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martedì 13 agosto 2019

USA-Cina, la guerra commerciale entra in una nuova fase


Norman Villamin, CIO Private Banking e Head of Asset Allocation di Union Bancaire Privée (UBP), spiega che l'annuncio di Trump del 1° agosto secondo cui gli Stati Uniti imporranno tariffe del 10% sui rimanenti 300 miliardi di dollari di importazioni di merci cinesi segnala che la cosiddetta "guerra dei dazi", iniziata all'inizio del 2018, si sta avvicinando alla fase finale.
Con questa mossa, infatti, sostanzialmente tutte le importazioni statunitensi di merci cinesi saranno soggette a dazi. Ne consegue che gli USA avranno una capacità limitata di aumentarli in modo significativo utilizzando gli strumenti tariffari applicati fino ad oggi. Similmente, per ritorsione, la Cina ha a sua volta imposto dazi su quasi tutte le importazioni dagli Stati Uniti.

Con entrambe le nazioni che hanno sostanzialmente esaurito l'insieme di merci soggette a un aumento delle tariffe, la fase di questo scontro legata al commercio appare praticamente completa. Tuttavia, questo non significa che le tensioni fra le due maggiori economie mondiali siano destinate ad attenuarsi in modo significativo.
Piuttosto, indica che il conflitto che finora si è manifestato sul fronte tariffario si sposterà verso campi di battaglia sempre più non tariffari.
Fra i due contendenti, gli Stati Uniti sono quelli che mantengono una modesta capacità di aumentare ulteriormente le tariffe, mentre la Cina dovrà ricorrere sempre più spesso a strumenti non commerciali e non tariffari.

In effetti, la risposta iniziale del paese all'annuncio di Trump già comprendeva entrambi i tipi di misure: l'indebolimento dello yuan e la fine dell'acquisto di prodotti agricoli statunitensi da parte di imprese cinesi. Quindi, con gli strumenti di ritorsione tariffaria non più disponibili, la svalutazione della valuta da parte della Cina rappresenta sia un metodo appropriato per rispondere alle attuali e future escalation tariffarie statunitensi, sia un modo per attenuarne l'impatto sui propri esportatori.

Con un rischio limitato di importare inflazione e avendo rafforzato notevolmente i controlli sui capitali negli ultimi anni a seguito della svalutazione del 2015, la valuta è uno strumento politico credibile per i policymaker della Cina continentale.

Notizie di stampa suggeriscono anche che la Cina ha preparato un progetto di legislazione sulla sicurezza informatica che richiederebbe una valutazione della sicurezza nazionale associata al rischio di utilizzare in Cina la tecnologia straniera di fornitori statunitensi - spiega Norman Villamin -.

Un altro potenziale strumento legato alla “sicurezza nazionale" nell'arsenale di ritorsione della Cina potrebbe essere la ripresa dei suoi acquisti di petrolio greggio iraniano (che si è conclusa con il ripristino delle sanzioni statunitensi contro l'Iran). Una tale mossa potrebbe aumentare e ampliare in modo significativo la portata del conflitto USA-Cina, dato l'attuale confronto USA-Iran, e rischierebbe di scatenare sanzioni dirette da parte degli USA su imprese statali cinesi.

Se gli Stati Uniti si dovessero astenere dall'intraprendere azioni contro Huawei, la Cina potrebbe analogamente evitare di passare a queste misure pesanti basate sulla sicurezza nazionale e scegliere invece strumenti di ritorsione più limitati, come la limitazione delle esportazioni di terre rare.
Infatti, nonostante questi metalli siano fondamentali per la catena di approvvigionamento tecnologico, il Giappone ha dimostrato nel 2010 (quando la Cina interruppe la fornitura in seguito a una controversia) che il riciclaggio e lo stoccaggio possono essere misure provvisorie sufficienti in attesa che le miniere (chiuse per problemi ambientali in molti paesi) tornino a produrre.
Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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