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lunedì 17 settembre 2018

Sostegno della domanda e innalzamento della crescita

 
Ultimamente leggo e sento dichiarazioni di alcuni noti difensori dell’”ordine costituito eurosistemico” (Carlo Cottarelli, Giampaolo Galli, Daniel Gros per citare i primi che mi vengono in mente) che si riassumono come segue.
“Sì va bene, aumentare il deficit pubblico produce crescita – per un anno. Ma dal secondo in poi che cosa succede ? Dovremmo tutti gli anni aumentare il deficit, altrimenti i tassi di crescita ripiomberebbero ai livelli precedenti. Ma il deficit, se continua ad aumentare, va fuori controllo. E se non lo aumentiamo e non cresciamo più – dopo il primo anno – torniamo alla situazione di prima, con un PIL più alto ma sempre con crescita insufficiente, e con più debito di prima”.
Una prima osservazione è che il problema del “più debito” è, ovviamente, un’implicazione del fatto che la manovra espansiva sia finanziata con indebitamento del settore pubblico.
Se invece viene emessa moneta, o un titolo a utilizzo fiscale che non rientra nel debito pubblico (come i CCF, che non sono parte del “Maastricht Debt”, ovvero del debito pubblico come definito da trattati e regolamenti UE), il maggior debito non si viene a creare, neanche nella fase iniziale della manovra espansiva.
Questo (dovrebbe essere ovvio, ma repetita iuvant…) non significa che una manovra espansiva sia sempre giustificata. Se non c’è un rilevante output gap, quindi un grave sottoutilizzo della capacità produttiva del sistema economico (che significa anche alti livelli di disoccupazione e sottoccupazione) la manovra espansiva non produce crescita ma inflazione.
Ma nella situazione italiana odierna, l’inflazione non è un problema (anzi lo è in quanto troppo bassa, non in quanto troppo alta) e la disoccupazione, al contrario, sì. Un forte impulso espansivo sull’economia è quindi sia giustificato che necessario.
Ciò premesso, è bene riassumere perché un impulso espansivo produce un’accelerazione della crescita non solo nel momento in cui viene attuato, ma anche dopo.
Primo, più reddito induce più spesa. Se lo Stato costruisce un ospedale utilizzando mezzi e persone altrimenti inattivi, le aziende e i loro dipendenti vengono pagati e spendono una parte del loro reddito. Non solo quindi il PIL aumenta in misura pari al valore dell’ospedale (e una parte del maggior PIL tra l’altro produce subito maggior gettito fiscale), ma l’aumento è ancora superiore perché c’è un effetto indotto di crescita della spesa privata.
Secondo, la produttività delle aziende aumenta perché attualmente la loro capacità è sottoutilizzata. L’incremento di produzione non richiede un incremento dei costi fissi, fino al momento in cui non si torna a un normale livello di utilizzo della capacità produttiva. Aumenta quindi la produttività sia del lavoro che delle strutture fisiche.
Terzo, ripartono gli investimenti aziendali con il riavvicinarsi alla normalità dell’utilizzo della capacità produttiva. Maggior domanda significa più utili per le aziende, quindi più soldi da investire, e maggior incentivo ad espandere il potenziale produttivo. Questo non avviene immediatamente, ma gradualmente, a ritmi sempre più rapidi, via via che il sistema economico si riporta verso il pieno utilizzo delle proprie risorse produttive.
Quarto, si riavvia anche il credito privato, in quanto aziende e lavoratori migliorano i loro redditi e le banche sono quindi maggiormente incentivate a finanziare investimenti produttivi, acquisti immobiliari eccetera. Mentre in condizioni di domanda depressa il credito non solo si fa fatica a concederlo, ma c’è anche scarso desiderio di richiederlo. Chi non ha redditi tende, ovviamente,  a non pianificare investimenti.
Quinto, la ripartenza degli investimenti produce un rinnovo tecnologico della capacità produttiva. Il nuovo macchinario oltre ad ampliare la capacità fisica del vecchio è, naturalmente, più efficiente e più produttivo.
Tutti questi fattori del resto li abbiamo visti all’opera – ma sciaguratamente nella direzione contraria – durante la fase di contrazione dell’economia italiana prodotta, tra metà 2011 e inizio 2014, dalle catastrofiche politiche di “aggiustamento” prescritte dalla UE. Tredici trimestri consecutivi di calo del PIL reale (che già partiva da una situazione convalescente perché non si erano certo ancora esauriti gli effetti della crisi Lehman, di cui giusto in questi giorni ricorre il decennale).
Abbiamo avuto, in quel periodo, tutti gli effetti sopra descritti – ma in senso inverso. Contrazioni di spesa pubblica e di trasferimenti, e aumenti di tasse, hanno abbattuto il PIL, sia direttamente che a seguito del calo successivamente indotto nella spesa. Le aziende hanno contratto gli investimenti, e le banche il credito. E la produttività delle aziende ne ha pesantemente risentito.
E tutto questo ha “risanato la finanza pubblica” ? il rapporto debito / PIL è salito dal 116% al 129%, “grazie” al crollo del denominatore...
I Cottarelli, i Galli, i Gros, hanno plaudito alle azioni di politica economica attuate in quel periodo appunto perché sono partiti dal presupposto che le azioni di politica economica (azioni restrittive, in quel caso) avessero effetti limitati al periodo in cui venivano effettuate. Quindi si sarebbe dovuta ottenere una riduzione del deficit a fronte sì di un calo del PIL, ma solo nel periodo in cui veniva effettuato l’”aggiustamento”.
Le loro ipotesi di lavoro erano totalmente errate. E oggi, però, ripropongono lo stesso schema di analisi. Il consolidamento fiscale, dicevano allora, avrebbe avuto modesti e temporanei effetti di contrazione dell’economia reale. L’espansione fiscale, dicono oggi, produrrebbe al massimo un temporaneo innalzamento del PIL, ma nessun impatto sulla crescita a medio e lungo termine.
Si sono tragicamente sbagliati allora, e per l’Italia le conseguenze sono state un paio di milioni in più di persone in povertà assoluta e qualche decina di migliaia di aziende fallite.
Continuano a sbagliarsi, completamente, oggi. Per fortuna la popolazione e l’elettorato italiano hanno, adesso, le idee molto più chiare in merito a questi argomenti.

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