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mercoledì 15 maggio 2019

Bond oggi: arriva il primo taglio Fed. Lo attestano i numeri


Le probabilità che la Fed tagli i tassi – almeno una volta – nel corso del 2019 non vengono più taciute nemmeno dai big dell’asset management finanziario, per i quali la notizia non è certamente positiva. Proprio nelle ultime ore si sono sentite prime dichiarazioni in tal senso, seppur attorniate dai condizionali del caso.
Le parole e le ipotesi valgono in ogni caso poco in un mondo in cui ormai si dice tutto e il contrario di tutto. Un po’ di verità la raccontano solo i numeri e ad essi ci affidiamo per fiutare le evoluzioni in atto.

Decennale al 2,4%

Il rendimento è retrocesso sui livelli del dicembre 2017.

Allora il Federal Fund Rate si collocava all’1,5% (data della modifica il 13 dicembre). Attualmente si situa al 2,5%, ultima tappa di una progressività nel tempo così evoluta: 0,5% il 15/12/2015, 0,75% il 14/12/2016, 1% il 5/3/2017, 1,25% il 14/6/2017, 1,5% - come già detto – il 13/12/2017, 1,75% il 21/3/2018, 2% il 13/6/2018, 2,25% il 26/9/2018 e infine 2,5% il 19/12/2018.
Naturalmente non esiste una relazione automatica che porti a ipotizzare – essendo il decennale al 2,4% - che il tasso Fed approdi all’1,5%! E’ il trend a dover essere preso in considerazione e questo risulta appunto ribassista, il che significa rialzo delle quotazioni dei Treasuries a dieci anni, conferma di una propensione del mercato ad anticipare un calo dei tassi, magari solo marginale.

Lo ratifica la quotazione del più utilizzato attualmente fra i T-Bond a 10 anni presenti su Tlx, il 5,25% scadenza 15/2/2029 (Isin US912810FG86), salito negli ultimi mesi da 117,75 a 124,3 $, movimento comunque non così accentuato come lo yield di riferimento farebbe pensare. Torniamo a quest’ultimo.
La flessione è in corso da tempo e potrebbe trovare un’area di stabilizzazione fra il 2,3 e il 2,2%.

Cosa ribadisce il Future

Riprova netta, con il derivato sul Treasury a 10 anni rialzista, al punto tale che la relativa media mobile a 200 sedute è inclinata all’insù, le trendline pure e la quotazione vicina a quota 125, con un’accelerazione proprio nelle ultime sedute.

Anche qui si conferma pertanto che la politica Fed sta per entrare in una fase di ripensamento, forse più veloce di quanto non si creda. Ovviamente negli ambienti della Banca centrale i termini utilizzati per spiegare l’evoluzione in corso sono politici: si parla di accomodamento, termine con cui si vorrebbe dire mantenimento dello “statu quo ante”, cioè immobilismo.
Esistono tuttavia due variabili di cui forse il mercato non tiene conto e che potrebbero alimentare un rialzo dell’inflazione: sono i dazi con la Cina (che aumenteranno i prezzi di vari prodotti) e il petrolio, nuovo terreno di scontro nello scacchiere sempre più pericoloso delle relazioni fra Washington e Pechino. 

Dove sta la verità?

Impossibile dirlo poiché non la conosce nessuno in un conflitto ormai solo politico fra le due maggiori potenze del mondo e fra Trump e la stessa Fed.

Evoluzioni e involuzioni possono realizzarsi nell’arco di poche ore ma agli investitori interessa capire come muoversi nella fase attuale. I numeri fanno presagire un possibile taglio dei tassi nel corso del 2019, che le quotazioni di Treasuries e corporate Usa già scontano. Un immediato punto di riferimento resta naturalmente il rendimento del decennale.
In presenza di ulteriori compressioni il segnale diventerebbe allarmante, portando – come primo passo – alla vendita di eventuali tassi variabili in dollari presenti in portafoglio. E’ ad ogni modo probabile che la risposta si avrà presto: quanto avverrà nel mese di giugno consentirà infatti maggiore chiarezza sulle possibili evoluzioni della politica monetaria Usa. 
Fonte: News Trend Online

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