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mercoledì 10 ottobre 2018

Se piace al Governo non piace al mercato. E viceversa


Giornata dai due volti quella di ieri, sul mercato italiano e, di riflesso, anche nel resto d’Europa, scandita dall’iter parlamentare del DEF e dagli ostacoli a trasformare gli obiettivi stabiliti dal governo in provvedimenti legislativi.
La presentazione del DEF alle Camere e le bordate polemiche con la Commissione UE, orientata a bocciare la manovra ancor prima di vederne i dettagli, sono stati vissuti nei giorni scorsi dai mercati con grande apprensione e ancora ieri mattina l’indice Ftse-Mib ha segnato un ulteriore minimo a 19.685, arrivando a perdere quasi un altro punto percentuale rispetto al già grave bilancio della giornata di lunedì.
Intanto lo spread poco dopo mezzogiorno ha raggiunto 316 punti base, superando il massimo di 310, toccato il 29 maggio, ma con il piccolo particolare peggiorativo che il rendimento del BTP decennale, che quel giorno arrivò ad un massimo del 3,39%, ieri ha raggiunto il 3,71%.

Come sia possibile un differenziale di rendimento tra le due date cosi elevato, in presenza di uno spread solo leggermente più alto, è presto detto. Dipende dal comportamento del rendimento sul Bund tedesco, con cui il BTP si confronta nel calcolo dello spread. Il 29 maggio il bund rendeva meno dello 0,2% mentre ieri il bund ha segnato 0,54%. 
La cosa ci permette di segnalare un paio di questioni.
La prima è che, mentre a maggio il rischio-Italia si inseriva in un contesto europeo stabile, ora sta muovendo al rialzo anche il bund tedesco, trascinato dal rally del rendimento dei Treasury americani. Mal comune, mezzo gaudio? Niente affatto perché ora ogni punto in più di spread sul nostro BTP si aggiunge all’innalzamento dello zoccolo rappresentato dal Bund, e diventa sempre più pesante da portare.
Infatti, e questo è il secondo aspetto da segnalare, tutta l’attenzione per lo spread, che i media ci propongono quotidianamente, in realtà dovrebbe essere orientata a seguire il rendimento del BTP, poiché è questo che il governo paga per ottenere il finanziamento dell’enorme zavorra rappresentata dal debito pubblico.

A parità di spread l’onere per interessi potrebbe salire o scendere, a seconda di come si muove il rendimento del bund, che rappresenta il costo che paga un debitore privo di rischio. Lo spread rappresenta il rischio paese, ma l’onere del debito dipende anche dal contesto sul quale questo rischio viene ad aggiungersi.
Proprio mentre i tiggì di pranzo segnalavano l’allarme rosso sullo spread, dalle audizioni parlamentari dei vari organismi tecnici chiamati a valutare il DEF, per fornire argomenti di riflessione ai parlamentari che debbono approvarlo, è arrivata una forse inattesa serie di bocciature al documento presentato dal Governo.
Dapprima ISTAT, Corte dei Conti e Bankitalia, in rapida successione, hanno presentato rilievi negativi.

Poi in serata è arrivata anche la molto più importante negazione della “validazione” delle stime di crescita contenute nel DEF da parte dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB), l’Authority indipendente dal Governo che deve controllare l’affidabilità delle stime di copertura sui provvedimenti legislativi.
Una sorta di sceriffo dei conti pubblici.
Subito le opposizioni hanno fatto scattare la richiesta di audizione di Tria nelle commissioni Bilancio di Camera e Senato, che dovrebbe avvenire oggi. Tria ha due strade percorribili: abbassare le previsioni di crescita, ma così salirebbe il Deficit/PIL, oppure insistere per confermare il DEF, ma spiegando in modo chiaro il procedimento seguito per definirle.

Nel 2016 il governo Renzi, di fronte ad un analogo problema, decise di correggere le previsioni ed aumentò la previsione di deficit. Tria non può farlo, perché già il 2,4% è uno sfondamento delle regole, sgradito alla Commissione UE. Figuriamoci un aumento.
Sono difficoltà che imporranno al governo di fare scelte pesanti.
Ed oggi vedremo quali saranno, anche se le prime dichiarazioni a caldo dei leaderini sembrano orientate ad insistere nel muro contro muro, dato che “chi si ferma è perduto” (Salvini dixit). Del resto il tempo per le mediazioni stringe. Tria partirà stasera per Bali all’assemblea annuale del FMI e tornerà solo sabato.
Entro lunedì dovrà essere presentato a Bruxelles il programma dettagliato della manovra, che sarà oggetto di valutazione da parte della Commissione UE.
E’ ora delle decisioni definitive, che si presentano con un gigantesco ingorgo, che farà ballare i mercati sulla scia dei rumor.
Intanto ieri, appena si è avuto sentore di bocciatura da parte dell’UPB, i mercati hanno trasformato la seduta borsistica da funebre a festosa, con un poderoso rally, che ha portato il Ftse-Mib a recuperare tutto e di più, chiudendo con +1,06% sopra i 20.000 punti, mentre lo spread è ridisceso sotto quota 300, a 296 ed il rendimento del BTP si è afflosciato al 3,51%.
E’ l’ennesima e chiara dimostrazione dello scontro in atto, senza esclusione di colpi, tra mercati e governo del cambiamento.

Ogni cosa che piace al Governo viene punita dai mercati, mentre ogni intoppo governativo genera festeggiamenti sui mercati.
Superfluo notare che anche l’Europa borsistica si è ripresa, chiudendo in rialzo, e persino il cambio EUR/USD ha beneficiato del passo falso del governo, andando a ritrovare quota 1,15.
In USA le borse, dopo la scivolata della scorsa settimana, non riescono a riprendersi, ma neppure danno segni di accentuazione del nervosismo.
Sembra che attendano la stagione delle trimestrali, che entrerà nel vivo a fine settimana con i conti di un primo gruppo di banche.
Intanto Trump prosegue la campagna elettorale contestando la FED perché sta alzando troppo velocemente i tassi. Non è la prima volta che tenta di insegnare a Powell il mestiere di Banchiere Dentale.

Finora Powell ha tirato dritto per la sua strada, ma mi aspetto che l’ostinazione di Trump li porterà prima o poi ai ferri corti.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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