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lunedì 13 maggio 2019

Bond oggi: pescando qua e là fra i Btp…


Un mondo in piena evoluzione quello dei Btp, anche nell’approccio dei mercati, per i tanti motivi di cui i media parlano tutti i giorni. Nulla si dice però rispetto a rendimenti reali, occasioni maggiori o minori sulle diverse scadenze e andamenti delle quotazioni. Calcolatrice alla mano proponiamo così alcune valutazioni puramente numeriche sulla situazione in corso, sottolineando ovviamente come il quadro sia in continua evoluzione.

Al netto dell’inflazione!

Partiamo dal rendimento depurato da prelievo fiscale e dall’inflazione, il cui ultimo dato – riferito ad aprile – la vede attestarsi in Italia all’1,1% su base annua.

Considerando che gli yield dei Btp, al netto del 12,5% di tassazione, si posizionano oltre l’1% quasi solo per le scadenze dopo il 2023, è evidente che l’investimento portato a termine non copre nemmeno dall’aumento del costo della vita sulle durate residue a quattro anni.
Per trovare un 2% di rendimento extra fisco occorre spostarsi al 2027, quindi sugli otto anni, con yield depurati dall’inflazione sullo 0,9-1%, del tutto inadeguati al rischio di credito, che ci si accolla, e soprattutto al fattore “duration”, ovvero alla variabile da aumento dei tassi.

Se infatti entro il 2027 l’area euro non avesse invertito la sua politica monetaria, probabilmente non esisterebbe più o sarebbe in preda a una crisi irreversibile. Ne consegue che le uniche due alternative sono di allungare le scadenze o di passare su altre tipologie di titoli di Stato.

E in effetti così è

La seconda scelta appare la più idonea se si considera che per esempio il Btp€i 2028 (Isin IT0005246134) paga l’1,3% + inflazione europea, con yield al netto del fisco attestato al 2,6%, quando dei Btp sempre 2028 si fermano attorno al 2%.

Meno entusiasmante la situazione attuale per i Btp Italia, che sulla scadenza più lunga – la maggio 2026 (Isin IT0005332835) – si ferma al 2,16%, complice l’inflazione italiana più bassa rispetto a quella europea. In realtà il quadro generale appare non così preciso da portare a una valutazione risoluta nei confronti dell’una o dell’altra generazione di governativi italiani.
Un compromesso, con la ripartizione del capitale eventualmente destinato ai nostri titoli di Stato fra Btp, Btp€i e Btp Italia, risulta quindi la migliore risposta, di fronte ad andamenti incerti di inflazione e tassi. 

Quelli oltre il 3%

Torniamo ai tassi fissi per valutare i rendimenti in assoluto più elevati, al netto del fisco.

Inevitabilmente sono i lunghissimi, cioè i 2047, 2048, 2049 e 2067, i soli a superare la barriera del 3%. Trattandosi però di scadenze quasi Matusalemme non interessa tanto lo yield quanto la consistenza del flusso cedolare, fronte su cui primeggia il 2049 (Isin IT0005363111), che con un 3,85% distacca i suoi tre “rivali”.
Per chi fosse infine alla ricerca della maggiore cedola in senso assoluto segnaliamo che il primato spetta sempre al 9% 2023 (Isin IT0000366655) e all’8,5% di nuovo 2023 (Isin IT0000366721), quest’ultimo in realtà illiquido. Per una delle tante inefficienze presenti sul mercato gli investitori puntano solo sul primo, con volumi e controvalori interessanti, sebbene lo yield netto si posizioni all’1,38%, ancora una volta poco sopra l’inflazione.

Invitabile un giudizio finale: soltanto con un po’ di trading i Btp hanno senso nel collocarsi in un portafoglio obbligazionario. 
Fonte: News Trend Online

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