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lunedì 29 aprile 2019

Le trimestrali boom portano ai massimi Wall Street


L’uovo di Pasqua, che i mercati azionari USA hanno aperto la scorsa settimana, non conteneva “sorprese”. Pertanto hanno potuto proseguire lentamente verso i massimi storici e compiere venerdì il fatidico aggancio anche con l’indice SP500, quello che raccoglie la performance della 500 più importanti imprese di ogni settore quotate in USA.
La volontà di tornare lassù dove 7 mesi prima i mercati erano arrivati pareva così evidente che solo qualcosa di decisamente negativo ne avrebbe impedito la realizzazione.
Nulla di tragico è successo e, mentre nel resto del mondo è sembrato prevalere l’affaticamento per la lunga strada rialzista percorsa in questo primo quadrimestre del 2019, gli indici USA hanno collezionato l’ennesima candela settimanale rialzista per SP500, che ha potuto raggiungere, anche se non ancora superare, il massimo storico precedente.

In realtà mancherebbe circa un punto al massimo assoluto di tutti i tempi, toccato a quota 2940,91 il 21 settembre dello scorso anno, ma possiamo considerare comunque l’obiettivo raggiunto, se guardiamo i livelli di chiusura delle seduta. Infatti l’indice SP500 non aveva ancora mai chiuso una seduta alla quota raggiunta venerdì scorso, 2939,88. 
SP500 si unisce pertanto al tecnologico Nasdaq100 per formare il selezionatissimo gruppo d’elite degli indici che in questo 2019 hanno realizzato il massimo storico.

Insieme attendono che anche il più attardato ed affaticato Dow Jones colmi il pezzo di strada rialzista che ancora gli manca per eguagliarli.
Personalmente attribuisco la causa dell’ennesimo allungo alle numerose sorprese positive arrivate dalle tante trimestrali presentate la scorsa settimana.
Ormai il 46% delle società del paniere SP500 ha presentato i conti del primo trimestre ed gli utili comunicati mediamente battono le attese di oltre il 5% e rivelano che le previsioni degli analisti, che si attendevano un calo degli utili nel primo trimestre di quasi -5%, al momento si rivelano troppo pessimistiche.

E’ vero che manca ancora oltre metà delle società all’appello, ma, se queste confermassero l’impressione che hanno dato le prime 230, potremmo constatare che gli utili medi non sono affatto scesi nel primo trimestre, ma saliti. Ovviamente il dato fornirebbe una valida motivazione fondamentale al rally che i mercati hanno attuato nei primi tre mesi dell’anno e boccerebbe le capacità previsionali degli analisti.
Tra i settori è stato proprio quello tecnologico a battere regolarmente le stime degli analisti.

Ben il 96% delle imprese tech hanno presentato utili al di sopra delle attese. Ciò spiega la vitalità dell’indice Nasdaq100, il primo ad arrivare all’appuntamento con i massimi storici già prima di Pasqua e ad averli abbondantemente superati anche la scorsa settimana.
Poi, venerdì scorso è arrivato anche il sigillo della stima iniziale del PIL USA del 1° trimestre.
Rispetto alle attese di crescita al passo del 2,3% annualizzato, è arrivato un incremento del PIL fortemente migliore: +3,2%. Il dato è riuscito a fornire quel tantino di convinzione che mancava all’indice SP500 per compiere l’ultimo tratto di strada verso i massimi. Ma non è sembrato generare tanto entusiasmo.

Infatti il dato comunicato è da prendere con le molle, per due motivi. Innanzitutto poiché è decisamente provvisorio e sarà rivisto ancora due volte nelle prossime settimane. Poi ci sono alcuni dettagli che lo rendono un po’ drogato. A trascinare al rialzo il tasso di crescita del PIL sono soprattutto il deciso miglioramento della bilancia commerciale e l’aumento delle scorte aziendali.
Questi due fattori hanno contribuito ad oltre metà dell’incremento stimato del PIL. Si tratta però di componenti molto volatili e di dubbia interpretazione. Specialmente l’aumento delle scorte. Questo va considerato positivamente se si tratta di accumulazione di materie prime e semilavorati, poiché rappresenta la volontà degli imprenditori di aumentare la loro produzione.

E’ invece un brutto segno se si tratta di prodotti finiti invenduti. In questo caso il loro smaltimento avverrà nei trimestri successivi e peserà in negativo sulla crescita futura. Dato che, per contro, hanno mostrato segnali di affaticamento i consumi privati, cresciuti solo del +1,2% e gli investimenti aziendali, saliti del +2,4%, sarei portato a pensare che l’aumento delle scorte sia soprattutto dovuto a prodotti invenduti.
In ogni caso questi dettagli favoriscono interpretazioni assai meno univoche di quanto possa far pensare la lettura affrettata del dato sintetico. Infatti nel week-end si sono visti commenti in USA propensi ad una lettura pessimistica del dato sul PIL. Qualcuno paventa addirittura che il rallentamento dei consumi e la diminuzione dell’inflazione spingano la FED ad abbassare i tassi nel corso di quest’anno.

Va detto che la seduta di venerdì è stata frenata anche dal forte arretramento del prezzo del petrolio, che ha impattato, in USA ed in Europa, sull’andamento dei titoli del settore energetico.
Dopo essere salito nella prima parte della settimana, venerdì le quotazioni del greggio WTI crude oil hanno subito un arretramento di quasi due dollari e mezzo in una sola seduta.
Pare che ad accentuare quella che sembrava una blanda correzione, siano state le parole di Trump, che ha voluto dare alla stampa ancora una prova di fine eleganza diplomatica, dichiarando: “I prezzi della benzina devono scendere.

Ho chiamato l'Opec. Ho detto: 'Dovete farli calare. Dovete farli calare'. E i prezzi sono scesi”.
Ovviamente non c’è alcuna conferma che quanto vantato dal più bugiardo dei presidenti della storia americana sia veramente avvenuto. I rappresentanti ufficiali dell’OPEC hanno smentito.
Però questa smargiassata è bastata a provocare un deciso dietrofront ai prezzi del petrolio.
L’Europa ha passato una settimana praticamente in laterale e il nostro Ftse-Mib ha corretto ancora un po’ andando ad appoggiarsi sulla media mobile a 20 sedute, che per ora lo ha sostenuto.
Potrebbe beneficiare nella seduta odierna del momentaneo allentamento delle tensioni sullo spread per il giudizio che Standar&Pooor’s ha diramato venerdì sera.

Il temuto declassamento del rating attribuito all’Italia non è avvenuto, e questo garantisce una tregua di qualche mese, sempre che le scaramucce governative non facciano precipitare la situazione. Non penso che questo avverrà prima di un mese, mentre lo giudico abbastanza probabile dopo le elezioni europee, se Salvini avrà raccolto voti come finora sta raccogliendo like sui suoi profili social.
Segnalo infine che il fronte del rialzo mondiale sincronizzato sembra mostrare le sue prime crepe in Cina, dove la settimana passata è stata piuttosto pesante (-5,6% per l’indice di Shanghai e -6,1% per quello di Shenzhen) e sul grafico si vede un chiaro segnale di inversione ribassista (doppio massimo), che rende la correzione in atto decisamente più incisiva delle precedenti pause viste in questo 2019.
La settimana corrente ci presenta l’appuntamento con la riunione FED, mercoledì, e qualche dato macroeconomico di rilievo, come gli indici PMI e ISM che misurano la fiducia dei manager e la quelli sul mercato del lavoro.
Ma soprattutto una bordata di ben 146 società del paniere SP500 che presenteranno le trimestrali.
Credo che sarà soprattutto da qui che arriveranno gli input per estendere ancora un po’ il rialzo, oppure per aprire anche in Occidente quella correzione che già si vede in Oriente.  
Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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