-

RIMANI SEMPRE IN CONTATTO CON LATOOSCURO-TRADING.COM TWITT

venerdì 22 marzo 2019

L'Italia è cresciuta quattro volte meno della media Ue


Negli ultimi vent'anni la crescita nell'Ue e nell'Unione economica e monetaria ha subito un costante e progressivo  rallentamento, senza variazioni significative dei divari tra  tassi medi di incremento del Pil relativi ai singoli Paesi  membri e/o alle aree.
In altre parole, le nazioni caratterizzate da dinamiche meno elevate, tendono a patire in modo costante il distacco dalle economie più vivaci.
Un  Paese che manifesta una strutturale differenza negativa nei  tassi di crescita è l'Italia. E' quanto si legge nel rapporto L'euro compie vent'anni, stilato dall'Ufficio Studi  Confcommercio e presentato in apertura del Forum di Cernobbio, dal quale emerge che nel ventennio 1999-2018 il tasso medio di crescita dell'Italia (+0,4%) è stato paria circa un quarto della media dell'Ue (+1,6%), di Francia (+1,5%) e Germania (+1,4%) e un quinto di Spagna (+2%) e Regno Unito (+1,9%).
Un confronto significativo si può fare usando il Pil pro capite e i consumi trasformati in standard di potere d'acquisto (Spa): in questo caso emerge un peggioramento della posizione dell'Italia (96% rispetto alla  media Ue), con la sola Spagna (91,6%) a segnare una performance peggiore, mentre la migliore è la Germania  (123,5%).

Una nota positiva per il nostro Paese è che i consumi privati hanno evidenziato una migliore tenuta negli anni della prolungata crisi. Per quanto riguarda l'occupazione, nel 2018 l'Ue contava 239 milioni di occupati, di cui 158,2 milioni nell'Uem. Rispetto al 2013, nel periodo della crisi finanziaria ed economica, quando è stato toccato  il minimo, l'occupazione nel 2018 è aumentata di 14,6 milioni nei Paesi Ue, di cui 9,3 milioni nella zona euro.

L'Italia, con la crescita degli ultimi anni (+946.000 nel 2013-2018) ha recuperato quasi interamente il numero di occupati persi durante la crisi (circa un milione di occupati in meno), mentre Germania e Regno Unito hanno registrato un incremento dei posti di lavoro di oltre il 10% dal 2007 ad  oggi, così come tutti i Paesi del gruppo Nord-Europa (in particolare Lussemburgo, Svezia e Austria).

Dal 2013 il tasso di occupazione europeo ha iniziato una lenta risalita (nel 2018 media del 73% nella fascia 20-64 anni, con un obiettivo  del 75% nel 2020), ma l'Italia è penultima con il 62,9%, seguita solo dalla Grecia con il 59,4%.
Per quanto riguarda infine la stretta attualità, Confcommercio ha tagliato stime di crescita per il 2019, da +1% a +0,3%, mentre nel 2020 è atteso un aumento dello 0,5%, ma solo con l'ipotesi di totale disinnesco delle clausole di salvaguardia sull'Iva  (costo operazione stimato a 23,1 miliardi di euro).

Con l'aumento dell'Iva sono attese più tasse per 382 euro a  testa e 889 euro a famiglia.
Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

Alieni. La strana sorte di r* e di u*


Nei racconti di fantascienza l’autore si trova ad affrontare il problema di che nome dare agli alieni. Agli alieni umanoidi delle saghe spaziali si possono dare nomi esotici (Firaxan, Ssi-Ruuk, Hrarf-Hrarfy) ma ancora pronunciabili. Se però si esce dal fantasy antropomorfico e si va nell’esobiologia vera e propria, alle forme di vita profondamente aliene vanno dati nomi ancora più misteriosi e indecifrabili.
Per rendere l’idea, r* e u* andrebbero benissimo.
Gli appassionati sanno che, nella nostra realtà terrestre, r* è il tasso d’interesse neutrale (quello che non spinge né frena l’economia). Sanno anche che r* è ontologicamente parente di u*, il tasso naturale di disoccupazione (quello che non fa salire l’inflazione salariale e che una volta si chiamava Nairu).
Sia r* sia u* (come del resto l’output gap) sono creature aliene.

Popper distingueva tre mondi, il Mondo 1 fisico, il Mondo 2 mentale e il Mondo 3 fatto di teorie scientifiche, miti e creazioni artistiche. I nostri amici r* e u*, benché uno dei due si definisca naturale, non appartengono al Mondo 1 per la stessa ragione per cui il diritto naturale (che si contrappone a qualcosa di innaturale che pure si trova in natura) tanto naturale non è, altrimenti verrebbe da sé e non ci sarebbe bisogno di invocarlo.
Insomma, i nostri amici appartengono al Mondo 3.

Sono astrazioni o addirittura, a volere essere critici, sono creature mitologiche o angeliche. Ricordano il lavoro di quei fisici teorici che creano a tavolino universi fatti di equazioni e che sono universi possibili, ma non necessariamente reali. Il modello prevede una galassia in un certo punto x, poi si va a vedere e la galassia non c’è, ma il fisico teorico rimane tranquillo, perché il suo modello è internamente coerente ed è questo che conta per lui.
Ci siamo goduti il crollo delle borse alla fine dell’anno scorso perché r* e u* avevano iniziato a lampeggiare molto forte.

Era da più di un anno che il tasso di disoccupazione americano (ma anche tedesco e giapponese) era sceso sotto il suo livello cosiddetto naturale ed erano molti anni che il tasso di policy stava sotto il suo livello neutrale. Powell aveva raccontato in uno dei suoi primi discorsi da governatore che r* e u* gli ricordavano i simboli zodiacali.
Era un modo per dire che andavano presi con le pinze. A un certo punto però, all’inizio di ottobre, si è spaventato e ha cominciato a prenderli molto sul serio. La sua paura ha contagiato il mercato, che è precipitato, fino al punto che Powell si è impaurito della sua paura e ha fatto una spettacolare marcia indietro, culminata ieri con una ridefinizione, vulgo manipolazione, di r* e di u*, oggi dichiarati più bassi di quello che si pensava.
È stato giusto spaventarsi in ottobre? No, sia per la Fed sia per i mercati.

È giusto oggi tornare indietro e ammettere in sostanza che ci si era sbagliati? Sì, è giusto. Sbagliare è umano e capire di avere sbagliato correggendo l’errore è segno di maturità. Tutto ha un prezzo però, e il prezzo dell’errore, oltre al ribasso che ha rovinato la fine del 2018 a molti investitori, è nel fatto che, avendo già gridato al lupo una volta, la Fed sarà timida ed esitante quando il lupo si presenterà sul serio, quando cioè i segni di surriscaldamento di questo lungo ciclo si faranno davvero preoccupanti.

Fino ad allora, tuttavia, sarà luce verde.

I mercati, vedendo la Fed particolarmente morbida, hanno pensato che ci dovesse essere sotto qualcosa, ovvero dati economici negativi noti solo alle banche centrali. In realtà i dati sono gli stessi per tutti e la Fed vede quello che possono vedere anche i mercati, ovvero un’America con una crescita discreta e un resto del mondo decisamente poco brillante ma in via di recupero.
Niente di trionfale, ma nemmeno niente di tragico.
In realtà a rendere volatile e confusa la reazione alle decisioni della Fed è stato l’irrompere improvviso sulla scena della possibilità di Brexit dura già a partire dalla settimana prossima. I protagonisti (la May, l’Europa, gli irlandesi, i laboristi e i conservatori entrambi divisi al loro interno) sembrano in effetti avanzare come sonnambuli verso il precipizio della Brexit senza accordo.

Di solito la politica ha fantasia e risorse per trovare vie d’uscita all’ultimo minuto, ma è giusto, per i mercati, prezzare un certo rischio.
Quanto è grande questo rischio? In caso di Brexit dura (ripetiamo, ancora improbabi l e ) i l Regno Uni t o pagherebbe un prezzo alto, ma non così alto come si dice, mentre l’Europa pagherebbe un prezzo più contenuto, ma non così basso come si dice.
La sterlina infatti si svaluterebbe istantaneamente, proteggendo la competitività britannica e la borsa di Londra, sulla quale gli esportatori salirebbero di valore. In Europa sarebbe danneggiata particolarmente, tanto per cambiare, l’industria dell’auto tedesca, che esporta molto nel Regno Unito.
Chi ha sterline o case a Londra potrebbe ragionare così.

Se la Brexit dura ha, per dire, un terzo di probabilità di realizzarsi, si può convertire in euro un terzo delle sterline, tenere un terzo in sterline cash e con il rimanente terzo comprare titoli di società esportatrici sulla borsa di Londra.
Per tutti gli altri, dicevamo, la luce è verde, non solo per le azioni ma anche per i bond.
Intendiamoci, non ci sono grandi potenzialità di rialzo, ma c’è una solidità di fondo garantita dalle banche centrali almeno per il resto di quest’anno che permetterà esplorazioni in aree meno battute, come ad esempio i mercati emergenti. Come copertura di fronte a una ricaduta nel disordine, si potrà inserire con calma una quota di oro nei portafogli.
Quanto al dollaro, le decisioni della Fed lo indeboliscono, ma finché non ci saranno segni più convincenti di una ripresa europea, finché non avremo certezza di una Brexit senza traumi e finché non sapremo se e quando Trump aprirà un fronte di guerra commerciale con l’Europa, l’euro non avrà molto spazio per riprendersi.

Autore: Alessandro Fugnoli Fonte: News Trend Online

Cede la resistenza sul MSCI World


Certo c'è rimpianto per aver mancato del tutto la parte iniziale del recupero: quella più succulenta. Ma l'unico modo per essere pienamente esposti al rialzo, sarebbe stato quello di non aver minimamente disinvestito, prima del passato quarto trimestre.
La reazione incomprensibilmente fiacca alla capitolazione definitiva di Powell dura poche ore.
Con lo spunto di ieri lo S&P neutralizza la flessione di mercoledì, e consegue un nuovo massimo di periodo: capitalizzando al meglio l'upgrade qualitativo sperimentato a gennaio quando, per la prima volta da metà 2016, l'ampiezza di mercato forniva segnali finalmente incoraggianti.

Quando l'ADT11 si spinge oltre i 2/3 della sua corsa, la risposta delle quotazioni non si fa mai attendere.
Certo c'è rimpianto per aver mancato del tutto la parte iniziale del recupero: quella più succulenta. Ma l'unico modo per essere pienamente esposti al rialzo, sarebbe stato quello di non aver minimamente disinvestito, prima del passato quarto trimestre: e dubitiamo che qualunque investitore avrebbe passato un Natale sereno, dopo aver visto le quotazioni sbriciolarsi del 20% dai massimi di settembre.

A proposito: questo è soltanto il quinto caso, dal 1950, in cui lo S&P è passato da una contrazione di almeno il 19.5% da un massimo pluriennale ad uno scostamento inferiore del 3% dal massimo, nel giro di non più di sei mesi. Quando si dice fare la storia.

Se l'indice della borsa americana ha superato in sequenza le resistenze che conta(va)no - prima quella a 2715 punti, poi l'ultimo diaframma a 2815 punti prima di nuovi massimi - il resto delle borse mondiali ha recuperato di recente il ritardo.

Come si può notare, il MSCI World qualche giorno fa ha avuto finalmente ragione della resistenza dinamica opposta dalla "nostra" media mobile di lungo periodo. L'efficacia di questo spartiacque è testimoniata dall'azione contenitiva esercitata fra il 2015 e il 2016 e, in piccolo, quanto occorso analogamente in autunno e all'inizio di questo mese.
Con l'andamento degli ultimi giorni, siamo indotti a non considerare più di natura meramente correttiva il rialzo in essere da quasi tre mesi; con la resistenza che si propone a 2150 punti che a sua volta costituisce l'ultimo diaframma prima del massimo di gennaio 2018.
Autore: Gaetano Evangelista Fonte: News Trend Online

LA SETTIMANA CALENDARIO RISULTATI UTILI SOCIETA' QUOTATE

Calendario Utili fornito da Investing.com Italia - Il Portale di Trading sul Forex e sui titoli di borsa.