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lunedì 22 ottobre 2018

Nuova settimana di fuoco: Btp e banche sotto osservazione


Poteva andare peggio. In molti hanno voluto interpretare con queste parole il recente declassamento da parte dell’agenzia di rating Moody’s che ha fatto scivolare il giudizio sull’Italia da Baa2 a Baa3, decisione arrivata a causa della presentazione della Manovra finanziaria del governo italiano.

Il downgrade di Moody's

Ma, come detto all’inizio, per molti “poteva andare peggio” perchè se è vero che adesso l’Italia si trova un gradino sopra il rating Junk, è pur vero che l’outlook resta stabile e, come stesso da Moody’s hanno voluto precisare, sebbene le politiche fiscali ed economiche proposte da Roma non comprendano un “piano coerente di riforme” che favoriscano la crescita, oltre a stime troppo ottimistiche sulla ripresa, per la nazione ci sono ancora diversi “punti di forza nel credito che bilanciano l’indebolimento delle prospettive fiscali”.

Teoricamente sembra che gli analisti abbiano intuito una sorta di “porta aperta” per l’Italia. 
Da un lato c’è l’ormai famigerato spread, il differenziale tra Bund tedeschi e Btp italiani che dall’arrivo del nuovo esecutivo gialloverde è passato dagli allora 130 punti agli attuali 314, rialzo cui parallelamente si è sviluppato un calo di Piazza Affari (-21,4% nello stesso periodo) e, più specificatamente, del settore bancario a 34,6%.

Le banche italiane

Secondo il consigliere delegato di Ubi Banca Victor Massiah, “oggi le banche valgono meno del 50% del patrimonio e questo crea un’opportunità per gli investitori”.

tradotto in numeri si parla di 82 miliardi in totale per gli istituti di credito tricolore. Una situazione che evidenzia anche una discrepanza tra i big italiani e quelli europei: il primo esempio è dato da Intesa Sanpaolo che con i suoi 35 miliardi di capitalizzazione supera di poco la metà di Santander.
Lo spread è la prima delle minacce: 314 punti registrati venerdì e la minaccia nemmeno troppo velata, di salire a 400. Ma se prima la domanda era: cosa accadrà alle banche con uno spread a 300 punti (o oltre) adesso il mercato guarda alle conseguenze di un differenziale Btp/Bund oltre i 400 punti; strategie di capitalizzazione e misure per ristabilire i coefficienti patrimoniali.

Sempre per le banche c’è poi la questione dei costi di finanziamento: nel 2019 i bond in scadenza potrebbero arrivare anche al 2,5% del totale attivo. A questo si aggiunga anche la richiesta, da parte degli investitori, di un premio di rischio maggiore proprio a causa della tempesta in atto e non certo finita, sul settore.
Tutto questo rende le banche italiane, anche quelle più grandi, potenzialmente contendibili, complici anche le valutazioni a dir poco a buon mercato. 

Il duello Roma-Bruxelles

Il confronto tra Roma e Bruxelles inizierà proprio da oggi con la risposta del governo Conte alla lettera inviata dall’Unione contente, oltre le critiche, anche richieste di delucidazioni e modifiche sul testo della Legge di Bilancio, giudicata come un esempio di grave deviazione (“deviazione senza precedenti”) dai patti di stabilità.

Una serie di richieste che difficilmente il governo italiano, peraltro già alle prese con diverse tensioni interne, potrà esaudire in toto dal momento che entrambi i vicepremier hanno confermato che i punti cardine del dossier, tra questi il deficit nominale fissato al 2,4%, non saranno oggetto di modifiche.
Il rischio sarebbe quello di vedere una bocciatura totale della manovra, primo caso nella storia. 
Sarebbe un precedente grave, tanto che anche Mario Draghi, governatore della Bce, ha dichiarato che attende osservare gli sviluppi della situazione prima di pronunciarsi, in virtù anche del fatto che la Banca Centrale Europea è pronta a chiudere i rubinetti del Quantitative Easing che facilitavano l’approvvigionamento alle casse statali con il rifinanziamento agevolato del debito pubblico.

A tutto discapito, però, anche delle banche le quali hanno ancora in pancia enormi quantità di titoli di stato.

La politica interna

Ma le conseguenze potrebbero abbattersi anche sul fronte interno e per la precisione sul Capo dello Stato: Sergio Mattarella, infatti, potrebbe non firmare la Legge di Bilancio attribuendo motivi di interesse nazionale sulla sicurezza dei risparmiatori, il che farebbe tornare il testo alle Camere per eventuali modifiche che però, allo stato attuale dei fatti, non verrebbero apportate da un Parlamento in cui Lega e M5S hanno una salda maggioranza.

Quindi lo scenario che si prospetta potrebbe vedere non solo una crisi tra Italia e Europa (crisi che protraendosi per lungo tempo potrebbe rafforzare anche la percentuale di una possibile Italexit), ma anche una crisi di governo in cui le dimissioni del Presidente della Repubblica non sarebbero tanto ipotetiche.
Intanto venerdì S&P si pronuncerà a sua volta sul rating italiano. 
Fonte: News Trend Online

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