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mercoledì 7 novembre 2018

Anche in USA tutti cantano vittoria elettorale


La seduta di ieri, come già quella di lunedì, ha visto i mercati europei attendere placidamente l’esito delle elezioni americane. Non si sono visti movimenti significativi, se non una scivolata mattutina, presto riassorbita.
Gli indici USA, che tifano Trump, hanno invece avuto un po’ più di tempo ed hanno cominciato a scontare un esito elettorale non negativo per il Presidente, pur senza azzardarsi a scommettere su un trionfo.
SP500, che ha chiuso a quota 2.755 (+0,63%) ha così potuto riavvicinare la media mobile a 200 sedute, che oggi transita da 2.763 punti ed è il vero ostacolo da superare per fugare gran parte delle nuvole grigie che ottobre ha accumulato nei cieli di Wall Street.
L’esito elettorale è stato in effetti più o meno quel che i mercati si attendevano e ci fornisce alcune indicazioni politiche:
  • Scampato pericolo di debacle per il Presidente, che addirittura rafforza la sua maggioranza al Senato, il che rende impossibile per i democratici pensare di avviare nei prossimi due anni una procedura di impeachment.
  • Maggioranza ai Democratici alla Camera, il che ostacolerà non poco gli effetti speciali che Trump avrebbe in serbo per il futuro.
  • Importanza decisiva della figura di Trump, che ha concentrato le sue energie per sostenere i candidati al Senato, mentre ha abbandonato la partita della Camera, considerandola persa.

    I risultati evidenziano che i suoi comizi riescono ancora a suscitare entusiasmo e spostare voti, dato che al Senato ha aumentato la maggioranza.
  • Mancanza di un leader emergente nel partito democratico, che ha dovuto affidarsi ancora ad Obama per riuscire a conquistare la Camera, mentre nessun astro nascente si è palesato agli occhi degli osservatori.
Il risultato complessivo pare essere quello di un prossimo biennio all’insegna della rendita di posizione da parte di Trump, fino a quando potrà vantare risultati positivi sul PIL e a Wall Street.

Potrà continuare muoversi molto a parole, ma poco di concreto potrà realizzare, se non glielo concederanno i democratici. Cercherà di consolidare lo spirito identitario del suo elettorato, ma non vedo la possibilità di altre spinte all’economia. I  Democratici dovranno trovare in fretta un leader, poiché la campagna elettorale per le presidenziali del 2020 comincerà molto più presto del previsto.
A mio parere a determinare il futuro sarà la durata dell’inerzia economica che gli USA hanno acquisito con il regalo fiscale di Trump dello scorso anno, e soprattutto la politica di normalizzazione monetaria della FED, che dovrebbe continuare ad alzare i tassi ufficiali fino al 3,25% nel corso del prossimo anno e ridurrà la quantità di moneta nel sistema al ritmo di 50 mld$ al mese.

Bisognerà verificare se questa normalizzazione verrà percepita dai consumatori e dalle imprese come una restrizione, quando gli effetti negativi sulla crescita supereranno l’inerzia positiva oggi ancora presente.
Trump pare aver finito le cartucce più potenti, ed ora giocherà soprattutto in difesa.
Basterà? Non resta che attendere.
In Europa intanto si incattivisce la partita interna al governo italiano tra Salvini e Di Maio, mentre la Commissione Europea continua a pretendere una nuova manovra entro il 13 novembre. Difficile che la manovra cambi, dato che l’unico elemento ormai che unisce ancora i due leaderini pare essere l’ostilità nei confronti di Bruxelles.

Su tutto il resto è un affannoso cercare di piantare bandiere ben visibili dal proprio elettorato e che possano essere usate in campagna elettorale.
Una brutta situazione, che ha riportato lo spread a sfiorare quota 300 e poi chiudere a 293, mentre il Ftse-Mib ha chiuso in leggerissimo calo, sebbene lontano dai minimi del mattino, e disegnato la seconda candela correttiva consecutiva.
Dopo lo stallo registrato all’ECOFIN tra Tria, che tiene il punto e non promette ripensamenti sulla manovra, e gli altri paesi europei, compatti a chiedere una revisione, l’inerzia dei fatti porterebbe ad ipotizzare l’avvio della procedura di infrazione da parte della UE, con conseguenti effetti negativi su spread e rating, e la caduta del governo abbastanza rapida, per arrivare ad una resa dei conti elettorale che permetta a Salvini di tagliare fuori il M5S, andando a recuperare da posizione di forza i suoi vecchi alleati di Centro-Destra, prima che la lunga procedura sanzionatoria di Bruxelles si compia.
Ma la politica italiana è molto più complicata di quel che la logica vorrebbe.

Inoltre c’è la variabile Mattarella. Non è affatto detto che il Capo dello Stato accetti di sciogliere le Camere senza un tentativo di governo tecnico per approvare uno straccio di manovra più “europeista”, che eviti lo strappo con Bruxelles. Anzi, darei come molto probabile questa ipotesi.
Perciò Salvini porrebbe avere molti dubbi a rompere un giocattolo mezzo rotto, senza avere la certezza che nonno Mattarella gli consenta di procurasene uno nuovo.
Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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