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mercoledì 3 ottobre 2018

Volano gli stracci, vola lo spread

 
Si preannuncia lunga e faticosa la traversata del deserto, che il nostro paese deve compiere prima che Europa, agenzie di rating e mercati abbiano terminato gli esami alla manovra del popolo ed emesso i loro verdetti. Almeno a giudicare dalle prime fasi che si sono vissute pericolosamente a partire da giovedì sera, quando il comunicato sui numerini del DEF ed i festeggiamenti dei 5 Stelle sul balcone di Palazzo Chigi hanno aperto le ostilità e dichiarato guerra all’Europa.
Da allora è stato un susseguirsi sempre più acceso di dichiarazioni ostili al nostro governo da parte di Bruxelles e di risposte sempre più offensive da parte dei nostri governanti nei confronti della burocrazia europea, con i mercati impauriti e pronti a prezzare nei rendimenti un aumento considerevole del rischio-Italia. Ieri Juncker, dopo aver superato il limite quotidiano di sopportazione alcoolica, si è lasciato andare a dichiarazioni poco generose sulla correttezza italiana, che poco hanno a che fare con la diplomazia istituzionale. Non è la prima volta che viola il galateo, ma pare proprio che non riesca a frenare la lingua quando non riesce a frenare il gomito. 
La inopportunità delle sue esternazioni pare evidente se si considera che il documento governativo italiano, che lui pare aver già bocciato, non è ancora arrivato sulle scrivanie di Bruxelles e nessuno lo conosce nei dettagli. Probabilmente neppure gli autori.
L’improvvido giudizio preventivo del Presidente uscente della Commissione Europea ha dato l’occasione a Di Maio e Salvini di recitare la parte che prediligono, cioè il Masaniello del popolo che combatte la tirannia dei burocrati europei, che, oltretutto non sono eletti dal popolo. Il leghista Borghi, che dice sempre che i mercati salgono e scendono senza motivo, a prescindere dalle decisioni e delle dichiarazioni politiche, ha voluto testare la bontà della sua teoria, dichiarando dapprima che l’euro complica i problemi dell’Italia, ma subito dopo che il governo non vuole uscire dalla moneta unica (“siamo mica matti come in Venezuela!”). Peccato che la prima dichiarazione ostile all’euro sia stata creduta dai mercati ed abbia fatto schizzare lo spread, mentre la smentita sia stata snobbata e lo spread sia rimasto ben ancorato ai 300 punti.
Le giornate di ordinaria follia si susseguono ed ottengono il risultato di portare sempre più in alto il rendimento del BTP decennale, arrivato ieri al 3,48%, con quasi 60 punti base di rialzo dal giorno del comunicato sul DEF. Il titolo biennale è arrivato a superare 1,60% e di punti base in 4 sedute di borsa ne ha collezionati 78. Si stringe così un pochino lo spread tra il rendimento della scadenza a 10 anni e quello del 2 anni. Ora è 188 punti base, mentre ad aprile era intorno ai 200. Non si tratta ancora di una restrizione allarmante, che faccia pensare a mercati in preda al panico. Nei momenti più drammatici dell’autunno 2011 il differenziale 10y-2y divenne addirittura negativo e la curva dei rendimenti si invertì. E un cosa simile capitò il 29 maggio scorso, quando Mattarella cedette al contratto di governo e chiamò Conte al Quirinale. Per qualche ora il differenziale quasi si azzerò, mostrando che il mercato era colto dal panico e sembrava pronto a prezzare un possibile default dell’Italia. Ora siamo ancora lontani da questa situazione, anche se il nervosismo comunque sta aumentando e, si noti, in totale assenza di documenti ufficiali redatti dal Governo. Non resta che sperare che Tria e i suoi padroncini si affrettino a partorire quel mostro di manovra che ci hanno promesso. Almeno i mercati la smetteremo di agonizzare a colpi di sussurri ed illazioni.
Voci come quella che si è diffusa in serata, che vorrebbe il Governo, ufficialmente attestato sulla linea Salviniana del “me ne frego dell’Europa”, che però sta preparando qualche arma negoziale da affidare a Tria quando andrà a presentare la manovra a Bruxelles, come la disponibilità ad abbassare il rapporto Deficit/PIL sotto il 2,4% negli anni successivi al 2019. Significherebbe un primo barlume di saggezza nella compagine governativa. Tuttavia anche questo rumor, per ora, vale come tutti gli altri precedenti e può durare il tempo di un lancio di agenzia.
La borsa azionaria italiana ha collezionato ieri il secondo lieve calo, dopo il crollo di venerdì. Lo ha fatto con una seduta che è sembrata la fotocopia rovesciata di quella di lunedì. Mentre lunedì si è visto un rialzo del 2% prima di svoltare al ribasso e perdere per strada tutto il guadagno, ieri l’inizio è stato molto negativo ed i due punti percentuali di movimento sono stati al ribasso, fino a testare quasi millimetricamente il robusto supporto di 20.230, che ha contenuto la negatività e favorito il rimbalzo.  L’indice Ftse-Mib ha così potuto provare a tornare anche lievemente in positivo, per poi chiudere la seduta con un leggero segno negativo (-0,23%).
I primi due giorni della settimana ci dicono perciò che l’ostilità dei mercati verso il nostro paese si scarica soprattutto sui rendimenti obbligazionari e sullo spread, che ha superato ieri quota 290 ed anche quota 300, chiudendo sui massimi di seduta a 303.
La crisi italiana, dopo aver contagiato lunedì il cambio euro-dollaro, sceso sotto 1,16, ieri ha influenzato  l’intero mercato azionario europeo, forse anche per colpa di un report di Moody’s, che ha giudicato l’Europa impreparata a fronteggiare una crisi debitoria simile a quella del 2011. L’indice Eurostoxx50, che rappresenta l’azionario di Eurolandia, ha passato tutta la seduta in negativo, a tratti anche oltre il punto percentuale di perdita, ed ha chiuso a -0,73%. Chi invece non si cura di quel che succede in Europa ed in Italia sono gli indici americani, che per una volta hanno avuto andamenti diversi tra loro. Moscio SP500, con una seduta anonima chiusa in pareggio, lievemente negativo il tecnologico Nasdaq100, mentre il vecchio Dow Jones (+0,46%), ha trovato la forza per andare, con un guizzo rialzista, a segnare il suo nuovo massimo storico a quota 26.825 punti. 
Sull’azionario italiano la confusione politica finisce per penalizzare in modo evidente soprattutto il settore bancario, in perdita generalizzata anche ieri, a causa della correlazione inversa tra lo spread e la valutazione patrimoniale delle banche. Tuttavia, sia lunedì, per merito di Fiat (Hannover: FIA1.HA - notizie) e degli energetici, che ieri, per merito delle utility, l’indice è riuscito a trovare anche titoli in rialzo a controbilanciare la debolezza bancaria.
Notiamo comunque che, nonostante l’alta volatilità intraday, che rivela molto nervosismo, è un fatto che i supporti del Ftse-Mib abbiano tenuto e provocato un rimbalzo dell’indice. Non basta ancora a decretare la formazione di un minimo, e l’inizio di un recupero un po’ più lungo di poche ore, anche perché abbiamo visto come la buona volontà dei compratori possa essere spazzata via in pochi minuti da una gaffe di Juncker o di Borghi. Però è segno della volontà di resistere alle intemperie politiche. Il mercato forse sconta per oggi qualche prova di ricucitura con la UE dopo le bordate polemiche di ieri. Oppure è diventato sovranista anche il Ftse-Mib?

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