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venerdì 21 settembre 2018

Ma l’integrazione è ancora un obiettivo?

 
Le risorse dedicate all’integrazione degli immigrati sono assai modeste. E l’impegno del terzo settore da solo non basta. Ma è proprio su queste politiche che bisognerebbe investire per garantire un futuro di convivenza a tutti, italiani e stranieri.
Una precisa strategia di comunicazione
Difficilmente darà risultati significativi l’iniziativa dell’Alto commissariato Onu sui diritti umani di monitorare il nostro paese per i recenti atti di xenofobia e razzismo. Eppure, il clima generale che si respira oggi in Italia in materia di immigrazione può destare legittime preoccupazioni. La narrazione generale, che tanto consenso genera nell’opinione pubblica italiana, prende di mira i singoli sbarchi, ma finisce per creare un diffuso sentimento di insofferenza che coinvolge tutti gli immigrati senza troppe distinzioni giuridiche, di condizione o di provenienza.
In Italia vivono 5 milioni di stranieri regolari, di cui 2,4 milioni sono lavoratori che pagano tasse e contributi. A loro si aggiunge almeno un milione di italiani di origine straniera (naturalizzati, figli adottivi o figli di coppie miste). Eppure, si continua a parlare di “emergenza immigrazione” riferendosi alle 150 mila persone accolte nei centri. Le eventuali precisazioni (“non ce l’abbiamo con i regolari o con quelli che lavorano”) sono volutamente tardive e residuali. Non si tratta di superficialità, ma di una strategia comunicativa che parla dell’albero, ma ha in mente la foresta.
Perché investire sull’integrazione
Si possono citare esempi concreti di come l’azione xenofoba incide direttamente sulla generalità degli immigrati. Le amministrazioni che investono in politiche di integrazione, attraverso corsi di italiano e mediatori culturali, vengono accusate di “sottrarre fondi ai cittadini italiani”. Viceversa, chi taglia questi servizi si vanta di aver ridotto gli sprechi. Le politiche di integrazione sono di competenza di regioni ed enti locali, ma appare chiaro che il clima politico nazionale ha effetto anche sulle azioni territoriali. Occorre infatti distinguere tra politiche per l’integrazione rivolte ai soli cittadini stranieri e il loro accesso ai servizi generali di welfare.
Sono almeno due le realtà del paese in cui gli interventi di integrazione sociale sarebbero particolarmente necessari.
La prima è quella delle periferie delle grandi città e, in generale, di quelle aree urbane dove si sono create alte concentrazioni di immigrati, anche a causa di passati errori urbanistici. Si tratta generalmente di aree in cui aumenta la presenza irregolare o si affaccia la criminalità.
La seconda è quella degli istituti professionali, dove le presenze dei ragazzi stranieri sono mediamente vicine al 15 per cento degli iscritti e in molte regioni del Nord arrivano a percentuali largamente più alte. Molti di questi ragazzi sono nati in Italia, ma talvolta la difficoltà delle relazioni passa attraverso le famiglie di appartenenza, sia italiane che straniere.
Le risorse e la loro gestione
Le risorse dedicate a queste materie sono assai modeste: mediamente i comuni italiani investono nell’ambito dei servizi sociali meno di 200 milioni l’anno, cui si possono sommare i circa 45 milioni annui di investimenti programmati per il settennio 2014-20, all’interno del Fondo europeo asilo, migrazione e integrazione (Fami).
Negli ultimi anni l’accoglienza dei profughi ha impegnato fondi molto più consistenti, ma solo una parte residuale è stata utilizzata per corsi di italiano e percorsi di integrazione, al netto delle spese vive per l’accoglienza. Anche considerando i singoli progetti in ambito sanitario e scolastico, l’Italia non arriva a spendere 300 milioni l’anno per politiche rivolte specificamente ai cittadini stranieri per la loro integrazione. Anche se va ricordato l’importante impegno dei Cpia (Centri provinciali per l’istruzione degli adulti) per l’alfabetizzazione degli adulti.
Naturalmente, oltre alla quantità, c’è anche la questione della qualità della spesa.
Sarebbe importante definire alcune priorità nazionali, come i corsi di lingua italiana (concordati tra ministero degli Interni e regioni fin dal 2007) e la mediazione culturale, presente in tutti i paesi di forte immigrazione. Ma anche su attività culturali nelle scuole, come la sensibilizzazione e la prevenzione sui temi del razzismo.
Su questi temi, l’impegno del terzo settore è indubbiamente meritorio, ma è bene che ci sia uno stretto rapporto con la programmazione pubblica, soprattutto locale, proprio perché queste iniziative rappresentano anche un supporto preventivo alle politiche sulla sicurezza. E se finora le politiche sono state rivolte indiscriminatamente a tutte le comunità, in questa fase sarebbero opportuni sforzi mirati verso quelle culturalmente più lontane dai valori occidentali. Per esempio, in Francia (pur senza escludere qualche intento propagandistico) si è deciso di ritornare a un controllo dello stato sui corsi di lingua araba per i minori stranieri, proprio per contrastare l’influenza salafita che si è diffusa attraverso internet.
È importante poi che le politiche di integrazione degli immigrati vengano monitorate e valutate a posteriori in ambito nazionale ed europeo. Un investimento su un futuro di convivenza non può essere fatto alla cieca, né rappresentare un intervento a fondo perduto.
Tuttavia, negarne l’utilità sacrificandole sull’altare di un facile consenso rappresenta una grave sottovalutazione dei problemi che abbiamo di fronte.
Non è così che si fanno gli interessi degli italiani.
Di Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin

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