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domenica 23 febbraio 2014

Federal Reserve e BCE divise su cosa fare. Gli scenari possibili


Nei due board di metà dicembre e fine gennaio, laFederal Reserve ha tagliato complessivamente di 20 miliardi di dollari al mese a 65 miliardi gli stimoli monetari, consistenti in acquisti di Treasuries e di bond coperti da garanzia ipotecaria. Il famoso “tapering” procede al ritmo di 10 miliardi a ogni board, tanto che si prevede che a questa velocità, entro la fine del 2014, gli stimoli saranno azzerati, viste le sette riunioni in programma nell’anno.
Ma dalla pubblicazione dei verbali dell’ultimo Fomc si evince una forte divisione in seno al board tra i banchieri centrali USA sui tassi. C’è chi vorrebbe aumentarli al più presto, mentre altri, tra cui il governatore Janet Yellen, è propensa a tenerli vicini allo zero ancora a lungo, magari fino alla metà del 2015 o anche oltre.
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Il caso BCE
Nell’Eurozona, le divisioni sono simili, ma la situazione è ben più complicata. A differenza degli USA, l’Area Euro ha un livello medio d’inflazione molto basso (+0,7%) e la crescita dei prezzi è negativa in diversi suoi stati membri, specie in Grecia, tanto che si parla di rischio deflazione o di sindrome giapponese.
Il problema è che la BCE è paralizzata al suo interno dalle divisioni tra i banchieri centrali, che riflettono la diversa situazione economica tra paese e paese. La Germania teme l’inflazione e chiede un aumento dei tassi. Il Sud Europa teme la deflazione e chiede un ulteriore taglio dei tassi e politiche monetarie più accomodanti, aggressive, non convenzionali.
Va da sé che accontentare tutti non è possibile, ma il rischio è che qualsiasi cosa si faccia si procuri un danno potenzialmente fatale per la tenuta dell’Eurozona.

Cosa faranno Fed e BCE?
Sia la Fed che la BCE pagano un peccato originale. La prima ha pompato in circolazione oltre 4 mila miliardi di dollari dal 2008 ad oggi e adesso teme gli effetti recessivi sulla finanza (e, quindi, sull’economia reale), nel caso in cui fosse costretta a rientrare precipitosamente in tema di QE3 e tassi. E’ evidente, infatti, che è stata alimentata una gigantesca bolla finanziaria, che esplodendo, potrebbe trascinare con sé nuovamente in recessione l’economia americana e mondiale, quando si avvertono ancora i primi segnali di ripresa solida negli USA.
Nell’Area Euro, politiche così accomodanti non sono state attuate, in virtù di uno statuto che assegna alla BCE solo la garanzia della stabilità dei prezzi. Ma l’Eurozona paga l’architettura confusa e irrazionale che si è data. Anzitutto, si presenta come una cozzaglia di economie molto diverse tra loro per storia, preferenze, governance, performance e ciclo. In più, l’unione monetaria e la creazione conseguente di un’unica banca centrale sono state la tappa iniziale di una costruzione che avrebbe dovuto vedere prima la nascita di un’unione fiscale e politica. E’ come se si fosse iniziati a costruire prima il tetto e poi le fondamenta.
Le difficoltà delle due banche centrali tenderanno a crescere, man mano che la ripresa attecchirà nelle rispettive economie. Paradossalmente, infatti, finché gli USA e l’Europa sono state in recessione, era più semplice stabilire il tipo di politica monetaria da adottare. Adesso, invece, mentre l’America si chiede come ritirare gli stimoli, senza ricadere dentro al burrone, la BCE è spiazzata dal fatto che metà Eurozona è in ripresa e l’altra metà langue nella recessione. Facile cadere nell’errore per Mario Draghi; altrettanto lo sarà per la Yellen, che rischia di passare alla storia come un governatore alla Alan Greenspan, incapace di capire in anticipo gli effetti perversi dello stampare moneta.


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