ed il ritorno ai massimi assoluti da parte degli indici americani pare una formalità da sbrigare nei primi giorni di questa settimana.
Anche il nostro Ftse-Mib ha messo la quarta, galvanizzato dal ribaltone governativo portato a termine da PD-M5S, dopo la spallata di Salvini che gli ha procurato la frattura politica della spalla e la caduta all’opposizione per un tempo che potrebbe essere anche piuttosto lungo, se il nuovo matrimonio d’interesse si trasformerà in matrimonio d’amore.
Solo un mese fa si discuteva di liti con la UE e di spread che avrebbe preso il volo con la bocciatura della manovra salviniana, che Tria non avrebbe potuto contenere.

Ora tutto ciò sembra Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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