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giovedì 4 ottobre 2018

Il finto passo indietro del Governo


L’improvvisa svolta moderata del Governo del cambiamento di idea, che ci ha abituato da tempo alla regola del “qui lo dico e poi lo nego”, ieri ha abbassato notevolmente la pressione sullo spread, che nei giorni precedenti, oltre quota 300, si era fatta potente, ed ha consentito anche all’indice azionario Ftse-Mib un po’ di respiro, con un rialzo di +0,84%.
Evidentemente i galletti del nostro pollaio governativo, dopo aver ammirato gli effetti sul rendimento dei titoli di stato italiani e sull’indice di borsa del loro ardore sovranista, hanno smesso di “fregarsene della UE e dei mercati per pensare solo agli interessi degli italiani” ed hanno scoperto che anche la conservazione del valore del risparmio è un interesse degli italiani.
Allora, nell’ennesimo vertice in cui Tria ha raccontato l’ostilità generalizzata nei nostri confronti,  percepita a Bruxelles, hanno apparentemente innestato la retromarcia e deciso di “variare la variazione” del DEF, per rimangiarsi in parte lo schiaffo del 2,4% triennale del rapporto deficit/PIL assestato ai partner europei.
La lettura che i media oggi danno delle intenzioni dei governanti è quella che finalmente hanno capito che può essere controproducente anche per il loro consenso schiaffeggiare l’Europa a nome degli italiani per poi vedere gli italiani schiaffeggiati dai mercati nei loro risparmi.

E che è inutile, come ricordava Tria un mese fa, cercare nel deficit qualche miliardo in più da spendere per realizzare le promesse elettorali e poi scoprire che finisce tutto in maggiori interessi pagati ai mercati per il servizio del debito.
Ma vediamo un po’ in dettaglio la “variazione della variazione” del DEF. 
Ovviamente non si poteva pretendere che abbattessero il totem, che tiene insieme questa strana maggioranza dalle idee confuse e dagli interessi  e dai bacini elettorali contrapposti (le partite iva e i pensionati benestanti del Nord per la Lega, i disoccupati del Sud per i 5 Stelle).

Perciò è stata confermata la triade delle promesse elettorali per il 2019, cioè la partenza di quota 100 sulle pensioni, la flat tax al 15% per le partite iva e il reddito e pensione di cittadinanza. E per fare questo il deficit al 2,4% deve essere confermato. Tria è riuscito ad aggiungere uno 0,2% del PIL di investimenti pubblici e Salvini l’assunzione di 10.000 nuovi poliziotti, che serviranno per la caccia al clandestino e lo smantellamento dei campi Rom, che minacciano la sicurezza degli italiani.
Il grimaldello che consente di abbassare la stima dei rapporti deficit/PIL e debito/PIL negli anni successivi sono proprio quei miseri 3-4 miliardi di investimenti pubblici aggiuntivi.

Compiranno il miracolo di dimezzare il gap di crescita nei confronti della UE, che da anni ci vede costantemente all’ultimo o al penultimo posto nel tasso annuo di crescita del PIL (dipende dalla Grecia, che a volte riesce a far peggio di noi). Perciò, secondo le parole di Conte, che ha presentato alla stampa i risultati del vertice, la maggior crescita economica abbasserà il rapporto deficit/PIL al 2,1% nel 2020 e addirittura al 1,8% nel 2021, ed il rapporto debito/PIL (udite, udite) scenderà progressivamente sotto il 130% per arrivare nel 2021 al 126,5%.

Per non parlare della disoccupazione, che si abbasserà all’8% e magari anche al 7%. Parola di maggiordomo.
E’ evidente, a chi bazzica con le questioni economiche, che questa revisione edulcorata degli obiettivi di deficit e di debito in rapporto al PIL si basa esclusivamente sulla sovrastima della crescita futura,L fondata sul sogno che una manciatina di miliardi di investimenti pubblici producano un super-volano economico.
E’ quella che Tria ha definito “la scommessa sulla crescita”. La definirei piuttosto un azzardo. Che però consente il taroccamento delle previsioni, che, come tutti sanno, sono stime future e nelle stime ci puoi mettere di tutto. A me pare così maldestro che, se anche riuscisse a convincere la Commissione UE a metterci alla prova, rinviando la bocciatura del nostro DEF, tra un anno verremo bocciati dalla dura realtà dei consuntivi, che impietosamente costringeranno il governo (questo o quello che seguirà) a tappare le voragini che la spesa allegra e la mancata crescita aggiuntiva apriranno nei conti pubblici.

Un po’ di cosmesi contabile che sui bilanci di previsione la vediamo ogni anno. Infatti puntualmente il governo è poi costretto a manovre affrettate per tappare il buco in corso d’anno. Ma mai ho visto mettere nero su bianco come questa volta una distanza così enorme tra il sogno e il buon senso.
A rigor di logica la UE non dovrebbe mutare di un millimetro la sua posizione ostile nei nostri confronti.
Se lo farà sarà perché la paura del sovranismo ha mutato il DNA dei controllori delle regole UE.  
I mercati, comunque, a caldo hanno apprezzato l’apparente passo indietro del governo italiano ed hanno fatto respirare spread (ridisceso a 283 punti base) ed azionario.
Il Ftse-Mib conferma così il rimbalzo e se i mercati non si accorgeranno ancora per qualche giorno del bluff italiano, la settimana in corso potrebbe riprendersi una parte più consistente del forte calo della precedente. 
La prima resistenza di un certo spessore è a 21.150, dove passa la media mobile a 50 periodi, ma l’ostacolo più tosto è a 21.300, primo valore realizzato venerdì scorso, dopo la divulgazione del 2,4% di deficit triennale da parte del governo.

Oltre, francamente, credo sia difficile andare.
Le altre borse europee hanno apprezzato il rasserenamento italiano ed hanno tutte recuperato qualcosa. Manca all’appello l’indice Dax tedesco e l’Eurostoxx50, poiché la borsa tedesca ieri ha festeggiato la riunificazione della Germania.
Al di là dei fatti di casa nostra, debbo segnalare che ieri sono arrivati dati macroeconomici piuttosto positivi per gli USA ed al di sopra delle attese.
In particolare segnalo la stima ADP dei posti di lavoro creati nel settore privato e l’indice ISM non manifatturiero, che rileva l’ottimismo dei manager delle imprese del comparto servizi. Entrambi sono stati molto robusti e segnalano che il ciclo economico americano continua la sua fase di crescita robusta.

Non ne hanno approfittato granché gli indici azionari, con il solo Dow Jones in grado di migliorare ulteriormente il suo massimo storico, mentre il più importante e completo SP500 ha mancato ancora una volta l’appuntamento col record, benché ci abbia provato. L’incapacità di migliorarsi comincia a porre qualche dubbio sulle convinzioni dei compratori, che evidentemente debbono essersi spaventati dallo spettacolare balzo del rendimento del Treasury decennale, beneficiato dalla forza dell’economia USA.

Nella seduta di ieri ha collezionato ben 12 punti base di rialzo ed è arrivato al 3,18%, superando anche il massimo realizzato a maggio e fornendo un segnale rialzista di lungo periodo. Un balzo che ha dato vigore al dollaro, che è riuscito a cacciare l’euro sotto 1,15 nel cambio EUR/USD.
Qui è arrivato un segnale ribassista che potrebbe condurre in pochi giorni a 1,13.
Vedere il dollaro che si rafforza non piace ai paesi emergenti, ed infatti stamane si vedono reazioni negative diffuse sulle borse asiatiche (Cina  a parte, che è ancora in vacanza), che potrebbero ostacolare la prosecuzione del recupero da parte degli indici europei.

Il nostro ovviamente fa storia a sé e dipende dalle dichiarazioni politiche.

Autore: Pierluigi Gerbino Fonte: News Trend Online

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