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venerdì 17 maggio 2019

La precettazione di banche centrali e mercati


Trump ha graziato l’auto tedesca per sei mesi, rinviando l’eventuale introduzione di dazi del 25 per cento a novembre, quando si insedierà la nuova Commissione europea. I mercati hanno festeggiato (comprensibilmente quelli europei) e non hanno voluto cogliere il corollario di questa decisione, ovvero il fatto che Trump si prepara a un lungo conflitto con la Cina e che le speranze ancora coltivate dalle borse di un accordo a fine giugno, quando Trump e Xi si incontreranno al G 20, sono probabilmente illusorie.
Graziare l’auto tedesca (o meglio sospendere la pena da infliggerle) non costa molto a Trump.

La questione può essere benissimo trascinata fino a ridosso delle presidenziali e costituire un buon argomento di propaganda negli stati del Midwest, a partire dal Michigan, in cui è ancora concentrata la produzione delle case storiche del settore. D’altra parte, di fronte al persistere della minaccia di dazi, le case europee e giapponesi, ogni volta che progettano nuovi modelli da vendere in America decidono ormai di non produrli più a casa loro ma nel sud degli Stati Uniti, dove Trump può presentare i nuovi impianti stranieri agli elettori e consolidare il suo vantaggio nella regione.
I dazi sulle auto importate (generalmente di fascia alta) sono molto impopolari tra i compratori, che sono in prevalenza maschi bianchi ed elettori repubblicani (i democratici ricchi comprano le Tesla).

Rinviando l’introduzione dei dazi Trump evita di irritare una parte importante della sua base (e i congressisti che la rappresentano) mantenendo comunque puntata l'arma contro i produttori europei che, resi docili, continuano a spostare produzione negli Stati Uniti o comunque nell’area Nafta.
Con il rinvio dei dazi l’America cerca anche di recuperare quantomeno la neutralità europea nel conflitto con la Cina, che va invece intensificandosi ogni giorno.
Si chiude dunque temporaneamente un fronte per spostare divisioni sul fronte strategico.
Nei mercati è diffusa l’idea che, trattandosi di un gioco a somma negativa, il conflitto tra Cina e America finirà presto. Con questa logica, però, non riusciremmo a spiegarci i conflitti che riempiono più di metà dei manuali di storia, di qualsiasi epoca trattino.

Dal Blitzkrieg alla guerra dei Cent’anni, la somma delle perdite dei contendenti è più alta dei vantaggi acquisiti del vincitore, eppure le guerre si continuano a fare o comunque a preparare.
I mercati sposano anche la logica di Trump quando questi afferma che la Cina ha da perdere molto di più dell’America e quindi si arrenderà, a condizione di salvare la faccia.
Non è necessariamente un ragionamento corretto, perché spesso vince non chi ha meno da perdere ma chi è più disposto a sopportare le perdite, per grandi che siano. L’Unione Sovietica ha perso 27 milioni di uomini nella guerra contro Hitler e l’ha vinta. L’America ne ha persi 50mila nella guerra del Vietnam, è impazzita (o rinsavita) di rabbia e l’ha persa.
Negli ultimi giorni abbiamo imparato molto.

In particolare, abbiamo avuto l’evidenza che la Cina è pronta a mostrare una faccia molto meno controllata e diplomatica di quella a cui ci aveva abituati. Avere ventilato la possibilità di gettare sul mercato i Treasuries delle riserve valutarie cinesi (e averlo fatto sull’ufficialissimo Quotidiano del Popolo) non è grave per le conseguenze, ma lo è per il segnale, ovvero per la disponibilità di rompere un tabù.
È come dichiarare di essere disposti a usare l’arma nucleare.
Il debito americano è di 22 trilioni di dollari (quasi 25 se lo si calcola all’europea, includendo il debito locale). Le riserve valutarie cinesi, arrivate nel 2015 a 4 trilioni, sono oggi di 3 trilioni.

La parte in dollari è di 2 trilioni, circa metà Treasuries e il resto agenzie semipubbliche americane.

La Cina non può vendere tutti i suoi dollari, perché in dollari sono denominati la maggior parte dei suoi contratti con l’estero. Supponendo che venda la metà dei suoi titoli in dollari, si ritroverà un trilione di dollari cash con il quale potrà comprare, per esempio, oro.
A quel punto saranno i venditori di quell’oro ad avere in mano i dollari, che presto o tardi investiranno in Treasuries, chiudendo il cerchio.
Un ordine di vendita di un trilione di Treasuries tutti insieme (un’ipotesi di scuola, ovviamente) non passerebbe inosservato e farebbe ovviamente scendere il prezzo drammaticamente, creando alla Cina una perdita (raddoppiata dal fatto che l’oro da comprare salirebbe di prezzo) e al mondo un’ondata di paura.

A quel punto potrebbe però intervenire la Federal Reserve. La Fed ha comprato 4 trilioni di titoli pubblici con il Quantitative easing e ora ne sta vendendo uno con il Quantitative tightening. Se questo trilione venisse usato per assorbire temporaneamente o definitivamente la vendita cinese, torneremmo alla dimensione che l’attivo della Fed aveva un anno fa.
Tutto qui.
Questo esempio ci porta al concetto di Fed di guerra. Trump non è un presidente da guerra militare (è quasi uscito dalla Siria e vorrebbe andarsene dall’Afghanistan senza essere mai entrato in nessun nuovo conflitto) ma ha un disegno sempre più evidente di guerra strategica.

Questa non comporta il versamento di nessuna goccia di sangue, ma implica ugualmente un ricompattamento psicologico tra società civile e stato o, almeno, all’interno delle articolazioni dello stato. La Cina ha fatto in questi giorni un enorme salto in questa direzione, dichiarando il conflitto con l’America una guerra di popolo.
È nella logica delle cose che l’America vada nella stessa direzione.
Non bisogna pensare che poiché Trump è divisivo, mezza America e una buona parte del deep state non lo seguiranno mai sulla strada della guerra strategica. L’America è pronta a lacerarsi di nuovo violentemente sull’aborto e su un’infinità di altre questioni, ma sulla Cina il ricompattamento è impressionante e va dal senatore Schumer, il più autorevole democratico del Congresso, al Pentagono (finché non c’è da sparare) e al deep state tutto.
E la Fed? Il board della Fed è per metà democratico e per l’altra metà repubblicana è comunque tiepidissimo verso Trump, per non parlare dello spirito di corpo che unisce tutti nel chiudersi a riccio verso la Casa Bianca.

Ma la storia di tutte le guerre, fredde o calde, mostra che le banche centrali, nate da una costola del Tesoro del Principe, ufficio del Tesoro tornano a essere in tempo di guerra. E così come il Tesoro precetta la banca centrale, così questa precetta la curva dei rendimenti, il tasso reale e la borsa, in una parola i mercati.
Il rialzo dei tassi di dicembre è stato il canto del cigno della Fed.
Da qui in avanti, se persiste lo scontro con la Cina, alzare i tassi sarà antipatriottico e abbassarli sarà un dovere. I tassi nominali e reali più bassi daranno una forte rete di protezione alle borse ed è per questo che restiamo investiti anche in questa fase di turbolenza.
Per il resto, segnaliamo che con l’entrata in lizza del sindaco de Blasio sono ora 23 i candidati democratici alla Casa Bianca.

Di questi uno solo è centrista, Joe Biden. I mercati sono tranquilli perché Biden è in testa ai sondaggi per le primarie con il 30 per cento delle preferenze. Non considerano che quasi tutti gli altri, man mano si ritireranno dalla competizione, faranno convergere i loro voti su un rivale di Biden, un radicale che a quel punto avrà a disposizione, a oggi, il 70 per cento dei consensi.
Non è un mondo in cui annoiarsi.
Autore: Alessandro Fugnoli Fonte: News Trend Online

Criptovalute: Bitcoin Flash Crash da paura, ma niente panico!


Si è arrestato sul mercato delle criptovalute, almeno per il momento, il rally del Bitcoin (BTC).
Anzi, attualmente l'oro digitale registra un flash crash dell'8% a 7.200 dollari dopo aver testato per ben due volte, negli ultimi quattro giorni, l'area8.200 contro il dollaro americano.

Bitcoin, crollo secco di mille dollari

Per BTC, quindi, si tratta di un calo secco di ben 1.000 dollari, ma la paura non deve trasformarsi in panico considerando le rassicurazioni di alcuni esperti del mondo crypto.

Tra questi c'è Mati Greenspan che, nel corso di una diretta streaming su Bloomberg, ha fornito la propria view sul recente aumento dei prezzi del Bitcoin e sul ritracciamento che ne è seguito

Mati Greenspan sull'oro digitale, siamo all'inizio del prossimo ciclo parabolico

In particolare, secondo Mati Greenspan, riporta Yuri Molchan su u.today, per l'oro digitale siamo all'inizio del prossimo ciclo parabolico, e che il forte storno rilevato sul mercato delle criptovalute rappresenta una tappa ed una parte naturale del suo percorso ascendente.

L'esperto, considerando le decisioni adottate da grandi società nell'uso della blockchain, e nell'accettazione delle criptomonete, scommette di conseguenza sul fatto che siamo sull'orlo dell'adozione di massa di Bitcoin

Adozione di massa BTC sarà inevitabile?

Il che significa che, sempre di più su vasta scala, in un futuro prossimo convertire Bitcoin in moneta fiat, è viceversa, sarà una cosa normale, una prassi consolidata per i pagamenti e per le transazioni finanziarie in tutto il mondo.

Autore: Filadelfo Scamporrino Fonte: News Trend Online

Dove va l’industria italiana: il Rapporto 2019 in sintesi


Secondo il Centro Studi Confindustria la manifattura mondiale sta uscendo da una lunga fase di sviluppo, avvenuta nel segno della globalizzazione. Il tramonto di questa fase, che aveva visto affermarsi a livello mondiale una visione multilaterale degli scambi internazionali e la progressiva liberalizzazione dei mercati, apre un orizzonte nuovo, e pone le economie industriali (antiche e recenti) di fronte a percorsi inediti.
Nonostante la contrazione dei livelli di attività subita negli anni della crisi, l’Italia è nel 2018 ancora la settima potenza manifatturiera del mondo.

Ma si trova di fronte a un contesto fortemente mutato, in cui il sostegno garantito fin qui dalla domanda internazionale rischia di ridimensionarsi, riproponendo la questione irrisolta di un mercato interno strutturalmente debole.
Secondo il Centro Studi Confindustria spicca in questo quadro la persistente debolezza della domanda di investimento, fortemente penalizzata dal crollo della componente pubblica dedicata alle infrastrutture.
Ma la stessa componente privata – pure sostenuta dalle politiche di incentivazione alla trasformazione della manifattura in chiave 4.0 – risente a sua volta del clima di crescente incertezza, sia sul piano economico che su quello politico.
Il processo di digitalizzazione della manifattura è comunque avviato.

L’Italia, anche se in ritardo rispetto agli altri principali paesi europei, si è dotata finalmente dal 2016 di una strategia di  medio-lungo periodo in linea con le best practice internazionali.Si tratta di una novità di rilievo, che è stata perseguita con l’obiettivo di accrescere strutturalmente il grado di competitività del sistema manifatturiero e che ha trovato nel Sistema Confindustria una sponda importante, con la costituzione di 22 Digital Innovation Hub sparsi su tutto il territorio nazionale.

Ad essi è affidato il compito di sensibilizzare le imprese sulle opportunità legate a Industria 4.0, di orientarle verso i soggetti che offrono innovazione e di fornire loro supporto nell’accesso a strumenti di finanziamento pubblici e privati.

La principale misura con cui il Governo italiano ha sostenuto in tutti questi anni gli investimenti in beni strumentali alla trasformazione digitale delle imprese è stata l’iper-ammortamento.
Le stime del Centro Studi Confindustria e del Dipartimento Finanze del Ministero delle Finanze sull’ammontare degli investimenti agevolati dalla misura in vigore nel 2017 mostrano che la misura ha riscosso un forte interesse da parte delle imprese italiane: 10 miliardi di euro per i macchinari e le attrezzature 4.0.
Più dell’80% delle imprese agevolate appartiene al settore manifatturiero.

In testa il comparto dei prodotti in metallo (26% degli investimenti in macchinari e attrezzature 4.0), davanti a meccanica strumentale e chimica (entrambe al 9%).
Secondo il Centro Studi Confindustria l’iper-ammortamento è stato utilizzato in netta prevalenza da imprese con domicilio fiscale nel Nord Italia (86% degli investimenti).
In particolare, la Lombardia svetta (35%) davanti a Veneto (17%) e Emilia Romagna (16%). Su livelli molto bassi d’investimento tutte le regioni meridionali. La Sicilia è l’unica parziale eccezione: con una quota di investimenti agevolati del 3%, si colloca, al pari del Friuli-Venezia Giulia, nella parte alta della classifica.
Diversamente da quanto si è spesso ipotizzato, non sono state prevalentemente le grandi aziende a utilizzare la misura di incentivo fiscale.

Il 96% dei beneficiari, a cui corrisponde il 66% degli investimenti incentivati, è composto da imprese con meno di 250 dipendenti, ossia piccole e medie imprese. Il 35% degli investimenti 4.0 è addirittura riferibile a imprese con meno di 50 addetti.
Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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