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giovedì 1 novembre 2018

Quanto sono sane le banche italiane? Venerdì il verdetto


Venerdì l'European Banking Authority pubblicherà i risultati degli stress test che dovranno mettere alla prova la capacità degli istituti di credito di reggere i colpi di possibili scenari negativi. Qualche timore è stato sollevato da S&P che ricorda come questa volta tra i parametri usati ci sarà il calcolo Ifrs 9,ovvero l'accantonamento totale delle perdite presunte fin dal primo anno, un paramento che, sebbene non porti a nessun allarme rosso, potrebbe far avanzare l'ipotesi di una possibile ricapitalizzazione precauzionale, come a suo tempo (2016) avvene per Mps. 

I nomi 

Ad essere coinvolte in questa nuova partita di stress test saranno tutte le maggiori banche del Vecchio Continente (per la precisione sono 49) ma è ovvio che gli osservatori daranno un occhio in più a quelle tricolori e cioè UniCredit, Intesa Sanpaolo, Banco BPM e UBI (esclusa MPS già oggetto di una ricapitalizzazione), dati gli ultimi risvolti sullo scenario italiano.

Rivolti che inevitabilmente hanno finito per coinvolgere proprio le banche le quali, come è noto, hanno in pancia circa il 20% del debito totale.
Nel corso degli ultimi 12 mesi l'intero settore bancario europeo ha perso più del 23% ma il quadro peggiora spostando il focus sull'Italia dove l'indice di settore del FTSE Italia è in calo del 22% dall'inizio dell'anno e del 34% rispetto massimo toccato il 24 aprile.

Alla base delle preoccupazioni il rialzo dei rendimenti sui titoli di stato a loro volta nati dalle manovre particolarmente espansive decise dall'attuale governo e non accettate dall'Unione europea: l'aumento sul decennale (100 punti base dal maggio 2018), preso solitamente come punto di riferimento, ha indicato agli investitori che si è diffusa un'ampia percezione del rischio in Italia.

Il doppio smacco

Come sottolineato anche da Ricardo Garcia, capo economista della zona euro di UBS, c'è il pericolo di un doppio smacco per l'intero sistema di credito.

Alla pressione subita nei giorni scorsi, infatti, eventuali risultati negativi derivanti dagli stress test creerebbero un vero e proprio assedio sul settore. Punto nevralgico scoperto, i crediti in sofferenza (NPL) i quali sebbene secondo dati EBA sono diminuiti nell'ultimo anno a una media del 3,6% nel secondo trimestre 2018 in tutta la regione, in Italia risultano ancora al 9,7%, ovvero un rapporto molto più alto rispetto la media europea.
Tutto questo si associa alle prospettive, per l'immediato futuro, di condizioni di credito più difficili a causa di un Quantitative Easing che a dicembre vedrà il suo primo stop, con la fine degli acquisti sul mercato di bond (sebbene verranno sostituiti quelli in scadenza), una strategia che era stata messa in atto dalla Bce come stimolo per l'economia in crisi dopo il 2011 e che è stata prorogata nel tempo a sostegno delle economie più deboli, come le periferiche.

Ciò significa che senza la presenza della BCE sul mercato a partire da gennaio, i rendimenti dei titoli europei, in generale, potrebbero aumentare.

I pericoli in vista

Non solo, ma a questo si aggiungano anche prospettive di un aumento dei tassi di interesse orientativamente previsto per la metà del 2019.
In realtà gli operatori non vedono questo test come particolarmente indicativo anche perchè i dati sui quali sarà effettuato sono quelli del 2017 che dipingono una situazione diversa da quella attuale, in miglioramento.

Ciò significa che da questo esame, per l'Italia non dovrebbero emergere criticità significative. Più da temere, come confermato anche da un recente report di Credit Suisse l'allargamento dello spread Btp-Bund che oltre la soglia del 3,38% metterebbe a rischio l’indice di solidità patrimoniale Cet1 sia di Banca Carige sia di Mps, entrambe escluse dalla rosa degli esaminandi, ma anche l'andamento del Pil che, sebbene in lettura preliminare, ha evidenziato per il terzo trimestre 2018 un andamento praticamente fermo dopo una fase di moderata espansione che durava da circa tre anni.
Fonte: News Trend Online

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