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lunedì 17 settembre 2018

La BC Turca alza i tassi

 
Gli analisit di Banca del Piemonte spiegano che nonostante la preoccupante richiesta di Erdogan di abbassare i tassi, questa volta la Banca Centrale della Turchia ha preferito reagire alle pressioni dei mercati e degli investitori nonché ai timori di un’inflazione sempre più fuori controllo operando un rialzo dal 17.75 al 24%, andando anche oltre le attese degli operatori ferme ad un rialzo compreso fra i 350 ed i 500 bp.
La lira turca ha così recuperato vistosamente terreno portandosi in area 7 contro euro, dopo che in mattinata il presidente Erdogan era tornato ad attaccare il rialzo dei tassi, il cui livello è stato definito la principale causa dell’inflazione nel Paese.
Il beneficio su tutta l’asset class emergente non si è fatto intendere con diverse valute, ad eccezione del real brasiliano, in recupero. La mossa della banca centrale ha prodotto effetti anche sul mercato obbligazionario turco sia in valuta domestica che in dollari, con i rendimenti e spread in sensibile ribasso (90 bo per le scadenze decennali). L’istituto centrale ha mostrato una certa fermezza di fronte agli attacchi di Erdogan e questo ha contribuito a rasserenare i mercati, dichiarandosi disposta ad ulteriori strette monetarie, se necessario, o comunque fino a quando l’inflazione mostrerà un significativo miglioramento. L’operazione di “recupero della credibilità” sta al momento funzionando.
Vedremo se nei prossimi giorni, alla luce delle corpose svalutazioni delle divise e dei rialzi dei tassi già iniziati in diversi paesi, si consoliderà la stabilizzazione sui mercati emergenti beneficiando del contemporaneo indebolimento del dollaro (a sua volta dovuto al rallentamento dell’inflazione statunitense rilevata giovedì).
Riunione BCE senza sorprese
Le scelte di politica monetaria della Bce (Toronto: BCE-PRA.TO - notizie) sono andate secondo previsioni: i tassi sono rimasti invariati ad un livello che l’istituto ritiene di mantenere almeno fino all’estate del 2019. E’ stata confermata anche la strategia di uscita dal Quantitative Easing: gli acquisti netti di titoli continueranno ad un ritmo dimezzato a 15 mld di euro al mese a partire da ottobre, per terminare a fine anno. La Bce ha inoltre rassicurato sul mantenimento dello stock di titoli nell’attivo di bilancio, confermando l’intenzione di procedere al reinvestimento del capitale proveniente dai titoli in scadenza “per un prolungato periodo di tempo” dopo il termine degli acquisti al fine di preservare condizioni di liquidità favorevoli e ampio accomodamento monetario. Infine la Bce ha preso atto delle incertezze legate al commercio globale ed alle tensioni geopolitiche, limando di un decimo (rispetto a giugno) le stime di crescita per l’anno in corso ed il prossimo: ora la crescita del PIL per il 2018 è vista al 2% mentre quella del 2019 all’1.8%.
Invariata al 1.7% invece la crescita per il 2020.
Draghi non ha tuttavia offerto un grande supporto all’Italia, dichiarando da un lato aperta fiducia nel fatto che l’Italia rispetterà le regole e dall’altro che il Qe non può essere prolungato per venire incontro all’Italia, in quanto la sua funzione non è quella di assicurare che i deficit pubblici siano finanziati in tutte le situazioni, soprattutto nella fase attuale in cui l’espansione economica generalizzata dell’economia avrebbe dovuto spingere a ricostituire i margini di manovra per l’Italia. L’ancora di salvataggio delle Bce è quindi da escludere nel prossimo futuro e gli unici riferimenti da guardare sono le figure politiche italiane (Presidente del Consiglio e Ministro delle Finanze) e la loro volontà di rispettare il Patto di crescita e stabilità europeo.
Rallentamento economico in Italia
I mercati finanziari in Italia hanno dimostrato una buona tenuta settimanale, con il listino azionario che ha registrato un rialzo di circa il 2%, mentre sui BTP si è avuta una stabilizzazione. La stabilizzazione del sentiment è in lieve contrasto con le recenti indicazioni provenienti dall’economia che segnalano un rallentamento della produzione industriale. A luglio è calata molto più del previsto, di -1.8% m/m dopo un dato positivo a giugno. Il dato è di molto inferiore al consenso, che stimava una correzione ben più contenuta. Il calo riguarda in particolare la produzione manifatturiera e, anche se spiegabile in parte per gli effetti di calendario, segnala un rallentamento dell’attività economica nell’industria, anche sulla scia di un minor traino proveniente dall’export.
Le indagini di fiducia nel settore manifatturiero hanno raggiunto ad agosto un “minimo” dal 2016 sia per quanto riguarda l’indice Istat che l’indagine PMI (quest’ultima a 50.1 si colloca sul limite che separa espansione da contrazione dell’attività).
Questo pone dei rischi verso il basso sullo scenario di crescita per l’Italia, che hanno portato alcuni operatori a rivedere al ribasso le stime di crescita del PIL: questi fattori pongono ulteriori ostacoli e vincoli agli spazi di manovra del Governo in sede di preparazione del piano di spesa per il prossimo triennio, che vanno ad aggiungersi alle regole da rispettare in sede europea aumentando il rischio di attriti con Bruxelles e di conseguenze negative sul debito e sul settore bancario.

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