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lunedì 17 settembre 2018

Prossima crisi finanziaria: ecco cosa sarà a scatenarla


I problemi economici nei mercati emergenti e la guerra commerciale in corso tra Stati Uniti e Cina potrebbero potenzialmente aumentare il rischio della prossima crisi finanziaria.

I timori che vengono dagli Usa

A dichiararlo è Heenam Choi, CEO della Korea Investment Corporation (KIC): mentre l'economia mondiale tenta, dopo 10 anni di crisi e stimoli monetari, di imboccare la strada della ripresa, la Fed per prima, e successivamente anche le altre banche centrali, stanno drenando la liquidità immessa finora, aumentando esponenzialmente il pericolo dello scoppio di una crisi che potrebbe avere il suo fulcro sul settore degli emergenti.

Il primo segnale arriverebbe da una crisi di liquidità che porterebbe a un aumento delle difficoltà di raccolta di capitale e quindi di debito, spingendo verso il basso consumi e investimenti e, infine, colpendo la crescita economica delle nazioni.
A questo si aggiungano anche fattori non economici come la guerra commerciale e il rischio geopolitico (Iran Usa e corea del Nord i cui rapporti non sono ancora definitivamente riappacificati)
Di oggi, la conferma della nuova tranche di dazi alla Cina, voluta dal presidente Usa Donald Trump nonostante gli sforzi della diplomazia di entrambe le nazioni, in particolare quella Usa capitanata da Segretario al Tesoro Steve Mnuchin, in molti hanno incolpato le strategie politiche dell’amministrazione repubblicana dei possibili risvolti a livello internazionale che potranno avere le decisioni, praticamente irrevocabili, della Casa Bianca.

Lo scontro tra potenze

Se da un lato, infatti, gli States non vogliono tornare indietro su quanto già stabilito, dall'altro nemmeno Pechino sembra essere disposta a scendere a compromessi su un potenziale accordo commerciale con gli Stati Uniti.

Una decisione che però, per alcuni, porterebbe conseguenze più negative per Washington che non per Pechino stessa. A dirlo è Martin Gilbert, co-amministratore delegato di Standard Life Aberdeen. Il motivo è molto semplice: secondo Gilbert il presidente Usa Trump è giudicato da tutti come un buon negoziatore, fedele alla teoria del chiedere 100 per ottenere 10, una strategia che, forse, i cinesi non sono intenzionati ad accettare.

La dimostrazione potrebbe essere il potenziale rifiuto della delegazione cinese a partecipare al prossimo round di colloqui che si sta già organizzando per fine mese.
"Penso che non dobbiamo esagerare sull'importanza di Trump", ha detto Dani Rodrik, professore presso l'Università di Harvard, sottolineando problemi strutturali nell'economia mondiale.

Stando alla sua visione, che combacia con quella di molti economisti presenti a Singapore all'annuale summit economico, le crescenti tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina si sarebbero manifestate comunque, con o senza Donald Trump, il che renderebe la presenza di Trump alla Casa Bianca, il sintomo e non la causa di una situazione di disagio diffuso a tutti i livelli dell'economia e della società. 

Ottimismo, nonostante tutto

Chi invece sembra nutrire più fiducia sugli sviluppi futuri è il presidente di UBS, Axel Weber che sottolinea come, nonostante screzi e dissapori, sia Usa che Cina non sono ancora definitivamente in una guerra commerciale.

Tutto questo, però, non significa che le conseguenze non si stiano già avvertendo sul settore dei servizi; non solo, ma Weber ricorda anche che è bene mantenere la situazione ad un livello tale da permettere sempre la possibilità di un dialogo tra le parti, se non altro per evitare di annullare molti dei benefici positivi che ogni paese ha ricevuto dal processo di globalizzazione.
La soluzione della diatriba, però, sembra essere molto più complessa del previsto dal momento che le richieste di entrambi i paesi puntano a preservare interessi differenti.
"Mentre gli Stati Uniti mettono sempre più in discussione l'apertura degli scambi, i cinesi stanno facendo specifiche richieste sulla revisione dei servizi delle imprese statunitensi, in particolare le società finanziarie, che operano in Cina"
Ed è proprio sul settore finanziario, per la precisione su quello valutario, che Pechino fonda le sue possibili ritorsioni: per gli osservatori di mercato esiste il reale pericolo che il Dragone possa reagire contro le minacce tariffarie dell'amministrazione Trump, consentendo alla sua moneta di svalutarsi parallelamente rispetto al dollaro, favorendo le esportazioni e neutralizzando, di fatto, la forza dei dazi.

L'incognita yuan

Una tesi che, però, Weber respinge sottolineando che una valuta stabile è nell'interesse di Pechino, se non altro per dare un segnale forte di affidabilità anche agli investitori stranieri.

Il recente calo dello yuan, quindi,non è da attribuirsi ad uno scenario di tattica ma solo al generico calo delle monete dei paesi emergenti che si è registrato nelle ultime sedute a causa delle intemperie provenienti da nazioni come l'Argentina e la Turchia. Ma a prescindere dai diversi punti di vista, la maggior parte degli analisti concorda sul fatto che le tensioni commerciali (e spesso anche politiche) tra le due nazioni continueranno a trascinarsi oltre il 6 novembre, giorno in cui si svolgeranno le elezioni di medio temine negli Stati Uniti e durante le quali i repubblicani potrebbero perdere la maggioranza in uno dei due rami del Congresso.
Fonte: News Trend Online

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