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lunedì 11 febbraio 2019

Affiora qualche perplessità. Soprattutto in Europa


Dopo il rally di 5 settimane consecutive, che ha prodotto un sostanziale recupero dai minimi realizzati alla vigilia di Natale, le borse azionarie mondiali hanno sentito la necessità di rifiatare nella settimana appena conclusa. La maggior parte dei principali indici mondiali ha accusato una settimana discendete rispetti alla precedente.
Per maggior precisione, quasi tutti quelli europei sono scesi, guidati al ribasso dalla brutta cera dell’indice Dax (-2,5% settimanale), colpito dalle revisioni al ribasso della crescita tedesca. L’indice globale dell’Eurozona Eurostoxx50 ha perso -1,1%, così come il nostro Ftse-Mib.
Anche il giapponese Nikkei ha lasciato sul terreno -2,2% e sono calati anche molti emergenti.
In controtendenza, sono cresciuti ancora gli indici americani, ma in modo quasi impercettibile (+0,1% il risultato settimanale di SP500 e +0,5% quello del tecnologico Nasdaq), quello indiano (+0,2%) e quelli cinesi, invariati per il semplice motivo che le borse della Cina, in occasione del loro Capodanno, sono rimaste chiuse per tutta la settimana. 
A segnare la differenza rispetto alle settimane precedenti è stato anche il film che i mercati ci hanno proiettato.

Mentre in gennaio le correzioni venivano fatte nei primi giorni della settimana per poi mostrare un recupero con chiusura sui massimi nella parte finale, questa volta si è visto nei primi due giorni una prosecuzione dell’impulso rialzista, seguito da una correzione nei tre giorni finali della settimana, che ha portato per quasi tutti il saldo in negativo.
I motivi sono molteplici.
Ne indicherei soprattutto 4. Il primo per importanza è stata la pioggia di dati macroeconomici europei negativi e della massiccia revisione al ribasso delle stime di crescita del 2019 per l’Eurozona, con timori addirittura di una caduta in recessione anche per la Germania, dopo che l’ISTAT ha già decretato la recessione in Italia.
Il secondo è la sensazione che le trattative per porre fine alla guerra commerciale tra USA e Cina non stiano procedendo così spedite come i mercati hanno scontato in gennaio.

Sembra sempre più difficile che si svolga l’incontro della pace tra Trump e Xi prima di fine mese. Pertanto, a meno di manifestazioni di bontà da parte di Trump, dovrebbero entrare in vigore ad inizio marzo le nuove tariffe maggiorate sulle importazioni cinesi per 200 miliardi di dollari, che affosserebbero l’euforia coltivata dai mercati in gennaio.
Il terzo elemento poco favorevole ai rialzisti è la continua revisione al ribasso degli utili previsti per il primo trimestre 2019 da parte degli analisti americani sulle società che fanno parte dell’indice SP500.
La stagione attuale degli utili non sta andando peggio delle attese.

Dopo che due terzi delle 500 società che fanno parte del principale indice USA hanno comunicato i risultati del 4° trimestre 2018, constatiamo che la crescita media degli utili è stata di circa il 4% superiore alle stime degli analisti ed ha registrato un aumento del +13,3% rispetto all’analogo trimestre dell’anno precedente.
Però sui dati del primo trimestre 2019 verrà meno l’effetto positivo del taglio fiscale del 14%, regalato un anno fa da Trump alle imprese americane, che ha prodotto utili netti in crescita drogata a doppia cifra per tutto il 2018.

Sul trimestre che stiamo vivendo ora gli analisti stimano utili netti complessivi in calo di quasi il -2% rispetto al primo trimestre 2018. Una drastica svolta al ribasso, dovuta sia alla fine del confronto drogato dai tagli fiscali, sia alla anticipazioni di prospettive fosche da parte dei manager di molte società, assai più che in passato.
E’ vero che il trimestre non è ancora a metà, e molto potrebbe cambiare. Però è significativo, e forse un tantino preoccupante, che per il paniere delle 500 maggiori società USA venga al momento prevista una incombente recessione dei profitti.
L’ultima importante incognita è la politica della FED.

E’ vero che Powell ha annunciato la fase della “pazienza”, sospendendo di fatto ogni rialzo futuro dei tassi fino a quando non si capirà meglio l’entità del rallentamento della crescita USA. Ma intanto ogni mese che passa la liquidità esistente nel sistema si riduce di 50 mld $, poiché la politica di Quantitative Tightening (riduzione dei titoli di stato nel portafoglio FED) non è stata sospesa.
Questo continuo prosciugamento di liquidità crea condizioni monetarie comunque restrittive, anche senza rialzo dei tassi.
La settimana entrante deve pertanto fornirci la risposta al non banale quesito: le prese di beneficio resteranno tali e si esauriranno magari senza che gli indici USA tornino sotto le medie mobili a 50 e 20 periodi, che ora passano per SP500 dalle parti di 2.650 punti? Oppure le paure di dicembre torneranno ad insinuarsi nella mente degli operatori, trascinando gli indici nuovamente verso i valori di inizio anno?
L’Europa sarà ovviamente condizionata dall’input americano, certamente nel male, ma, si spera, anche nel bene.

I grafici comunque evidenziano nuovamente il ritorno ad una chiara debolezza relativa delle borse europee rispetto a quelle americane, a causa della debolezza congiunturale in Europa molto più accentuata che in USA e delle eterne incertezze sul fronte Brexit, dove regna l’immobilismo mentre la sabbia scorre nella clessidra che porta al 29 marzo.
Il tono con cui i mercati affronteranno l’inizio settimana dovrebbe essere condizionato in positivo dal discreto rialzo attuato stamane dagli indici delle borse cinesi, che sono tornate a scambiare dopo la lunga festività.

Il Capodanno cinese sembra aver messo di buonumore gli operatori locali, ma forse ancor più le misure accomodanti che il governo e la Banca Centrale hanno predisposto per tamponare il rallentamento in corso anche da quelle parti.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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