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martedì 14 maggio 2019

I mercati precipitano come i rapporti USA-Cina





Ne abbiamo sentite di fandonie la scorsa settimana! Trump colpisce con i dazi per mettere all’angolo i cinesi. I cinesi si piegheranno presto al diktat di Trump. La cautela cinese rivela che la Cina è in difficoltà e vuole l’accordo. L’accordo non c’è ma è solo rimandato di qualche settimana.
Ora sappiamo che tutte queste supposizioni non avevano la minima base di realtà.
La cautela cinese e la decisione di concludere la fase negoziale senza andarsene sbattendo la porta, anche se gli USA avevano alzato i dazi proprio durante gli incontri delle due delegazioni, non è una manifestazione di debolezza, ma di semplice distanza dalla modalità comunicativa grossolana ed aggressiva di Trump.
Con calma ieri sono arrivate le prime reazioni ufficiali cinesi e sono trapelate sui media controllati dal regime alcune minacce di non poco conto.
Innanzitutto a partire dal 1 giugno saranno alzati dazi al 20-25% su circa 2.500 beni importati dagli USA, per un valore di circa 60 miliardi di $ l’anno.

Inoltre la Cina interromperà i maggiori acquisti di prodotti agricoli ed energetici USA, promessi durante i negoziati, e ridurrà gli ordini di aerei Boeing.  
La Cina non si ritira dai negoziati. Però si presume che le trattative verranno rallentate, dato che non è stata fissata alcuna data per il dodicesimo round negoziale, che si dovrebbe tenere in Cina e che gli americani vorrebbero piuttosto vicino, per consentire di firmare l’accordo a margine del G20 di fine giugno in Giappone.

Anzi. Il capo negoziatore cinese Liu He, con un’ampia intervista ai media cinesi, ha messo una serie di paletti ben chiari:
  1. Non si negozia sui principi. Tali sono considerati gli aiuti di stato, che gli americani vorrebbero rimossi e il progetto di sviluppo “Made in China 2025” che pone le basi per la crescita ed il dominio cinese per i prossimi 25 anni.
  2. Tutte le tariffe debbono essere rimosse.
  3. Gli accordi debbono essere bilanciati, senza che emerga un vincitore ed uno sconfitto.
A me tutte queste risposte non rivelano affatto ansia di concludere i negoziati, né il timore di venir schiacciati dalla potenza americana.
I mercati hanno perciò dovuto svegliarsi dal sogno e prendere atto che, invece che terminare, come pensavano fino a pochi giorni fa, la guerra commerciale si sta avvitando in una escalation piuttosto preoccupante. 
SP500, il principale indice azionario USA, dopo due disperati tentativi (riusciti), giovedì e venerdì scorsi, di rimanere aggrappato alla media mobile a 50 sedute ed alla trendline rialzista che guidava il recupero di questa prima parte dell’anno da metà gennaio in avanti, ieri ha ceduto di schianto.

Apertura in forte gap ribassista, che ha annullato tutto il recupero attuato nella seconda parte della seduta di venerdì scorso e scivolata progressiva fino all’area 2.800 (minimo a 2.801), che per ora ha tenuto e favorito un po’ di stabilizzazione. La chiusura a 2.812 è comunque costata un -2,41%, che ha sostanzialmente bissato, in una sola seduta, il calo subito nell’arco di tutta la scorsa settimana.
Anche peggio ha fatto il tecnologico Nasdaq100 (-3,46%), che contiene parecchie società USA che producono in Cina componenti tecnologici, che poi importano per il mercato americano, e non fanno certo salti di gioia all’annuncio che Tariff-man sta spingendo per preparare rapidamente l’estensione dei dazi al 100% delle importazioni provenienti dal nemico cinese.

Questa volta Trump sembra averla fatta proprio fuori dal vasino.
Il suo smisurato ego e la sua arroganza, che lo portano a cercare sempre di sfruttare chiunque per trarre vantaggi personali, in questo caso per scopi elettorali, lo hanno condotto probabilmente a fare una mossa sbagliata, come già gli capitò ai tempi dell’affrettato tentativo di accordo nucleare con il dittatore coreano Kim, che gli ha fatto marameo sul più bello ed ora ha ripreso a testare i missili balistici.
Forse in questa guerra commerciale non ha ben chiari i rapporti di forza e la capacità di resistenza dei due contendenti, ed ha finito per sopravvalutare quelle degli USA e sottovalutare quelle cinesi.
Lo dimostra il fatto che continui senza soste a definire i dazi come una fonte di arricchimento per gli USA, guardando esclusivamente alle somme che l’erario incasserà sui beni importati dalla Cina.

In realtà la bilancia del dare/avere è un po’ più complessa. Tanto per cominciare le ritorsioni cinesi danneggeranno l’agricoltura americana e magari proprio i produttori di soia del Midwest, lo zoccolo duro dell’elettorato che gli ha garantito la vittoria contro la Clinton nelle ultime elezioni.
Inoltre gran parte delle importazioni cinesi non è così facilmente sostituibile con merci prodotte negli USA.
Perciò su queste merci le tariffe verranno pagate dal consumatore americano. Inoltre la Cina, essendo una dittatura in cui è il potere politico a controllare il cambio e la politica monetaria, ha molta più flessibilità a disposizione, per fronteggiare i guai del ridotto interscambio, di quanta ne abbia Trump.
Come i cinesi hanno già fatto nel recente passato, per passare quasi indenni attraverso le precedenti bordate tariffarie americane, possono agire sul cambio, svalutando il Yuan rispetto al dollaro ed annullare in parte l’effetto negativo delle tariffe.

Inoltre possono aumentare aiuti fiscali e monetari alle imprese cinesi, per favorire l’assorbimento delle difficoltà. Infine hanno a disposizione l’arma nucleare dei Treasury Bond in loro possesso, che hanno accumulato per un ammontare che supera i 1.100 miliardi di dollari. Se decidessero di venderne una parte o anche solo di non comprarne più, darebbero un duro colpo alla capacità di finanziare gli enormi deficit di bilancio creati da Trump per istituire e mantenere in vita i regali fiscali che hanno drogato l’economia USA lo scorso anno.

E i rendimenti subirebbero una tendenza a salire, portando altri guai alle imprese americane, fortemente indebitate anch’esse.
Forse sono queste le considerazioni che i mercati hanno ricominciato a fare, al risveglio dal sogno dell’accordo imminente, che si è rivelato un’illusione.
E, come spesso capita dopo aver speculato a lungo su un’ipotesi che si rivela fallace, il ritorno sulla terra rischia di essere abbastanza traumatico.
Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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