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giovedì 6 dicembre 2018

Bond oggi: emergenti sempre più complessi. Due vie d’uscita


Da mesi ormai il mercato è favorevole nei confronti delle obbligazioni dei Paesi emergenti. Non c’è meeting dell’industria dei fondi in cui non si innalzino lodi nei confronti di questo segmento, considerato strategico nell’asset allocation, soprattutto in ottica 2019.
Ma come vanno realmente le cose? Partendo dai numeri di alcuni indici di riferimento ne verifichiamo oggi le reali condizioni, valutando se sia davvero tornato il vento degli acquisti sugli emerging.

Quelli in dollari

Data l’elevato numero di panieri utilizzati dall’industria finanziaria, scelta che spesso porta a non poca confusione, utilizziamo due strumenti dello stesso “curatore”, Bloomberg.

Il primo è il Bloomberg Barclays EM Usd Aggregate Total Return Index Value Unhedged, riferito ai titoli di Stato in dollari senza copertura del cambio, quelli solitamente più acquistati direttamente poiché quotati in larga misura sui mercati regolamentati. Se lo si misura nel lungo periodo il suo movimento è nettamente rialzista, sebbene condizionato dalla forza della divisa di denominazione.
Diversa invece la situazione in un’ottica da inizio anno. La performance è in questo caso negativa del 3,26%, con un trend di stabile debolezza: dai massimi di 1.099 punti, toccati a inizio 2018, è sceso al supporto di 1.048, con una flessione lenta ma continua. Le vicende specifiche di alcuni Paesi non hanno inciso più di tanto.

Attenzione invece a un indicatore molto importante, quello del Dollar Index, cui il Bloomberg Barclays EM Usd Aggregate è inversamente correlato. I punti di intersecazione definiscono l’accentuazione di un movimento contrario e proprio da aprile ciò è avvenuto con il biglietto verde passato sopra.
Su periodicità di dodici mesi il Dollar Index ha guadagnato il 3,7%, che corrisponde in senso contrario al -3,26% dell’obbligazionario emerging in valuta forte. 

Quelli nelle monete locali

Più debole l’altro indice, il Bloomberg Barclays Emerging Markets Local Currency Liquid Government Bond, riferito alle emissioni governative in valute locali, investibili in realtà solo con Etf.

Da inizio anno ha perso il 4,4% ma da settembre sta tentando un debolissimo recupero, tornando oltre i 130 punti contro i massimi sopra i 140 di inizio anno. Sul lungo periodo si riscontra un progressivo trend di rafforzamento. In una loro approfondita analisi i gestori specializzati nel settore di T.Rowe Price ricordano che “che il miglior approccio nei confronti del debito emerging in valuta locale è quello di considerare che il guadagno (rendimento) deriva dalla cedola e il rischio dalla componente valutaria.

Il più importante driver nel breve periodo è quindi rappresentato dalla valuta, mentre su orizzonti temporali più lunghi è inevitabilmente la cedola”, che deriva dall’evoluzione delle politiche monetarie. La valutazione è scontata ma merita di essere sempre ricordata. 

Dove non andare

La fotografia complessiva risulta complicata, sebbene il debito emergente sia meno volatile di quanto spesso si creda.
Si tratta ora di capire su quali mercati puntare e su quali no. Le opinioni in proposito sono molteplici. Analizziamo quelle di un celebre gestore, Bruno Crastes, ceo e socio fondatore di H2O, società affiliata a Natixis Investment Managers, da anni uno dei migliori gestori obbligazionari in circolazione.

Sostiene che nell’ottica di medio termine occorre evitare tre segmenti di bond emergenti: quelli di Paesi con elevato fabbisogno di capitali esteri, a causa dell’eccessiva crescita interna (è il caso di Colombia, India e Indonesia), di Paesi con problemi di debito privato (soprattutto la Cina) e infine di Paesi con debito pubblico insostenibile (è il caso di Venezuela e Brasile).
Questo fa capire come la determinazione dei singoli emittenti sia macchinosa e richieda l’analisi di molteplici parametri. 

Meglio le alternative

La complessità di un mondo molto variegato porta a concludere che una valutazione globale è difficile poiché il mondo emergente ha dinamiche sempre più contrastanti.

Meglio scegliere allora di uscire dai singoli debiti governativi e affidarsi agli Etf (che hanno comunque minore reattività) o alle ben diverse emissioni degli organismi sovranazionali (Bei, World Bank ecc.) nelle varie monete. In tal caso i rendimenti equivalgono con molte meno difficoltà di interpretazione dei rischi strutturali, eccetto uno, quello della valuta, alla fin fine il più semplice da gestire con un’analisi tecnica pur basilare.
Tutto il resto lasciatelo stare, salvo che il vostro obiettivo sia solo di brevissimo termine. 
Fonte: News Trend Online

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