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venerdì 30 novembre 2018

Ftse Mib ancora in pericolo: nuovi minimi solo rimandati per ora

 
Di (KSE: 003160.KS - notizie) seguito riportiamo l’intervista realizzata a Gaetano Evangelista, amministratore unico di AGE Italia.
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I mercati azionari tanto europei quanto americani continuano a mostrare un andamento incerto e altalenante. Ritiene che questa tendenza ci accompagnerà ormai fino agli inizi del nuovo anno?
Apprezzo la cautela nelle parole che ha impiegato. Perché propriamente dovremmo parlare di “quasi bear market” a livello globale. Wall Street dai massimi ha perduto soltanto il 10% o poco più, inaugurando una formale correzione, secondo gli standard comunemente accettati.
Ma il resto delle borse mondiali dal picco, che risale ormai a più di dieci mesi fa, ha perso mediamente quasi il 20%!


E non è finita qui. Perché secondo i nostri calcoli, 18 delle prime 20 Borse al mondo per capitalizzazione, viaggiano sotto la rispettiva media mobile a 200 giorni; 41 su 47, se estendiamo l’indagine a tutte le Borse che fanno parte del MSCI ACWI, benchmark dei gestori di tutto il mondo.
Credo che le Borse stiano tirando il fiato, ma mi meraviglierei se il tentativo di rimbalzo in atto producesse un miglioramento superiore ad alcuni punti percentuali, da qui alla fine dell’anno.
A Piazza Affari il Ftse Mib ha difeso in più di un'occasione i minimi dell'anno in area 18.400, faticando però a mettere a segno un recupero convincente e duraturo. Vede ancora rischi al ribasso nel breve?
Quota 18.400 punti Ftse Mib è uno spartiacque decisivo. Una rete di sicurezza il cui sfondamento genererebbe un ribasso potenzialmente di non meno di 1000 punti.
Temo purtroppo che l’appuntamento con la rottura sia stato soltanto rimandato. Piazza Affari è fra quei mercati in formale bear market, avendo perduto dal picco (ben) più del 20%.
Eppure pessimismo se non panico non trovano dimora a Palazzo Mezzanotte. Ce ne accorgiamo per esempio dal fatto che gli ETF che replicano al ribasso l’indice MIB, non sono più popolari come una volta; e sì che la discesa di questi ultimi sei mesi avrebbe dovuto risvegliare gli appetiti degli Orsi.
E c’è dell’altro, perché mentre i piccoli investitori contemplano – buoni ultimi – il buy on dips; gli istituzionali fanno incetta di opzioni put sull’indice, con l’evidente finalità di coprire i portafogli dal rischio di ribasso.
Il petrolio è sceso al di sotto dei 50 dollari al barile per poi avviare un primo recupero. Ritiene che la flessione sia prossima al capolinea o si aspetta nuove flessioni?
Anche qui non sono latore di buone notizie. Dal massimo il petrolio ha perso ora più del 30%. Le ultime due circostanze analoghe risalgono ad ottobre 2008 e a fine 2014, e in ambo i casi ulteriori ribassi intervennero successivamente.
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Altro aspetto spiacevole, che ho già menzionato qui su Trend-Online nei mesi passati: i fondi speculativi non sono ancora massicciamente coinvolti sul lato short.
Aspetto cruciale perché, essendo tipicamente trend follower, a questo punto dovrebbero essere pieni di posizioni corte.
Ciò mi fa sospettare la concreta possibilità che siano necessari ulteriori sacrifici di prezzo per convincere gli speculatori a gettarsi sulla preda.
Il problema è che la perdita dei 50 dollari di WTI apre la porta a scenari che farebbero venire i brividi al governatore della Banca Centrale Europea, per le pesanti implicazioni che deriverebbero per la tendenza dell’inflazione e dunque per la ventilata normalizzazione prospettica della politica monetaria dell’Eurozona.
In queste ore non si parla d’altro: Deutsche Bank aggiorna i minimi storici, travolta dall’ennesimo scandalo. Si tratta di un fenomeno isolato, o ci sono altre Deutsche Bank in giro per il mondo?
Questo non lo so, però osservo con interesse la punta di compiacimento da parte dei nostri connazionali, quando vedono l’istituto di credito di Francoforte inabissarsi sotto le pressioni delle vendite.
D’accordo, Deutsche Bank è una patata bollente, ma prima di parlare di bail in come legge del contrappasso, bisognerebbe guardare a casa propria.
Non voglio fare comparazioni né giungere ad alcuna conclusione, ma quanti sanno che in questo momento, ad esempio, il rischio di insolvenza di Deutsche Bank, misurato dal CDS a 5 anni, è inferiore a quello di Unicredit? 193 punti base, contro 177.
Non sto dicendo che entrambe siano destinate a far passare notti insonni ai rispettivi azionisti e a qualcuno più in alto, ma bisognerebbe riflettere, prima di giungere a conclusioni tanto affrettate quanto approssimative.
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