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martedì 25 settembre 2018

Soldi buttati, soldi cercati

 
Dopo la corsa rialzista della scorsa settimana, i mercati azionari hanno iniziato quella nuova con un evidente colpo di freno ai facili entusiasmi.
Niente di clamoroso, ma una normale seduta correttiva, la tipica presa di beneficio prodotta dal cambiamento di tattica da parte della Cina. E’ successo infatti che il governo cinese, a scoppio un po’ ritardato, ha deciso di fare la faccia truce a Trump ed ha annunciato la sospensione delle trattative commerciali previste nelle prossime settimane. Ha inoltre pubblicato un duro documento che ribatte punto su punto alle ragioni americane, ritenute propagandistiche, e accusa Trump di bullismo economico in grado di compromettere 40 anni di progresso nelle relazioni politiche e commerciali tra i due paesi.
Viene meno perciò quella sensazione, che avevo indicato nel commento di ieri per spiegare il motivo del rialzo dei mercati in concomitanza dell’intensificazione dei dazi da parte di Trump: che i cinesi avessero deciso di tenere un comportamento bonario per abbassare i toni dello scontro.
Lo scontro si è invece rafforzato ma, come capita di solito, è andato più ad impaurire le borse europee che quelle americane. Wall Street infatti ha subito inizialmente il colpo, ma poi ha recuperato dai minimi di seduta e chiuso la giornata con perdite abbastanza limitate sull’indice più rappresentativo SP500 (-0,35%). Il tecnologico Nasdaq100, dopo un’apertura pesante e l’avvicinamento dei supporti, è riuscito addirittura a riportarsi in positivo (+0,23%) e chiudere sui massimi di giornata. 
Gli indici europei hanno invece subito prese di beneficio un po’ più intense e chiusure sui minimi (Eurostoxx50 -0,62%, Ftse-Mib -0,91%).
L’indice italiano è stato il peggiore d’Europa, condizionato dal nervosismo all’interno del governo nel rush finale delle trattative per decidere il livello del rapporto deficit/PIL per il 2019 da scrivere nella nota di variazione del DEF e presentare alla Commissione UE e soprattutto ai mercati come obiettivo da raggiungere attraverso la manovra della legge di bilancio.
Ieri abbiamo avuto due interventi che hanno contribuito ad appesantire spread e indice Ftse-Mib. Partiamo da quello di Draghi in audizione alla Commissione Finanze del Parlamento Europeo. Inaspettatamente ed insolitamente, data la cautela che di solito mostra nei suoi interventi pubblici, è tornato a rimproverare il governo italiano per le parole estive in libertà ed ha accompagnato il rimprovero con i numeri che dimostrano che le esternazioni dei membri governativi sono costate un aggravio sugli interessi chiesti dalle banche per finanziare le imprese. Un maggior costo compreso tra i 20 (per le piccole) ed i 64 punti base per quelle più grandi che hanno emesso obbligazioni sul mercato. Siccome l’aumento degli interessi ha colpito solo le imprese italiane è imputabile a perturbazioni interne. Soldi buttati per le performance social dei nostri politici.
Il monito di Draghi, che ripete quello fatto già in Conferenza Stampa il 13 settembre, non deve essere piaciuto molto ai nostri sovranetti. Però Salvini non ha reagito, poiché è in estasi per l’approvazione all’unanimità in Consiglio dei Ministri del Decreto che porta il suo nome accompagnato alla parola “sicurezza”, che tanto piace agli italiani. Partendo dal principio che i mali dell’Italia dipendono dai migranti, il decreto inasprisce le condizioni dei rifugiati nel nostro paese, rendendo più difficile ottenere il permesso di soggiorno, più dura la permanenza in Italia e più facile l’espulsione, anche con scorciatoie di dubbia costituzionalità.
Ha invece mostrato molto nervosismo il suo compagno di merende Di Maio, poiché il sostegno di Draghi alla fermezza di Tria gli rovina il pressing per ottenere più soldi da spendere per reddito e pensione di cittadinanza. Perciò, in un video da cui è trapelata parecchia rabbia, benchè trattenuta a stento, ha commentato l’approvazione della legge di bilancio francese, che elargisce tagli di tasse da 25 miliardi e cucina un rapporto Deficit/PIL 2019 al 2,8%. Usando il motto “riprendiamoci la sovranità come i francesi”, si è lanciato nuovamente all’attacco di Tria, invitando a fare come Macron. 
Le preoccupazioni di Draghi e l’assalto alla diligenza di Di Maio hanno perciò riportato in alto lo spread BTP-Bund, che è rimbalzato a 242 punti base dai 220 di venerdì scorso. Un rialzo di 22 punti, che non si era ancora visto in settembre. Sono tornate un po’ di vendite sui bancari e tanto è bastato a rendere un po’ più pesante la correzione del Ftse-Mib rispetto a quella degli altri indici azionari mondiali.
Niente di drammatico, per ora. Solo nervosismo, in attesa che arrivino i fatti, e venga messo nero su bianco il deficit che verrà poi presentato a Commissione UE e mercati, per gli esami d’autunno.
Il saldo è importante, ma poi occorre farlo combaciare con i provvedimenti concreti ed i numeri della manovra di bilancio, che verrà presentata entro il 20 ottobre ed approvata definitivamente entro dicembre, dopo i due classici passaggi parlamentari, durante i quali le varie lobby azzanneranno i “servitori del popolo”.
Perciò mi metto il cuore in pace e mi preparo a sopportare fino a fine anno la serie dei balletti del “qui lo dico e poi lo nego”, delle soluzioni che durano un giorno, dell’improvvisazione creativa, delle parole grosse accompagnate da fatti striminziti. 
Ma non è quel che abbiamo visto finora? Appunto.

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