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lunedì 14 gennaio 2019

Tempesta passata? No. Solo sospesa


Dopo le terribili prime tre settimane di dicembre, fino a Natale, durante le quali i mercati azionari mondiali a mio parere hanno definitivamente scontato la fine del lungo bull market decennale e portato l’orso di lungo periodo al centro della scena, le tre successive settimane si sono incaricate di produrre il fisiologico rimbalzo, chiamato da eccessi ribassisti estremi realizzati in dicembre.
Tutte le borse mondiali, così come erano state guidate al ribasso da Wall Street in dicembre, sono state trascinate al rimbalzo dal medesimo faro, che si conferma sempre più come l’ombelico finanziario del mondo.

Iniziamo allora con l’analisi del mercato azionario USA, che ha in SP500 il suo indice più rappresentativo.
Misuriamo il calo di dicembre fino a Natale: da 2.800 a 2.347, cioè 453 punti. Il recupero da Santo Stefano al massimo della settimana passata (2.598, giovedì scorso) è stato di 251 punti.
Rilevante, ma appena di poco superiore a metà del calo precedente e assai meno della metà dei 594 punti persi dal massimo assoluto di settembre.
Eppure è bastato ad infondere in molti esperti ed analisti la convinzione che il fondo sia stato raggiunto ed i mercati abbiano iniziato il percorso di recupero che permetterà loro di ritornare sui massimi storici.

Quella che abbiamo visto dovrebbe perciò essere una correzione. Profonda, dolorosa, diffusa, ma pur sempre correzione e non un’inversione di trend di lungo periodo. Ed il recupero post-natalizio segnerebbe la fine della tempesta.
A sostegno di questa tesi vi è la teoria, molto in voga in USA, che individua nella percentuale del 20% di storno da un massimo assoluto il punto di morte del toro.
Fino a quel livello il bull market è ancora in vita. Oltre quel livello il toro è morto. Ebbene, la scivolata di dicembre ha portato ad uno storno dai massimi di settembre 2018 esattamente del 20% alla vigilia di Natale. Lì sono intervenute potenti mani in acquisto, che hanno arrestato l’emorragia e avviato il rimbalzo, proprio il giorno di Santo Stefano.
Inoltre molti analisti fanno notare che un mercato orso di lungo periodo non si è mai visto senza una recessione nell’economia reale.

I segnali che si accumulano da qualche settimana ci prospettano, per gli USA, certamente una fase di rallentamento della crescita, ma non ancora di recessione imminente. Quella dei mercati sarebbe stata perciò una crisi di nervi, non motivata da fondamentali così brutti da giustificarla razionalmente.
Basterebbe quindi che la FED sospendesse la politica di rialzo dei tassi per consentire ai mercati di calmare l’ansia e recuperare un bel po’ della scivolata attuata nell’ultimo trimestre dell’anno.
Francamente le teorie sommariamente illustrate non mi convincono. Quella del 20% per un motivo abbastanza semplice.

Non ha senso legare ad un numero magico la diagnosi sulla salute del toro. Per quale motivo tutto dovrebbe andare bene se perdiamo il 20% e tutto dovrebbe precipitare se perdiamo il 21%? Le correzioni possono ritracciare movimenti più o meno lunghi e di intensità più o meno forte.
Un movimento rialzista molto forte e lineare può richiedere anche più del 20% di storno per essere annientato dall’orso. Un movimento che invece dà segni di stanchezza da tempo e riesce a fare nuovi massimi con fatica e per poco tempo, potrebbe essere già spirato ben prima che si arrivi a perdere il 20%.
L’assioma che senza recessione non può esserci un mercato orso di lungo periodo è valido, ma a posteriori.

Infatti non è mai successo che un calo duraturo non sia stato accompagnato e giustificato “prima o poi” da una recessione. Ma una delle caratteristiche principali della relazione che esiste tra mercati finanziari ed economia è proprio quella che i mercati anticipano l’economia.
Infatti nei prezzi che si formano quotidianamente sui mercati non c’è la misurazione di quel che è accaduto in passato all’economia e nemmeno di quel che accade “oggi”. C’è invece la “percezione” che oggi si è fatta la massa degli operatori di quel che ritiene accadrà in futuro all’economia.

Infatti i grafici del passato ci mostrano sempre inversioni di tendenza di medio-lungo periodo ben prima che la recessione si manifesti ufficialmente. Anzi, quasi sempre l’arrivo della recessione si accompagna alle ultime fasi del calo degli indici, che poi invertono al rialzo ben prima che la recessione ufficiale si esaurisca.
L’inversione ribassista è pertanto perfettamente compatibile con l’assenza di indicazioni di recessione.  
L’analisi grafica ci ha mostrato a metà dicembre la violazione di area 2.630, che a ottobre, novembre e nei primi giorni di dicembre aveva fermato il calo e lo aveva contenuto nei limiti di una semplice correzione.

Così il grafico ci ha consegnato un segnale di inversione ribassista di lungo periodo, che è stato confermato pochi giorni dopo anche dalla violazione del minimo del febbraio 2018 di 2.533, dove si esaurì la precedente correzione dai massimi di gennaio.
Che cosa significa? Che il mercato ha deciso fin da dicembre di scontare l’arrivo della recessione.
Quanto tempo ci vorrà per vederla materializzarsi? Se i mercati hanno ragione, statisticamente ci vorrà un anno circa. I mercati, come sempre, si sono già portati avanti col lavoro. Caso mai, se nel frattempo succederà qualcosa in grado di cambiare significativamente le carte che ora sono sul tavolo e che stanno interpretando, ne prenderanno atto e cambieranno idea. 
Il movimento di rimbalzo avvenuto dopo Natale si deve ancora classificare come pullback, cioè movimento minore, correttivo di quello dominante.

Se guardiamo alla strada fatta, essa è perfettamente compatibile con questa ipotesi, che peraltro ho già presentato nel commento del 6 gennaio scorso, quando affermavo che il rimbalzo ha spazio di salita fino a 2.630, cioè l’area che era di supporto ed ora farà da resistenza.
Si tratta di un rimbalzo di breve termine che, se vuole trasformarsi nella negazione del segnale ribassista di lungo termine, ha ancora tutto da dimostrare. Anche perché nel frattempo intorno a 2.630 si sono accumulate e si accumuleranno nei prossimi giorni altre motivazioni di resistenza: la meda mobile a 50 periodi, il ritracciamento del 50% del movimento ribassista dai massimi di settembre ai minimi del 26.12 e la banda superiore di Bollinger.
E’ lì che la partita per i rialzisti si farà molto dura, perché è presumibile che molti investitori che sono stati tagliati fuori dalla scivolata di dicembre ed hanno portafogli ancora troppo pieni di azioni in perdita, stiano in attesa da quelle parti per vendere.
Sta di fatto che il recupero è stato significativo ed abbastanza rapido.

Probabilmente le mani che hanno comprato sono di operatori di breve periodo, che hanno provato un “mordi e fuggi” rialzista sui livelli di ipervenduto natalizio, a cui si sono unite quelle di  operatori ribassisti che hanno chiuso le posizioni in attesa di vendere nuovamente sulle resistenze.
Non penso che a loro si sia aggiunto molto denaro di lungo periodo, ma non ho la possibilità di verificarlo. 
Due novità hanno favorito il movimento. Una è la classica “FED Put”, cioè l’aiutino da parte della FED, che si è materializzato con le parole di Powell e di altri membri FED dopo Natale.

Accogliendo di fatto l’invito-minaccia di Trump, ma secondo me spaventata più dalla reazione dei mercati che dai tweet di Donald, la FED ha modificato il suo approccio, comunicando la disponibilità ad “essere paziente” prima di procedere al prossimo aumento dei tassi, e che da ora in avanti le future mosse di politica monetaria saranno “data dependent”, cioè dipenderanno dall’evoluzione della congiuntura.
L’altro fatto è l’avvio delle trattative ufficiali tra USA e Cina per mettere fine alla guerra commerciale.

L’ottimismo di Trump si è accompagnato a qualche mossa distensiva delle autorità cinesi. Il primo round di colloqui tra le delegazioni di sherpa ha fatto qualche passo avanti, anche se la tregua deve fare ancora molta strada per diventare armistizio. 
Queste due notizie servono ad imbastire operazioni di corto respiro ma non ad allontanare i gravi rischi di rallentamento futuro dell’economia mondiale.
Anche perché dietro l’apparente voglia di accordo, Cina ed USA continuano il duro confronto per il dominio geopolitico ed economico futuro, soprattutto nel comparto tecnologico, dove i cinesi hanno fatto enormi passi avanti e sono in grado di contrastare efficacemente, almeno nel loro mercato interno, quello che era lo strapotere dei grandi colossi americani.

Dopo l’annunciato calo di vendite di Apple in Cina mi aspetto altre sgradite sorprese dalla stagione delle trimestrali, che inizierà questa settimana. A differenza dei trimestri precedenti non sarei sorpreso di vedere risultati al di sotto delle attese da parte di molti big. 
Le revisioni al ribasso della crescita cinese 2018, effettuate persino dal governo (il +6,5% previsto fino a pochi giorni fa è diventato il bordo superiore di una forchetta che parte dal +6%) gettano un velo poco rassicurante per il commercio mondiale e le sue prospettive future.
Le antenne europee, da tempo sensibili più a captare i problemi che le opportunità, in settimana hanno già trasmesso notizie molto brutte e generalizzate (Germania, Francia, Spagna e Italia) sulla produzione industriale di novembre, che fanno crescere le Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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