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lunedì 17 settembre 2018

Le 3 lezioni che il fallimento Lehman Brothers ha insegnato


In questo stesso giorno, 10 anni fa, la quarta banca d'investimenti made in Usa dichiarava fallimento. Nessuno poteva allora immaginare che quello sarebbe stato il primo tassello di una lunga, lunghissima crisi, che avrebbe sconvolto non solo l'economia e le regole della finanza, ma anche la struttura della società occidentale come eravamo abituati a conoscerla.
E mentre le onde d'urto di quell'evento ancora si fanno sentire, oggi in molti si chiedono: cosa abbiamo imparato da allora?

Il coraggio uno non se lo può dare...

Ammettiamolo, c'è un piccolo Don Abbondio in ognuno di noi. Un Don Abbondio che, per forrtuna, ci evita di fare follie ma anche che, purtroppo, ci frena quando sarebbe il caso di farle.

Difficile seguire le parole di Warren Buffett secondo cui bisogna essere avidi quando tutti gli altri hanno paura: lui (Buffett) a suo tempo mise in pratica su se stesso i suoi consigli, comprò a mani basse e già da qualche tempo ne ha raccolto i frutti. Ma lui se lo poteva permettere. Per i comuni mortali è molto, ma molto più difficile riuscirci.
Un esempio? I titoli bancari che a Wall Street, grazie all'intervento in massa delle autorità Usa, hanno fatto molto bene negli ultimi dieci anni. Ma allora, soprattutto considerando che a creare la crisi fu una tra le banche più prestigiose e che fino a qualche ora prima del fallimento aveva ancora rating ottimali, chi si sarebbe fidato a rischiare?

Il tempo scorre, a volte molto più lentamente di quanto si creda

Quello che scende deve salire e viceversa.

Legge innegabile e immutabile. Il problema è capire quando. E non è un problema da poco. Infatti molti analisti, vedendo le condizioni estremamente particolari del mercato, negli anni successivi a quelli della crisi, non hanno esitato e prevedere un crollo che, in teoria, avrebbe potuto arrivare da un momento all'altro.
In teoria non gli si poteva dare tutti i torti: il mercato, allora come oggi, era viziato da interventi di politica monetaria che, nati sotto l'ombrello dell'urgenza, sono poi diventati continuati nel tempo fino ad assumere il ruolo della droga che ha creato dipendenza e ha gonfiato all'inverosimile le quotazioni, aumentando esponenzialmente il rischio di nascita di bolle.

L'intervento senza precedenti delle banche centrali di tutto il mondo per sostenere il sistema finanziario è stato inestimabile durante la crisi, così come, proprio per il suo perdurare, appariva insostenibile in sé. Impossibile negare il fatto che adesso, con l'approssimarsi delle strategie di uscita altrettanto orchestrate dalle banche centrali mondiali (la Fed ha già dato il via) sarà facile prevedere volatilità e azionario in calo, in pratica il possibile avverarsi degli anatemi degli anni passati.

Ma anche qui la domanda è: quando? Allora, con l'entrata in scena dei vari QE, si apriva uno scenario mai visto. Lo stesso si può dire con l'entrata in scena delle varie exit strategy. Perciò se era azzardato fare previsioni di crollo allora, con ogni probabilità, potrebbe essere la stessa cosa adesso.

Mai smettere di imparare

Secondo una locuzione latina attribuita a Tommaso d'Aquino “Timeo hominem unius libri” cioè bisogna temere l'uomo che ha letto solo un libro.

Lo stesso dicasi adesso per chi investe. Investire significa rispondere prima di tutto alle proprie (singole e uniche) esigenze di guadagno attraverso la propria strategia di investimento (altrettanto singola e unica). Quello che la crisi finanziaria ha messo in evidenza è che diversi stili di investimenti possono avere lo stesso successo a seconda del momento in cui si trova il mercato.
In altre parole: flessione, resilienza e adattamento. E più che Tommaso d'Aquino, in questo caso, sarebbe felice Charles Darwin.
Fonte: News Trend Online

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