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mercoledì 7 novembre 2018

La classica crisi dei mercati emergenti


Mark Burgess, Vice CIO Globale e CIO EMEA di Columbia Threadneedle Investments, spiega che il recente crollo della lira turca ha rimesso i mercati emergenti al centro dell’attenzione degli investitori. Ma per quanto  l’atteggiamento sempre più ostile del Presidente Trump sul commercio e il protezionismo potrebbe aver innescato il brusco deprezzamento della valuta, a nostro avviso l’indebolimento della lira turca ha tutte le caratteristiche di una tradizionale crisi dei mercati emergenti.
Le politiche protezionistiche degli Stati Uniti si ripercuoteranno sui paesi emergenti più esposti ai flussi commerciali globali in Asia e in altre regioni, ma un contagio dalla Turchia ad altre economie emergenti è improbabile, se non altro perché negli ultimi anni si è registrata una tendenza al miglioramento delle partite correnti di molti paesi.

Classiche crisi dei mercati emergenti

Una crisi dei mercati emergenti si verifica di solito quando  un paese si indebita oltre misura e, di conseguenza, accumula  un disavanzo eccessivo delle partite correnti o del bilancio pubblico.
Il più delle volte il paese persegue un’espansione economica insostenibile, con una rapida crescita della formazione di credito (solitamente) in dollari USA - spiega Mark Burgess -.

Se cominciano a preoccuparsi dell’entità del debito e della capacità del paese di finanziarlo, gli investitori cercano di abbandonare il paese, causando in primo luogo problemi per la valuta. Presto o tardi, i prezzi delle attività finanziarie scendono fino a provocare un crollo del mercato, di solito sulla scia di un evento scatenante.
Ad esempio, molti vedono nel dissesto di Lehman Brothers del 2008  l’inizio della crisi finanziaria globale.

Turbolenze in Turchia

La Turchia ha un disavanzo delle partite correnti pari a circa il 5,5% del PIL, che richiede un finanziamento annuo  di circa USD 60 miliardi - spiega Mark Burgess .

Gli investitori hanno cominciato a nutrire timori non solo per l’entità del debito turco, ma anche per la retorica del governo, che ha anche  adottato alcune politiche economiche non ortodosse. A differenza del Regno Unito, che pure presenta un ampio disavanzo delle partite correnti (anche se finanziato tramite investimenti esteri), il deficit della Turchia è finanziato principalmente da flussi di portafoglio, dal commercio internazionale e dall’assunzione di prestiti, il che la espone notevolmente alle condizioni dei mercati finanziari.
Visto il calo della fiducia degli investitori nella capacità della Turchia di gestire il deficit, esacerbato dal rifiuto del governo di aumentare i tassi d’interesse per arginare il deprezzamento della lira, è facile capire perché  l’escalation degli attriti commerciali ha spinto gli investitori ad abbandonare il paese.

Ad aggravare la situazione ha contribuito il fatto che le autorità sono state svuotate e private della loro credibilità, dato che il ministro del Tesoro e delle finanze è Berat Albayrak, il genero  del presidente Recep Tayyip Erdo?an.
Anche se la minaccia commerciale posta da Trump potrebbe essere una novità, la situazione della Turchia non lo è, e ricorda piuttosto le passate crisi dei mercati emergenti, come il “taper tantrum”,  la crisi asiatica e le “cinque fragili”.

In tutte queste occasioni gli investitori hanno  perso fiducia nelle politiche economiche di un paese, esercitando pressioni sulla valuta e determinandone la svalutazione.
Nel breve termine questi problemi sono stati risolti storicamente attraverso misure volte a rafforzare la credibilità, sotto forma di politica monetaria o di iniziative fiscali - spiega Mark Burgess .
Nel caso della Turchia non si è registrato un cambiamento sostanziale delle politiche economiche né una richiesta di assistenza all’FMI. Per questo motivo nei prossimi mesi assisteremo a ulteriori attacchi ricorrenti nei confronti della lira e potenzialmente ad un altro punto di crisi.

Rischio di contagio limitato

Contemporaneamente alle turbolenze in Turchia, anche  l’Argentina si è trovata alle prese con una perdita di fiducia nella sua valuta, che ha portato recentemente alle dimissioni del presidente della banca  centrale.  A livello superficiale ciò è comprensibile alla luce dei disavanzi gemelli e delle vulnerabilità del paese, ma il caso argentino è molto diverso da quello turco.
In particolare, pur avendo un elevato fabbisogno di debito a breve termine e un ampio disavanzo delle partite correnti, l’Argentina ha ancora  un’economia relativamente chiusa, e i capitali esteri che erano stati prevalentemente investiti in obbligazioni in valuta locale hanno  già in gran parte lasciato il paese.

Pertanto,  nonostante i rischi per la crescita economica dell’Argentina, ravvisiamo un rischio di contagio limitato. Analogamente, il Brasile si trova in una posizione ragionevolmente solida, con un deficit delle partite correnti molto ridotto e adeguatamente finanziato dagli investimenti diretti esteri.Il nostro scenario di riferimento prevede  che l’attuale fase di vigore del dollaro USA si rivelerà transitoria finché i mercati non torneranno a concentrarsi sulla situazione fiscale degli Stati Uniti, decretando un indebolimento del biglietto verde.

In assenza di un grave errore di politica economica, che ha certamente maggiori probabilità di verificarsi nei mercati emergenti anziché in quelli sviluppati, nessun importante paese emergente sembra al momento  vacillare.

Il problema delle guerre commerciali

Per quanto  la crisi turca sia un fenomeno tipico dei mercati emergenti, ciò non vuol dire che le tensioni commerciali mondiali non siano motivo di apprensione - spiega Mark Burgess .

Alcuni analisti hanno  stimato che la guerra commerciale ridurrà il PIL mondiale dell’1-2,3%,4  e alcuni si aspettano che la Federal Reserve statunitense attuerà una stretta monetaria più aggressiva in risposta ai dazi. È difficile tuttavia prevedere  l’impatto di una guerra commerciale sui singoli paesi, non da ultimo perché  non sappiamo ancora  fino a che punto l’amministrazione statunitense si spingerà nel perseguimento del protezionismo.
Ciò nonostante, le prospettive per l’Asia e per i mercati emergenti esposti alla minaccia rappresentata dalle politiche protezionistiche di Trump – tra cui Cina, Messico, Colombia, Malaysia, Corea e Thailandia – saranno contrastate.

I dazi non saranno d’aiuto perché  molte economie emergenti dipendono generalmente dalle materie prime, dai proventi in valuta estera o dai semilavorati e sono quindi molto aperte  ai flussi commerciali globali. Un eventuale rallentamento del commercio globale avrebbe  inevitabilmente enormi ricadute su alcune di queste economie.
L’Argentina e il Brasile sono l’una il principale partner  commerciale dell’altro, con la Cina al secondo posto per entrambi. Ciò significa che i due paesi sarebbero gravemente penalizzati da un rallentamento dell’economia cinese, dato che esportano prodotti agricoli e materie prime.

La domanda è: assisteremo alle stesse vulnerabilità che abbiamo osservato durante  il “taper tantrum”?  È improbabile, perché  nel 2013 c’erano cinque grandi economie con enormi disavanzi delle partite correnti e fiscali – le cosiddette “cinque fragili” – vale a dire India, Brasile, Turchia, Sudafrica e Indonesia.
Cinque anni più tardi, la posizione aggregata delle partite correnti dei mercati emergenti è migliorata notevolmente.

Riducendo l’entità dei loro disavanzi e sviluppando i loro mercati interni, le economie emergenti sono oggi un po’ meno soggette all’influenza del dollaro. Detto questo, come abbiamo visto nel caso della Turchia, i paesi con ampi disavanzi delle partite correnti andranno incontro a una notevole debolezza dei tassi di cambio.
Il dollaro è spesso considerato un bene  rifugio nelle fasi di tensione sui mercati globali, ma nessuno conosce realmente le implicazioni delle guerre commerciali e del rischio di sanzioni - spiega Mark Burgess .

Detestando l’incertezza, gli investitori tendono a riversarsi nei beni rifugio nei periodi difficili, spostando l’attenzione dal rendimento  alla restituzione del capitale. A parità di altre condizioni, una realtà in cui la Fed attua  una stretta monetaria mentre  le altre banche centrali mantengono un atteggiamento accomodante dovrebbe  tradursi in un rafforzamento della valuta statunitense (anche se la nostra previsione strategica a lungo termine propende per un indebolimento del biglietto verde).

Ciò comporterà probabilmente ulteriori difficoltà per i mercati emergenti.

La probabile tenuta  della Cina

In Cina è in atto un rallentamento dell’economia ma, dato l’aumento dei consumi interni, i timori di un “hard landing” si sono attenuati - spiega Mark Burgess .
Detto questo, Pechino si trova di fronte a un “trilemma”, dovendo destreggiarsi con il paradosso di perseguire il controllo dei tassi di cambio, la libera circolazione dei capitali e una politica monetaria indipendente.
Un hard landing della Cina sarebbe problematico per i mercati emergenti, specialmente per quelli che hanno  basato lo sviluppo della propria economia sul soddisfacimento della domanda cinese di materie prime.

Autore: Pierpaolo Molinengo Fonte: News Trend Online

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