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giovedì 27 settembre 2018

Sfatiamo i miti del deficit commerciale


Dazi, voci di guerre commerciali e deficit nazionali oggi dominano le prime pagine dei giornali. I politici s’impegnano a correggere i deficit commerciali implementando nuovi dazi.
Altri contrattaccano. Il tutto, condito dagli avvisi dei media sui rischi inerenti, alimenta i discorsi sulla guerra commerciale. Tuttavia, i politici devono davvero correggere i deficit commerciali? I paesi con disavanzi commerciali sono veramente così in deficit? Anche se la connotazione negativa del termine deficit commerciale potrebbe far pensare che si tratti di qualcosa di nocivo per l’economia, secondo noi è un po’ come considerare inutili le importazioni.

Pensiamo che i deficit commerciali non contino e che la crescita se la possa cavare con o senza di loro.
Secondo noi, molta della negatività associata ai deficit commerciali ha a che fare con il modo in cui politici e opinionisti dipingono le importazioni. I deficit commerciali si calcolano sottraendo le importazioni di un paese dalle sue esportazioni.
Se le prime sono superiori, si crea un deficit; mentre se fosse il contrario, si parlerebbe di surplus.) Ciò porta molti politici e osservatori a dipingere le importazioni come un elemento negativo per l’economia, e le esportazioni come una cosa buona. Ma se i deficit commerciali sono così nefasti, com’è possibile che l’economia USA sia cresciuta a ritmi frenetici, restando di gran lunga la più rilevante al mondo, malgrado il deficit commerciale che registra dal 1976? (i)
Inoltre, siamo convinti che denigrare le importazioni significhi ignorare i benefici di ciò che il famoso economista del XIX secolo, David Ricardo, chiamava “vantaggio comparato.” Il vantaggio comparato si verifica quando i paesi presentano un vantaggio rispetto agli altri nel produrre un bene o un servizio.

Ad esempio, i paesi produttori di petrolio in genere hanno un vantaggio naturale nella produzione petrolchimica. I paesi con una proprietà intellettuale di valore generalmente presentano un vantaggio nel creare nuove tecnologie. Ricardo sosteneva che i paesi si devono concentrare sui settori in cui godono di tale vantaggio, scambiando il surplus con beni che altri paesi producono in modo più efficiente.
Riteneva che, facendo altrimenti, si rischia di investire capitale (umano, finanziario e fisico) in settori con un rendimento non ottimale. Anche se ciò può portare a deficit commerciali, secondo noi la società nel suo insieme trae giovamento dall’utilizzo del vantaggio comparato.

Se tutti producono ciò che sanno fare meglio, teoricamente tutti ci guadagnano. Ecco perché pensiamo che l’allocazione delle risorse sarebbe più efficiente e il successivo libero scambio avvantaggerebbe consumatori e produttori.
Inoltre, in economie diverse dalla Cina, i governi non prendono decisioni attive per avere deficit o surplus commerciali, che sono invece il risultato delle scelte fatte da consumatori e aziende in mercati liberi; decidono di acquistare beni importati a seconda delle forze di mercato (prezzo, valore, offerta, qualità e altro).

Aziende e consumatori sono liberi di fare ciò che vogliono e, in genere, acquistano prodotti importati solo se ritengono che farlo sia nel loro interesse. È questo che determina le bilance commerciali. I libri contabili nazionali (e il fatto che siano in positivo o in negativo) non sono che il risultato di queste decisioni.
Se così non fosse, sospettiamo che i consumatori non farebbero il possibile per importare anche quando vi sono delle barriere che intendono evitarlo. Ad esempio, i canadesi che vivono al confine con gli Stati Uniti spesso si recano lì per comprare latte, formaggio e altri latticini, perché la politica commerciale canadese, che limita le importazioni di latticini per stimolarne la produzione in Québec, fa spesso sì che i prezzi del latte canadese siano il doppio rispetto a quelli del latte statunitense.

In altri casi, succede che le aziende aggirino i dazi bilaterali (imposte tra il loro paese e un altro) spedendo le merci tramite un paese terzo neutrale che non è soggetto a tali tariffe. Ecco perché, secondo noi, è quantomeno bizzarro pensare ad un’economia che perde per colpa del deficit commerciale, soprattutto perché le importazioni in aumento indicano che consumatori e aziende hanno una propensione al consumo, un segnale di domanda rilevante e di un’economia in buona salute.

Quindi, anche se i politici aspirano ad apportare cambiamenti e implementare politiche (dazi, quote, accordi commerciali, ecc.) per trovare un certo equilibrio commerciale, siamo del parere che queste misure si rivelano spesso peggio del problema iniziale. Pur avendone viste nel 2018,  politiche simili non ci sembrano avere la portata necessaria a generare importanti esiti negativi.
Seguendo la logica di Ricardo, tali barriere in genere rendono l’economia mondiale (compresa quella dell’importatore) meno efficiente.
Alcuni osservatori spiegano che i deficit commerciali sono negativi perché pensano che i paesi li finanzino prendendo in prestito da investitori esteri.

Tuttavia, ci pare che dimentichino come funzionano le transazioni. Per spiegarci meglio, immaginiamo che esista l’ipotetico paese di Widgetland, con una valuta chiamata widgetdollaro e un deficit commerciale di 1 miliardo di widgetdollari. La saggezza convenzionale imporrebbe al governo di Widgetland di vendere titoli di stato per un miliardo di widgetdollari ai paesi con cui ha relazioni commerciali, ma in realtà i deficit commerciali stimolano l'investimento in due modi.
Da una parte, la società esportatrice che riceve widgetdollari per la sua merce reinveste il denaro in Widgetland per evitare la fatica di riportarlo a casa e cambiarlo in valuta locale. Oppure, la società esportante converte i suoi widgetdollari in valuta locale, lasciando alla sua banca centrale valuta estera da investire.

La banca centrale aggiunge questi widgetdollari alle sue riserve di valuta estera (le sue posizioni in attivi denominati in valute di altre nazioni). In genere, le banche centrali investono le proprie riserve in quelli che considerano attivi più stabili, che in genere sono titoli di stato (a interesse fisso).
Quindi, in questo caso, la banca centrale investirebbe i suoi widgetdollari in debito del governo di Widgetland, in titoli che chiameremo widgetobbligazioni. In entrambi i casi, vi sono società private o governi che decidono volontariamente di investire in Widgetland, che a sua volta approfitta del flusso di capitale in entrata.

Il flusso di capitale da 1 miliardo di widgetdollari in entrata serve a controbilanciare il deficit commerciale da 1 miliardo di widgetdollari. Widgetland ottiene crescita economica. La società o la nazione esportatrice ottiene un rendimento sul suo investimento. Pensiamo tutti ci abbiano guadagnato.
Che si tratti di Widgetland o di un altro paese, deficit commerciale non significa automaticamente un debito di stato, ma rappresenta invece la volontà degli stranieri di detenere attivi in quella valuta.

Secondo noi, questa è un’ulteriore conferma del fatto che i deficit commerciali non sono poi così negativi come li si dipinge.
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Note

  1. Fonte: US Bureau of Economic Analysis, al 14/06/2018.

    In base al prodotto interno lordo statunitense e alla sua bilancia commerciale dal 1976. Il confronto con le altre economie si basa sull’outlook dell’economia mondiale del Fondo Monetario Internazionale.
Autore: Fisher Investments Italia Fonte: News Trend Online

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