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venerdì 22 febbraio 2019

Bond oggi: il rame sale, meglio proteggersi dall’inflazione?


Studiosi e analisti lo sanno bene: uno dei principali indicatori di surriscaldamento futuro dell’inflazione viene dalla quotazione del rame. Non solo! E’ anche un segnalatore di possibili aumenti di rendimento dei Treasuries Usa, come dimostrano alcuni grafici assai utilizzati da chi studia le tendenze dell’economia.
Il che è evidente, poiché in presenza di inflazione si evidenziano tensioni sulle quotazioni obbligazionarie, con crescita degli yield. C’è poi una controprova: si riferisce al ratio copper/gold, quindi rame/oro. Ebbene entrambi – cioè rame e correlazione con il metallo aurifero – mostrano segnali di risveglio.

Non ancora fortissimi ma pur sempre in fase di formazione. Il Future sul rame sta per tornare sui 2.900 $, poco lontano dai 3.000 $, oltre i quali si confermerebbe un andamento al rialzo dei prezzi al consumo a livello mondiale. Il rapporto fra rame e oro riaccelera da inizio anno e soprattutto – se seguito dal 2014 in poi – non è sceso sotto livelli di guardia, manifestando una forza maggiore rispetto a quanto altri indicatori inflattivi non evidenzino.

Per ora si tratta di indizi

La grande scrittrice di gialli Agatha Christie sosteneva: “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova”.

Per ora sono appunto avvisaglie che richiedono conferme. Una deve venire dal rendimento dei Treasuries e sotto questo profilo non si hanno ancora tracce di risveglio. Il decennale Usa infatti resta sotto il 2,7%, indietro rispetto agli ultimi mesi ma comunque ben sopra la media storica del quinquennio 2014-2019.
Certamente in una fase in cui i media generalisti parlano solo di possibile recessione e di tensioni commerciali tutto questo non appare come un tema prioritario. Chi investe però deve tenere conto solo delle cifre e – se possibile – anticipare i trend futuri. I numeri fanno sorgere il dubbio che le fotografie proposte non considerino tutti i diversi fattori in gioco. 

Inflation convenienti?

L’analisi di alcuni indici riferiti ai bond inflation linked testimonia che il quadro generale è contraddittorio.

L’S&P Global Developed Sovereign Inflation-Linked Bond Index continua la sua lenta crescita, con ritorni nell’ultimo decennio del 4,6% su base annua, ma quello riferito ai Paesi emergenti è molto più rapido nel suo progresso, con un avanzamento del 10,6% su base sempre annua.
Si tratta senz’altro di indici, su cui incidono diversi fattori, tanto più nel caso di bond complessi quali quelli sull’inflazione. Un confronto comunque con le quotazioni di alcuni inflation linked europei – a cominciare dagli italiani – porta a una possibile conclusione: sono convenienti nella fase attuale, se si escludono alcune eccezioni quali i Bund€i.

Il suggerimento quindi di non alleggerire i portafogli da posizioni in atto su questo fronte va tenuto presente, sebbene non sia ancora scattato un segnale “buy”. Perché ciò avvenga occorreranno ben altre conferme e soprattutto i tre indizi di cui parlava Agatha Christie.
Per ora siamo fermi a due. Mancano gli Us Treasuries. 
Fonte: News Trend Online

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