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mercoledì 26 settembre 2018

I mercati di fronte al dilemma Fed


In arrivo una possibile nuova spinta ai mercati? La Cina ha sempre più forza nel panorama internazionale e la prova arriva dal fatto che MSCI potrebbe presto quadruplicare la presenza delle big cap cinesi nei suoi benchmark ed aggiungere le mid-cap sul listino di di Shenzhen, il ChiNext.
I numeri della Cina 
Numeri alla mano si parla di un attuale 5% di presenza di Pechino nel MSCI (230 big cap cinesi) che dovrebbe traspfrmarsi presto in un 20%.Tempi per il passaggio: due step divisi tra maggio e agosto del 2019.

Si tratta, come dichiarato dagli stessi vertici MSCI, di un adeguamento degli indici ai feedback della comunità internazionale di investimento, adeguamento che sarà ufficializzato con un annuncio previsto per il 28 febbraio 2019.
Un nuovo tassello sul fronte della guerra commerciale con il Dragone si trova a combattere gli Stati Uniti ovvero quella che, non solo è ancora, a tutti gli effetti, la prima potenza economica ma che continua a macinare dati positivi, ultimi dei quali quelli riguardanti la fiducia dei consumatori che ieri ha registrato un dato al top da 18 anni.

Il tutto sullo sfondo di una disoccupazione al di sotto del 4% di un Pil in aumento continuato (oltre ill 4% l'ultima rilevazione) e di un salario medio che, ultimo dato mancante, ha ripreso a crescere dopo anni di stagnazione. Sempre restando sugli Usa, le attese vertono sul nuovo e quasi certo aumento dei tassi di interesse che con ogni probabilità verrà annunciato domani dalla Federal Reserve: le proiezioni più accreditate parlano di un aumento di un quarto di punto con previsioni per una nova stretta a dicembre.

Risultato finale: per il 2019 si potrebbe pensare ad un livello assestato al 3%. Questo in teoria: la comunità degli investitori, infatti, propende per un paio di aumenti nel 2019 mentre i membri votanti del board Fed, che cambiano periodicamente, potrebbero presto assumere una conformazione più aggressiva, soprattutto in virtù di una inflazione che viaggia oltre il 2%.
Da qui il dilemma: rischiare di restare indietro con i tassi di interesse su un'economia in fase di possibile surriscaldamento (con il rischio di prendere provvedimenti esacerbati in futuro per riequilibrare il tutto), oppure rischiare di appesantire troppo il peso sulle spalle di chi ha contratto debiti e ora deve restituirli? Una notizia che rappresenterebbe una svolta al limite dell'epocale visti gli oltre 10 anni di accomodamento.
Non alzare ulteriormente i tassi, però, sarebbe anche una sorta di sollievo per i mercati emergenti dal momento che grazie al Quantitative Easing messo in atto dalla Federal Reserve, si è assistito ad un aumento degli indebitamenti in dollari da parte di molte nazioni le quali, approfittando delle condizioni favorevoli, hanno pensato di incamerare facili capitali, non sempre accompagnando il tutto con un rafforzamento strutturale dell'economia e della finanza; il rally che negli anni ne è derivato ha portato, quindi, a d un allargamento delle disomogenità tra chi, in questo settore, ha pensato di sfruttare bene i vantaggi della nuova liquidità in arrivo e chi non ci è riuscito.
Quella della Fed, è però una decisione più difficile del previsto: se da un lato, infatti, il rialzo dei tassi, complice la rinascita economica innegabile, dall'altra qualcuno avverte di alcune possibili difficoltà sul fronte dell'aumento delle insolvenze dei prestiti al consumo, voce anch'essa esponenzialmente aumentata negli Usa proprio durante il periodo delle varie misure di accomodamento monetario.
Fonte: News Trend Online

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