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mercoledì 8 maggio 2019

L’elefante Trump nella cristalleria


Gli investitori USA ci hanno messo un giorno a capire la portata distruttiva dell’azzardo di Trump sui dazi. Nella seduta di lunedì, dopo un’apertura spaventata, l’ottimismo e la fiducia nel fiuto negoziale di Trump avevano convinto i compratori ad assorbire le vendite dei perplessi e provocato un recupero quasi completo delle perdite, aiutando anche i mercati europei a limitare i danni.
Ma i nodi sono venuti al pettine ieri.
Coloro che credevano che la promessa di Trump di alzare i dazi, per convincere la Cina  a trattare, fosse una boutade negoziale, destinata a essere rimangiata appena i cinesi si fossero impauriti, hanno dovuto constatare che i cinesi sono disposti a vedere le carte del bluff di Trump.
Infatti ieri, sempre con toni molto misurati e senza minacciare rappresaglie, i cinesi hanno confermato la partecipazione ai negoziati che si terranno domani, ma ridotto la partecipazione della delegazione ad un solo giorno, cosa che rende impossibile il raggiungimento lampo dell’accordo.

Inoltre hanno fatto filtrare che non sono affatto impauriti per l’eventuale rialzo dei dazi, e che hanno i mezzi per limitare i danni.
Chi puntava sul bluff ha inoltre dovuto considerare che il rialzo dei dazi è stato definito in modo preciso: alla mezzanotte di venerdì.
Ora, dato che è materialmente impossibile che entro quell’ora fatidica venga raggiunto un accordo anche solo sostanziale, che rimuova tutti i numerosi ostacoli negoziali ancora presenti, significa che i dazi entreranno certamente in vigore. Perciò non sono più una minaccia, ma diventeranno a fine settimana un fatto compiuto.

A meno che Trump dichiari “avevo scherzato”, cadendo dal piedistallo di “re della negoziazione” e facendo la figura del buffone. Col mondo che parlerebbe di vittoria dei cinesi. E’ uno scenario che escludo. Anche stavolta Trump rimarrà prigioniero dei suoi Tweet azzardati ed il negoziato subirà una cocente battuta d’arresto in dirittura d’arrivo, come quello con la Corea del Nord a fine febbraio. 
C’è già chi ipotizza che l’aumento dei dazi ritirerà per un po’ i cinesi dai negoziati e prolungherà la trattativa per tutto quest’anno.

Quella trattativa che i mercati, fomentati dall’ottimismo continuamente manifestato da Trump, solo una settimana fa scontavano come quasi conclusa. Ancora una volta Trump si è comportato come il classico elefante nella cristalleria. 
Perciò ora le Borse si trovano costrette ad incorporare nelle quotazioni uno scenario ben diverso e sostanzialmente imprevisto.
E lo devono fare in condizione di eccesso rialzista conclamato e con il livello record delle scommesse sulla riduzione della volatilità.
E’ una condizione potenzialmente distruttiva, in grado di produrre una correzione molto marcata per gli indici USA, e, di conseguenza, per tutti i mercati globali.

Ieri abbiamo visto un accenno di quel che potrebbe succedere.

Tutti i principali mercati mondiali hanno subito perdite significative  e questa volta anche gli indici americani sono stati colpiti da vendite piuttosto pesanti. SP500 (-1,65%) ha rotto il supporto di quota 2.900 ed ha esteso il calo fino a testare con precisione la trendline rialzista che sostiene il movimento di questo indice da metà gennaio.
Arrivato a 2.862, area in cui passa anche la media mobile a 50 sedute, è arrivato il rimbalzo tecnico e la chiusura è stata un po' migliore. Wall Street ci ha mostrato così di essere sensibile a questi livelli chiave, che rappresentano il massimo ribasso ancora compatibile con il trend rialzista in atto.

La rottura evidente e confermata in chiusura di seduta di questi livelli decreterebbe la presenza di una correzione più importante delle due precedenti, avvenute nel mese di marzo. In tal caso potremmo ipotizzare un arrivo almeno in area 2.790 o anche qualcosa meno, dato che a 2.770 passa la media mobile a 200 sedute, che potrebbe essere verificata.
Il calo americano ha coinvolto ovviamente l'Europa, con Eurostoxx50 (-1,78%) che è arrivato a testare anch'esso la sua media mobile a 50 sedute.

Il nostro indice Ftse-Mib ha perso un po' meno (-0,89%), benché la Commissione Europea abbia pubblicato previsioni economiche per questo ed il prossimo anno piuttosto severe per il nostro paese.  La crescita 2019 è ipotizzata ad un misero +0,1%, mentre il deficit è visto crescere in modo consistente quest'anno e addirittura sfondare il fatidico livello del 3% del PIL il prossimo anno.  Anche il rapporto debito/PIL è stimato in salita il prossimo anno fino al 135,2%.

Si tratta di previsioni che cozzano in modo eclatante con quelle del Governo, e dovrebbero causare la richiesta di una consistente manovra correttiva. Ma a poco più di due settimane dal voto per il Parlamento Europeo la Commissione non può chiedere nulla. La resa dei conti è rinviata al dopo voto e sarà condizionata dai risultati che le elezioni presenteranno, anche se in questi giorni parecchi esponenti politici, in particolare i veri o presunti amici di Salvini hanno abbondato con dichiarazioni impietose nei confronti del nostro paese.
Mi viene difficile comprendere su quali basi si reggano queste amicizie, tra chi vede l’Italia come palla al piede dell’Europa e da mettere in riga al più presto e chi la governa e fa campagna elettorale promettendo tagli fiscali a tutto spiano, fregandosene del tetto del 3% del rapporto deficit/PIL.
In comune c’è solo l’ostilità verso gli immigrati, che serve a prendere i voti degli sprovveduti, ma non a governare le istituzioni europee, nè quelle nazionali, come può costatare chi non è ipnotizzato dai social di Salvini.
Comunque ora l’ostilità verso l’Italia è ben mascherata dalle istituzioni europee.

Temo però che la maschera verrà gettata subito dopo il voto.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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